Quel flusso che è la praticabilità del mondo

Un’intervista con Stefano Allievi, professore associato di Sociologia all’Università degli Studi di Padova. Dirige il master sull’Islam in Europa, ha scritto libri sul tema. In uscita per Laterza «Immigrazione. Cambiare tutto»

«I circa 250 mila migranti arrivati in Italia, tecnicamente sbarcano nell’Europa dei 28 che ormai conta 512 milioni di abitanti. Dal punto di vista economico o demografico non c’è davvero problema. Se mai, occorre sapersi misurare con la valenza culturale, più ancora che religiosa, dei flussi. C’è da governare e gestire una realtà plurale in cui non funzionano più i modelli precedenti come l’assimilazione francese o il multiculturalismo inglese. Le statistiche ci restituiscono Londra come sesta o settima città italiana per numero di abitanti e Francoforte come terza città della Turchia».

Lo evidenzia convinto Stefano Allievi, 59 anni, professore associato di Sociologia nel corso di laurea di Scienze della comunicazione dell’Università di Padova. Dirige il Master sull’Islam in Europa ed è membro del Consiglio per le relazioni con l’islam italiano del Ministero dell’Interno. Ha pubblicato recentemente Conversioni: verso un nuovo modo di credere? Europa, pluralismo, Islam (Guida, pp. 192, euro 15) e insieme a Giampiero Della Zuanna Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione (Laterza, pp. 160, euro 12). Sempre per Laterza, imminente l’uscita del suo Immigrazione. Cambiare tutto, che preannuncia di voler smontare uno a uno i quadri interpretativi consolidati del fenomeno.
Allievi anticipa l’ironica curiosità del suo nuovo saggio: «In visita a Ellis Island, nel museo dedicato a chi emigrava a New York con i bastimenti in viaggio per mesi (e all’epoca c’erano 700 italiani al giorno che partivano), ho digitato al computer alcuni cognomi. E ho scoperto come nei registri degli sbarchi risultano 228 Salvini, 735 Bossi, 108 Zaia, 4 Berlusconi, 1.020 Renzi, 367 Bersani e 3.652 Grillo».

Ma di fronte al «caso Cona» con la marcia dei rifugiati nel cuore del Veneto, Allievi alza lo sguardo ben oltre l’orizzonte della cronaca. «Molto banalmente, ci possiamo permettere la supposta invasione. Nell’arco del periodo 2015-2050 l’Italia perderà 300 mila persone all’anno in età lavorativa e l’Europa tre milioni. Del resto, in Veneto i migranti residenti nel 2016 sono diminuiti di 12.444 unità rispetto all’anno prima: chi ha cittadinanza se ne va, come fanno anche i ragazzi veneti. E in Italia non sono un problema economico: versano 7 miliardi di Irpef e 11 di contributi previdenziali. Con i contributi versati dagli immigrati l’Inps paga oltre 600 mila pensioni di italiani. Infine, il Pil prodotto dai migranti supera l’8% con punte del 19% nel settore alberghiero e della ristorazione, 17% nell’edilizia e comunque 10% nel manifatturiero».

Una «percezione» sfasata della realtà? 
Forse, non c’è abbastanza contezza. Certo nel nostro mondo si muovono anche le persone – e molto più di prima – insieme a merci, informazioni, denaro. Ma paradossalmente oggi in Europa è molto più difficile girare rispetto agli anni ’60. Ci sono leggi che hanno chiuso drasticamente gli accessi, tant’è che appena un po’ con i ricongiungimenti familiari è possibile l’ingresso regolare. Invece Phileas Fogg, il protagonista del Giro del mondo in 80 giorni, non aveva bisogno di documenti. Oggi c’è una circolarità delle migrazioni che viene sottovalutata. In Africa alcuni paesi hanno dai 500 ai 700mila emigrati, ma poi 400mila immigrati; anche in diversi paesi europei è così. E l’urbanizzazione planetaria fa sì che chi lascia il villaggio rurale poi non tornerà più indietro. Vale anche per i nostri figli, no?

A Nord Est, invece, si alterna l’accoglienza della mano d’opera a basso costo con l’ideologia della piccola patria. Giusto?
La provincia di Verona ha un tasso di disoccupazione più basso della Baviera. E la ricchezza privata fra Padova, Vicenza e Verona è più alta della media europea. E perfino il più squadrato xenofobo ormai sabato sera mangia sushi, etnico o una pizza infornata da un magrebino. Poi c’è un dato che non fa notizia: il 15-20% di matrimoni misti nelle città, che supera il 30% fra gli universitari Erasmus. Significa già che si sposa la diversità. Anche se ci si ostina a valorizzare la patologia, perché alcuni partiti o giornali e pezzi di opinione pubblica lucrano sulla polemica con i migranti. Eppure se prendiamo una cartina geografica e sovrapponiamo le aree di crescita disegnando quelle multiculturali, ebbene nel lucido coincidono. Il futuro è proprio questo, volendolo amministrare anche se produce conflitti. Con 485.477 immigrati censiti il Veneto è la quarta regione dopo Lombardia, Lazio e Emilia. Ma è in coda nei numeri sui richiedenti asilo e addirittura all’undicesimo posto per i progetti Sprar sui minori non accompagnati, finanziati dallo stato e gestiti volontariamente dai Comuni. Insomma, la Regione di Zaia ha scelto di non occuparsi o preoccuparsi dell’immigrazione: così esplodono situazioni clamorose, rimosse, disumane.

C’è in gioco anche l’eredità della «Vandea veneta»? O tutto ruota intorno all’identità nel rapporto con i migranti?
Il vangelo ricorda che saremo giudicati non dalle nostre radici, ma dai frutti che sapranno generare. Ecco, siamo già dentro il caleidoscopio sociale con colori uguali nella persistenza delle culture più la mixité cromatica quando si soprappongono fra loro. Fuor di metafora, nell’immaginario passa soltanto l’identità reattiva, tipica di chi si rinchiude nel proprio piccolo mondo. Magari usa il crocefisso come un’arma o nel caso di alcuni immigrati obbliga la famiglia dentro il recinto della comunità. È la rappresentazione alimentata da alcuni media, funzionale alla propaganda. Ma non è certo l’unica. C’è anche un’identità aperta, accogliente e non pregiudiziale. E si sta facendo strada l’identità proattiva che scorge nella mobilità una risorsa da non disperdere e nella diversità culturale un accrescimento per tutti.

Islam tradotto perfino in guerra di religione. Davvero la fede fa la differenza nel rapporto con gli immigrati?
Complica la questione. Tuttavia la pluralità religiosa non è certo figlia dell’immigrazione: in Italia ci sono 350mila testimoni di Geova, 400mila pentecostali e 100mila buddhisti. Un paesaggio religioso che si secolarizza, privatizza e mostra fedi concorrenti. Lo stesso modo di credere spazia dai convertiti al fai-da-te, che contempla la devozione ai santi cattolici insieme alla meditazione yoga, al guaritore o alla cartomante. Nelle grandi città cosmopolite, non a caso la mèta di tanti tipi di migrazione, si fa tesoro della diversità, compresa quella religiosa. Al contrario, la distanza porta al rifiuto, come nella Polonia ferocemente antisemita pur senza ebrei. Emblematico il referendum della Svizzera sui minareti: Berna, Ginevra e Zurigo che già avevano moschee hanno votato a favore, mentre nel cantone di Appenzello si è registrata la più alta percentuale di contrari. Anche se in quelle montagne non c’è nemmeno un immigrato. Ma è stato l’ultimo cantone svizzero a introdurre il diritto di voto alle donne: nel 1990, solo perché costretto dalla Confederazione.

ERNESTO MILANESI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Analisi e tesi
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