Que viva Mexico! Svolta a sinistra nel nome di Obrador

Americhe. Vince con il 54% «Amlo» e il suo movimento anticorruzione e per la giustizia sociale, nato come costola del Prd

Il Messico cambia direzione dopo una giornata elettorale storica, celebrata per le strade. I partiti conservatori al potere negli ultimi decenni hanno subito una pesante sconfitta alle presidenziali di domenica scorsa. Per la prima volta il centrosinistra governerà, guidato da Andrés Manuel López Obrador, noto come «Amlo».

«La terza è quella buona», ripeteva Obrador in campagna elettorale, e dopo aver perso nel 2006 e 2012 ora ha vinto col maggior numero di voti della storia. I problemi non sono mancati durante il voto: in alcuni Stati gruppi armati hanno rubato o distrutto le schede e ci sono stati cinque omicidi legati alla violenza politico-criminale. Durante la campagna elettorale e subito prima sono stati ben 140 i politici o i candidati assassinati.

Obrador-Amlo era in testa di 20 punti nei sondaggi sugli oppositori – Ricardo Anaya del conservatore Partido Acción Nacional (Pan), José Antonio Meade del centrista Revolucionario Institucional (Pri) e l’indipendente Jaime Rodríguez – ma i conteggi preliminari hanno superato le aspettative e il presidente dell’Istituto elettorale ha comunicato che, con un’affluenza del 64%, Obrador ha il 54% delle preferenze, Anaya il 22%, Meade il 15 e Rodríguez il 5%.

La vittoria del suo Movimiento Regeneración Nacional (Morena) si conferma nella capitale, con Claudia Sheinbaum come prima governatrice donna della città, e nei governi di Chiapas, Morelos, Tabasco, Veracruz. Il Pan prende lo Yucatan e Guanajuato, ed è in bilico con il Morena a Puebla. Il Pri perde ovunque. Nel Jalisco vince il Movimiento Ciudadano, partitino di centrosinistra alleato col Pan.

Gli sconfitti e lo stesso presidente in carica, Enrique Peña Nieto, hanno subito riconosciuto il risultato, augurando «per il bene di tutto il Messico» che il prossimo presidente abbia successo e garantendo un’opposizione «responsabile e democratica». Amlo, coi suoi 64 anni spesi quasi tutti in politica, è un dirigente navigato.

Dopo gli inizi nel PRI e gli incarichi ricoperti nel suo Stato natale, il Tabasco, s’è proiettato sulla scena nazionale come un leader della sinistra, raccolta intorno al Partido Revolución Democrática (Prd), e come sindaco di Città del Messico, incarico che ha ricoperto dal 2000 al 2005.

Dopo la sconfitte alle presidenziali del 2006 e 2012 con il Prd e la svolta destrorsa del partito, oggi alleato del Pan di Anaya, Obrador ha fondato il suo movimento contro le politiche neoliberali di Peña, costruendo una formazione progressista che, tuttavia, resta gerarchica e centrata sul leader. Amlo ha anche moderato il suo discorso politico e cercato collaboratori vicini al mondo dell’imprenditoria per non spaventare le classi medie e l’establishment finanziario internazionale, dato che per anni i suoi oppositori hanno usato lo spauracchio del Venezuela e di Chávez contro di lui.

Il Morenza ha anche stretto una discutibile coalizione (Juntos Haremos Historia, «Insieme faremo storia»), col Partido Encuentro Social (Pes), tradizionalista e legato alle chiese evangeliche. L’alleanza ha ottenuto un’ampia maggioranza in Parlamento, ma l’ala sinistra potrebbe subire i ricatti del Pes su temi come l’aborto e le libertà civili.

«Obrador ha trionfato, malgrado alcune incognite sul governo che verrà, perché la sua diagnosi è giusta: il Messico è stato depredato dall’élite e da corporazioni corrotte e ora il pendolo va a sinistra, dopo anni di concentrazione della ricchezza, dev’esserci ridistribuzione», commenta la politologa Denise Dresser.
Da vincitore ha esordito: «Inizia la quarta trasformazione del Messico, la rivoluzione delle coscienze ha vinto, questo trionfo appartiene a tutte e tutti», dinanzi a decine di migliaia di sostenitori che hanno riempito l’immenso Zócalo, la piazza centrale di Città del Messico, al grido di «Non sei solo», «Ce l’abbiamo fatta» e «Fuori Peña».

Nel suo comizio ha parlato della necessità di una riconciliazione nazionale nell’interesse generale, strizzando l’occhio a imprenditori e investitori privati, cui ha promesso «rispetto» e il mantenimento dell’autonomia della Banca centrale. Ha annunciato una revisione dei contratti derivati dalla liberalizzazione del settore energetico e l’abolizione della riforma educativa, simile alla «Buona scuola» renziana. Il suo martellante discorso contro la corruzione e la «mafia del potere», cioè i circoli ristretti dell’élite imprenditoriale e politica messicana, è stato vincente perché ha catalizzato l’indignazione generale per i numerosi scandali e sprechi di questi anni.

«Per il bene di tutti, prima i poveri», ha ribadito Obrador, dichiarando come priorità la giustizia sociale, il lavoro e la lotta contro le disuguaglianze. Recuperare l’intervento statale con politiche keynesiane e redistributive, riformiste rispetto al neoliberismo finora imperante, nel rispetto delle diversità e dell’opposizione politica, sono altri punti programmatici fondamentali del Morena. In serata sono arrivate le congratulazioni, tra gli altri, di leader come il canadese Trudeau, il russo Putin, il boliviano Morales, lo spagnolo Sánchez e persino di Trump, il quale ha twittato che è ansioso di lavorare con lui perché «c’è molto da fare nell’interesse di Usa e Messico».

«Fino all’insediamento del primo dicembre lavorerò coi membri del nuovo governo, non perderemo tempo: raddoppieremo subito le pensioni per gli anziani, garantendo l’universalità, e tutti i disabili poveri avranno un sussidio», ha intanto annunciato Amlo. «Garantiremo il diritto allo studio e al lavoro dei giovani e lanceremo progetti di sviluppo da Sud a Nord per far restare i messicani nella loro terra», ha proseguito.

In corteo sventolavano bandiere arcobaleno del movimento Lgbtq e si sentivano cori di giubilo. Ma la gente ha anche intonato la conta da 1 a 43 e la rivendicazione di giustizia per i 43 desaparecidos di Ayotzinapa e gli altri 36mila, come a sottolineare che i movimenti continueranno a portare avanti le loro domande. «Il voto a Amlo non è un assegno in bianco», ribadiscono gli attivisti in piazza. Popoli indigeni, comunità Lgbtq e diritti umani sono stati i grandi assenti della campagna dei quattro candidati, ma si faranno sentire dal basso indipendentemente da chi governi.

FABRIZIO LORUSSO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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