Quando Pompei parlava in greco

Intervista. Carlo Rescigno, curatore insieme a Massimo Osanna della mostra presso la Palestra Grande degli scavi di Pompei, racconta come «la romanizzazione fu un modo per integrare in un nuovo sistema economico un patchwork di culture che componevano l’Italia di quel periodo»

«Quando gli scavi restituiscono un oggetto proveniente da un mondo lontano ci si interroga sempre sul suo significato, su come sia arrivato in quel contesto e se sia il frutto di un semplice scambio commerciale o non entri piuttosto in gioco il concetto di identità». Carlo Rescigno, docente di Archeologia classica presso l’università della Campania «Luigi Vanvitelli» è il curatore, insieme a Massimo Osanna, della mostra Pompei e i Greci (visitabile fino al 27 novembre presso gli Scavi di Pompei, Palestra Grande, con l’organizzazione di Electa).
È un percorso ideato dalla Soprintendenza archeologica della Campania allo scopo di esplorare il rapporto tra Pompei e gli organismi politici, sociali e culturali che la attraversavano. La rassegna esprime la volontà di spiegare al grande pubblico cosa significhi per un archeologo fare ricerca su temi che concernono gli incontri di culture. Il progetto espositivo porta la firma di Bernard Tschumi, l’architetto svizzero al quale si deve la realizzazione del nuovo Museo dell’Acropoli di Atene. Partecipa, inoltre, all’allestimento lo studio canadese Graphics eMotion mediante tre installazioni multimediali che intensificano l’esperienza del visitatore.

Il corposo catalogo (Electa) raccoglie saggi interdisciplinari, fra cui vale la pena segnalare i contributi dell’antropologo Francesco Remotti e dello storico Irad Malkin. Interessante anche la parte del volume intitolata Hellenika, con aggiornamenti puntuali su ogni aspetto degli studi pompeiani: Abitare, Consumare vino, Leggere, Viaggiare sono solo alcune delle sezioni che approfondiscono i contenuti dell’esposizione.

Se consideriamo il Mediterraneo antico come uno spazio dove si muovevano differenti gruppi etnici, possiamo affermare che quest’ultimi non fossero dei «monoliti» ma che condividessero linguaggi «franchi» e interagissero anche attraverso gli oggetti?
Oggi si parla del Mediterraneo come «reti di culture», fenomeni articolati ma permeabili in cui conoscenze e acquisizioni travalicano confini etnici. Ciò che in passato consentiva la diffusione delle informazioni era un sistema culturale aggregante, che non stabiliva cioè gerarchie come invece accadeva – e accade ancor oggi – nel caso di identità etniche chiuse, escludenti.

Quali reperti testimoniano al meglio il fermento culturale che ruotava attorno a Pompei?Come si traduce questo pensiero nell’esposizione pompeiana?
Abbiamo provato a riversare nella mostra cos’abbia significato, per Pompei, entrare in contatto con il mondo greco e affacciarsi sull’orizzonte mediterraneo. Seguendo l’evoluzione cronologica dalle origini della città fino alla distruzione del 79 d.C. emerge il rapporto tra culture diverse ma soprattutto la formazione di culture miste, ibride. Processo favorito, agli inizi, dalla circolazione degli artigiani.
La rassegna rivela come in una Campania ancora priva di città dal carattere univocamente riconoscibile, ci fosse un mondo fluido in cui le presenze etrusche, italiche, greche e magnogreche (Cuma da un lato, Poseidonia dall’altro) convivevano nel rispetto dei reciproci interessi economici. È proprio in questo quadro che – nel VII sec. a.C. – venne fondata, su spinta etrusca, Pompei.
Gli artigiani che lavorarono alla costruzione della città erano Greci o provenivano dalla Capua etrusca. Nel santuario di Apollo, furono maestri cumani a decorare l’edificio con modanature in pietra lavica e un tetto di tipologia campana composto da terrecotte architettoniche.

Attraverso le iscrizioni sappiamo che in Campania si parlavano più lingue: il greco – alla maniera di Cuma e nel dialetto dorico di Poseidonia –, l’etrusco nelle varianti di Tarquinia e Cerveteri o Capua, senza tralasciare l’italico e, ovviamente, il latino. La lingua era soggetta a un uso sociale e non corrispondeva necessariamente all’identità etnica. Nel percorso espositivo c’è una vetrina con iscrizioni parietali risalenti all’ultima fase di vita di Pompei. Nel I sec. d.C. si insegnava ancora il greco ma è importante osservare come questa lingua venisse utilizzata solo quando si aveva a che fare con espressioni letterarie, l’amore e la cura del corpo femminile.

La fascinazione per il mondo greco ebbe il suo apice in epoca romana, seppur con differenze sostanziali rispetto al periodo arcaico…
Nella Pompei romana la Grecia sarà un modello meditato a cui ispirarsi e l’ellenismo una filosofia e una moda da seguire. Basti pensare al celebre mosaico che raffigura la battaglia di Alessandro Magno contro Dario III di Persia rinvenuto nella domus del Fauno. Duecento anni dopo quell’evento, l’opera diviene uno strumento di comunicazione del potere. Roma, insomma, si impossessa del modo di rappresentare il mito per dargli nuovi significati. Un altro oggetto indicativo esposto in mostra è un’hydria del V secolo a.C. – premio dei giochi Argivi – che, assieme ad altri vasi, costituiva il lussuoso corredo della casa di Giulio Polibio.

Pompei, soprattutto in conseguenza dell’eruzione che fermò per sempre il tempo al 79 d.C., è considerata la città romana per antonomasia. Questa mostra va controcorrente?
La romanizzazione fu un modo per integrare in un nuovo sistema economico un patchwork di culture che componevano l’Italia di quel periodo. Anche in questo caso si è trattato di un processo culturale e non etnico. Pompei è dunque a tutti gli effetti una città romana ma con una stratificazione complessa.

VALENTINA PORCHEDDU

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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