Perché non possiamo sciogliere Rifondazione Comunista

La segreteria nazionale del Partito Comunista d’Italia ha scritto una lettera aperta a Paolo Ferrero,  rivolta a tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista per invitarci ad...

La segreteria nazionale del Partito Comunista d’Italia ha scritto una lettera aperta a Paolo Ferrero,  rivolta a tutte le compagne e i compagni di Rifondazione Comunista per invitarci ad una riflessione sull’attuale fase politica e sociale e, conseguentemente, sull’utilità di una riunificazione delle comuniste e dei comunisti in un solo partito.
Ogni appello all’unità viene sempre vissuto come qualcosa di estremamente positivo e utile, ed indubbiamente anche quello in questione lo è per quanto riguarda il metodo: confrontarsi può essere utile ad entrambi o ai più soggetti che si vogliono parlare.
Confrontarsi significa mettersi sullo stesso piano del proprio interlocutore, rifuggire quella pratica veramente dannosa che è l’esclusivismo un po’ narcisistico di chi ritiene di essere l’unico portare di una qualche verità o di un comportamento che altri non possono assumere perché “inferiori” o lontani da una “purezza ideologica” o “pratica” che ricorda molto il rifiuto dei Cinquestelle nei primi tempi di discesa in campo di Grillo.
Poi anche i più pervicaci assertori del populismo a buon mercato devono fare i conti con la realtà dei fatti e con la macchina amministrativa locale o nazionale e, pertanto, devono confrontarsi e scendere dal piedistallo cui si erano dedicati.
Ma veniamo al contenuto della “lettera aperta” del PCdI rivolta a Rifondazione Comunista: si sostiene che esistono valori condivisi (anticapitalismo ovviamente, antifascismo, anti-imperialismo, pacifismo, ecologia, socialismo, tanto per citare le pietre angolari più importanti) e, pertanto, in un momento attuale come quello in cui le forze della sinistra sono divise e sempre meno visibili a causa del trasformismo di chi le vorrebbe e pretenderebbe di rappresentare (a cominciare dal PD di Renzi…), occorre ricostruire il soggetto “di classe”, il partito comunista.
E’ da questo punto che comincio a non essere d’accordo con le compagne e con i compagni che vogliono la “Costituente comunista”.
Un partito comunista, per come lo intendo io, esiste già in Italia dal 1991 e si chiama Rifondazione Comunista. Ha attraversato venticinque anni di tormenta, tra alti e bassi e, ora, si trova certamente in basso ma non è una comunità politica e sociale che si possa dire scomparsa. Dalle televisioni e dai mass media in generale, sicuramente. Ma non certo per volontà nostra.
Non si può nemmeno dire che questa comunità rappresenti l’avanguardia di chissà quale proletariato che vuole marciare per la rivoluzione e stravolgere il tanto celebre “stato di cose presente”.
E non lo si può dire perché non ne ha le forze e perché deve ritornare ad essere una forza che è venuta meno col passare non del tempo, bensì degli avvenimenti che ne hanno logorato la funzione primigenia che era contenuta in quelle due splendide parole: “rifondazione” e “comunista”.
Un sostantivo che voleva e vuole dire ancora oggi una riqualificazione della funzione sociale e politica dei comunisti in Italia. Un aggettivo che affermava senza nessun rimpianto quale era il carattere di quel progetto.
E la “rifondazione comunista” di oggi è, almeno nella proposta politica sia di medio che lungo termine, esattamente quella che fece nascere, appena un minuto dopo lo scioglimento del PCI, quel “Movimento” che sarebbe diventato il partito di milioni di compagne e compagni incapaci di gettare alle ortiche del moderatismo e della voglia di compromesso governativo il patrimonio culturale e politico del comunismo italiano.
La Rifondazione Comunista di oggi non può essere, se non altro per ragioni banalmente anagrafiche, la stessa che ha dato vita al “Movimento”, ma è la stessa sul piano dell’impostazione culturale che è, imprescindibilmente, rivendicazione politica conseguente.
Perché non è possibile accogliere il progetto della “Costituente comunista” che ci propongono i compagni del PCdI? Per un motivo purtroppo molto semplice (a volte le complicazioni sono meno visibili e quindi diventano secondarie e tralasciabili, mentre le evidenze non si possono scansare): non siamo comuniste e comunisti che vivono nel mito del Partito Comunista Italiano. Siamo (almeno io sono, ma penso lo siano anche molti altri), comunisti che guardano al PCI come a qualcosa di irripetibile tanto politicamente che socialmente. Perché il PCI era davvero quel “Paese nel Paese” di pasolinana memoria. Ma quell’esperienza è finita e non la si può rievocare nemmeno simbolicamente prendendo il contrassegno disegnato da Renato Guttuso e proponendolo come elemento unificante.
Non unificherebbe: chi, più anziano di me, ha vissuto le stagioni degli anni ’50, ’60 e ’70, probabilmente non vi si ritroverebbe se avesse un passato da lottacontinuista, da socialista di sinistra o da demoproletario.
Si sbaglia, quindi, nel riproporre una simbologia che richiama ad un solo fenomeno, seppur grande, del passato.
Ma tutto questo può essere secondario rispetto al tema fondamentale: la cultura politica, l’elaborazione di una critica sociale e la prospettiva.
Certamente corrisponde al vero affermare che tutte le comuniste e i comunisti sono anticapitalisti. Se non lo fossero, francamente, non capirei come potrebbero definirsi “comunisti”. Chi, infatti, abbandona il termine “comunista”, finisce poi con l’essere “genericamente di sinistra”, per fondare nuovi partiti che guardano al socialismo ma senza troppo pronunciare la parola “anticapitalismo”. Meglio definirsi “antiliberisti”, sapendo bene che il liberismo è un fenomeno tutto interno al capitalismo che lo genera e, quindi, si può provare ad essere riformisti facendo finta di rimanere radicalmente antisistemici.
I valori condivisi lo sono, però, fino a quando non si comincia ad interpretarli nella vita di tutti i giorni: come applicare le teorie e le idee che abbiamo? Come far rinascere una coscienza critica diffusa nelle moderne masse di sfruttati che non sanno di esserlo e che pensano di vivere in un mondo “naturale” e, quindi, riformabile solo sul piano dell'”onestà” e dell’aderenza ai “princìpi della legalità”?
Non può esistere partito, soprattutto comunista, senza la sua classe di riferimento. E non mi sembra che ci siano milioni di disoccupati, precari, studenti, pensionati e lavoratori che reclamano la nascita di un partito comunista come forza che li sostenga nella lotta per l’emancipazione sociale.
Per questo la proposta del PCdI è irricevibile, perché vuole costruire un nuovo partito comunista senza avere con sé la classe di riferimento: a che cosa serve un nuovo partito comunista se non esiste nemmeno un nuovo movimento degli sfruttati (definirli solo “lavoratori” sarebbe limitante per tutte le altre categorie che, pur essendo sfruttate dai padroni, non sono identificabili come salariati nel senso classico del termine).
Da venticinque anni a questa parte esiste Rifondazione Comunista che è un partito comunista. Rivoluzionario? Non in questo momento. Nemmeno negli scorsi anni. Forse potrà esserlo o forse no. Ma esiste e propone un comunismo che non guarda agli schemi del sovietismo, al marxismo-leninismo, a categorie inventate per distinzioni che ormai sono superate.
Noi non siamo in grado oggi di essere una avanguardia. Noi siamo in grado di metterci, da comunisti, a disposizione di tutti quegli sfruttati che non hanno una risposta da altri se non dalla disperazione che vivono. Non dobbiamo essere una succursale di una chiesa che apre dei confessionali, né offrire spalle su cui piangere. Noi dobbiamo provare ad essere comunisti, ancora una volta, proprio nel rientrare attraverso un percorso di condivisione dal basso, proprio tra i moderni proletari, in un meccanismo che muova la classe da classe “in sé” a “classe per sé”.
L’unità comunista non serve a niente se non si fa prima l’unità della classe degli sfruttati, di tutti coloro che vivono del loro lavoro, che abbiano o non abbiano letto Marx ed Engels.
L’unità comunista non è valore a prescindere come, del resto, nessuna unità lo è. Quando lo diventano, sono solo feticci, amuleti che servono ad esorcizzare le paure della consunzione.
Voler mantenere in vita Rifondazione Comunista non è presunzione, ma solo la consapevolezza che i progetti che sono veramente falliti sono tutti quelli nati dalle scissioni che ha subito. Rifondazione è conciata male, ma chi l’ha abbandonata e vuole oggi fare novelli PDS e novelli PCI sta molto, ma molto peggio.

MARCO SFERINI

28 febbraio 2016

foto di Marco Sferini

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A sinistraEditorialiMarco SferiniRifondazione Comunista
25 Osservazioni
  • Rolando Dubini
    28 febbraio 2016 at 14:28
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    Il qualunquismo di Ferrero e’ sconcertante ed emblematico della crisi irreversibile del partito che tanti anni fa abbiamo iniziato a costruire. Si chiamava movimento della rifondazione comunista. E Ferrero non c’era.

    • Marco sferini
      28 febbraio 2016 at 17:27
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      Una domanda e una considerazione oggettiva.
      Domanda. In cosa si manifesterebbe il qualunquismo di Ferrero?
      Considerazione. Ferrero fa parte di Rifondazione Comunista sin dalla fondazione. Quando Democrazia Proletaria si sciolse, decise la confluenza nel Movimento per la Rifondazione Comunista e poi nel Partito che nacque nel 1991.

  • Renatof
    28 febbraio 2016 at 15:00
    lascia un commento

    Io sono comunista, noi contiamo di più, gli altri stanno peggio di noi, ecc.. Ed è per la testardaggine ( … di ogni partitino di sinistra) di avere la verità in tasca che oggi la sinistra non conta un c….. .
    Avanti così che l’estinzione si avvicina.

  • Edoardo Pascarella
    28 febbraio 2016 at 15:33
    lascia un commento

    Il Partito si chiamava, e si chiama, Partito DELLA Rifondazione Comunista. Il Movimento da cui nacque si chiamava Movimento PER LA Rifondazione Comunista ed era il 1991. Io c’ero ed ora non ci sono più, perché l’attuale Partito non ha più, neanche lontanamente, le caratteristiche di quando è nato. Ne tantomeno, per quanto mi riguarda, può definirsi comunista. Chi oggi lancia appelli unitari non ha la minima credibilità per farlo e dovranno purtroppo passare ancora molti anni perché si possa ricostruire una credibile ed efficace organizzazione Comunista a patto però che chi a scritto l’articolo, ed i relativi commenti (tra cui per primo questo) ci si tolga velocemente dai piedi. Abbiamo dato (chi più, chi meno), ai relativi livelli, una pessima prova come gruppi dirigenti e sarebbe bene prenderne definitivamente e responsabilmente atto.

    • Edoardo Pascarella
      28 febbraio 2016 at 15:36
      lascia un commento

      Il Partito si chiamava, e si chiama, Partito DELLA Rifondazione Comunista. Il Movimento da cui nacque si chiamava Movimento PER LA Rifondazione Comunista ed era il 1991. Io c’ero ed ora non ci sono più, perché l’attuale Partito non ha più, neanche lontanamente, le caratteristiche di quando è nato. Ne tantomeno, per quanto mi riguarda, può definirsi comunista. Chi oggi lancia appelli unitari non ha la minima credibilità per farlo e dovranno purtroppo passare ancora molti anni perché si possa ricostruire una credibile ed efficace organizzazione Comunista a patto però che chi ha scritto l’articolo, ed i relativi commenti (tra cui per primo questo) ci si tolga velocemente dai piedi. Abbiamo dato (chi più, chi meno), ai relativi livelli, una pessima prova come gruppi dirigenti e sarebbe bene prenderne definitivamente e responsabilmente atto.

  • thea
    28 febbraio 2016 at 16:45
    lascia un commento

    Predicano bene e razzolano male – i. Pdci – intanto la costituente la chiese Prc già tempo fa e loro in cambio chiedevano lo scioglimento di Rifondazione!!! Assurdo . Poi loro tanto per mancata coerenza andavano ad appoggiare. Il PD di Emiliano. Ricordo. Male ?

  • RODOLFO
    28 febbraio 2016 at 18:19
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    iO MI SONO ISCRITTO AL PRC IN QUANTO EREDE DEL PCI , SECONDO ME IL PCd’I DOVREBBE SCIOGLIERSI E TRORNARE CON NOI RIFONDAZIONE HA GIA DATO DANTO IN 25 ANNI , SOLO CHE DEVE RICOMINCIARE DA CAPO COME NEL 91

  • Luigi
    28 febbraio 2016 at 19:02
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    Lottacontinuisti? Demoproletari? Vecchi bacucchi che dovrebbero abbandonare la politica dopo aver dimostrato la loro insulsaggine. Chi vuole un partito marxista-leninista mummificato può andare da Rizzo nel suo PC. Ma i comunisti d’Italia che hanno una vocazione di massa si devono basare sugli insegnamenti di Gramsci, Togliatti e Berlinguer: costruiscano un partito nazionale, con una propria impostazione strategica per una società progressiva.

    • Elida
      14 ottobre 2016 at 05:24
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      Just the type of insghit we need to fire up the debate.

  • Giuseppe Carusutto
    28 febbraio 2016 at 19:39
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    Rifondazione Comunista e’ la continuazione naturale del partito comunista italiano, e la storia comunista riparte nel ’91 appena due anni dopo la svolta della Bolognina. Poi tante scissioni, compresa quella dei compagni del pdci. Ci siamo un po tutti incazzati con Fausto Bertinotti che ha tirato troppo la corda allora con Prodi 1 ma la strada era quella per un partito comunista. Niente ruota di scorta allora per l’ulivo come adesso per nuove realtà che stanno provando a nascere. Osserviamo con attenzione e se vogliamo fare le cose veramente perbene pensiamo alle ultime esperienze fallimentari. Affrontiamo la questione con cautela, Prc non si scioglie, e questo non lo ha deciso Paolo Ferrero con il direttivoo della segreteria nazionale, ma è stato deciso nei circoli tra tutti i compagni, niente votazioni online! Noi siamo e restiamo il partito comunista di derivazione diretta del P.C.I.

  • Lamberto Lombardi
    28 febbraio 2016 at 20:24
    lascia un commento

    Se si vuole cassare a prescindere una proposta gli argomenti sono esattamente questi: “ma come, volete l’unità dei comunisti e neanche avete dietro le masse”. Manco stessimo parlando del Partito Comunista Cinese

  • puntin claudio
    28 febbraio 2016 at 20:58
    lascia un commento

    condivido quanto scritto da Sferini,mi auguro che la presunzione,il settarismo,il personalismo,l’opportunismo no prevalga più.

  • vincenzo
    28 febbraio 2016 at 21:07
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    E’ deprimente.Un elogio al nulla e al non essere: r.c non è marxista-leninista, non è avanguardia, non ha classe di riferimento. Manca solo da dire la cosa logica e conseguenziale: che non ha ragione di esistere. Ma poi chi è Marco Sferini? Ha avuto mandato dal cpn o dalla direzione a fornire questa risposta? Se sì, lo si dica; se no, parli a titolo personale, senza usare il plurale. Di sicuro non parla a mio nome.

    • Marco Sferini
      29 febbraio 2016 at 11:02
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      Caro Vincenzo, è evidente che parlo a nome mio. Da attento lettore, dovrebbe sapere che quando uno firma un articolo con il proprio nome e cognome, lo fa sapendo che parla e vuole parlare a titolo esclusivamente personale.
      Il plurale nella lingua italiana si usa per dare più forza ai concetti.
      Comunque, sono un militante e dirigente provinciale del Partito. Penso di poter dire la mia in merito. Con buona pace sua.
      Cordiali saluti.

      Marco Sferini

  • marc
    28 febbraio 2016 at 23:34
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    Bisogna riscrivere e aggiornare la teoria sociale: la classe operaia non ragiona più come classe ma come individuo quindi ha perso la forza di incidere nelle politiche sociali, nei propri diritti pensa a tirare avanti, finchè ha la possibilità di mangiare, a conquistare l’invisibilità al prezzo del suo silenzio,a subire la riduzione dei propri diritti conquistati in precedenza, è continuamente sotto ricatto (il capitalismo è riuscito a importare mano d’opera a prezzi di saldo facendo le guerre, a piazzare nei posti di potere i propri mezzi uomini: politici sindacali, amministrativi, dei media….creando i presupposti di una nuova era preindustriale.
    L’aggregazione ai partiti comunisti era ovvia, normale, necessaria perchè si ottenevano dei risultati visibili.Se non si discute e si sviluppa un piano d’azione concreto e realizzabile e si inizia a renderlo operativo non si è credibili.
    Ottengono di più i movimenti spontanei (vedi gli agricoltori o i tassisti in Francia).
    Non sono gli uomini che si devono svegliare non serve un partito comunista o un un partito che si chiama rifondazione comunista, bisogna avvicinarsi a chi è diviso e dirgli che è il movimento l’unica possibilità un movimento capace di rovesciare i vecchi schemi vertice-base ma al contrario è la base che dà indicazioni al vertice.
    Per evitare il qualunquismo e la superficialità bisogna educare la base con un processo non semplice ma capace di ottenere molto.

  • thea
    29 febbraio 2016 at 00:01
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    In Prc non abbiamo bisogno di mandato per dire la nostra da militanti. Bene fa Marco sferini. Rispondo a Vincenzo .

  • area del PRC sinistra comunista
    29 febbraio 2016 at 19:57
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    APRIRE IL CONFRONTO

    In un articolo apparso su “il manifesto”, Il gruppo dirigente del PCdI, ha rivolto al segretario e agli iscritti del Prc un appello per l’unità dei due partiti. L’ha fatto sulla base di alcune argomentazioni: la gravità della condizione sociale, la presenza di un governo Renzi pericoloso, il venir meno di molti elementi di divisione presenti in passato nelle posizioni dei due partiti, la consapevolezza che si pone un problema più ampio di unità a sinistra, la necessità di dare un riferimento a quanti si richiamano al comunismo. Non è la prima volta che il tema viene posto, ed è stato oggetto di confronti anche aspri in passato, ma questa volta va attentamente considerato, anche in ragione delle novità della fase.
    La mia posizione a tale riguardo è molto semplice: il confronto va accettato, senza astuzie e senza precondizioni. E in questo confronto va definita l’unità possibile senza limiti pregiudiziali. Questa mia convinzione muove da alcune considerazioni.
    La prima: non è possibile che tutta la discussione a sinistra avvenga con l’assunzione dell’antiliberismo come unico riferimento. Chi risponde che nell’antiliberismo trova posto anche una critica anticapitalista e comunista, in realtà elude la questione, perché il problema è che in questi anni quel punto di vista è stato appannato da una ricerca dell’unità a sinistra su un minimo comun denominatore che ha, di fatto, azzerato il ruolo dei comunisti e di una critica anticapitalista. Dirò di più, per cercare a tutti i costi l’unità, si è cercato spesso il dialogo con soggetti animati da un livore anticomunista, mentre si è considerata l’interlocuzione con i comunisti e le forze anticapitaliste inessenziale o addirittura inopportuno.
    La seconda considerazione: il processo unitario messo in campo fino a ora è tragicamente fallito. Qualcuno sostiene che si tratta di una momentanea battuta di arresto. A me non pare proprio. Quello che io vedo è, da un lato, Sinistra italiana e, dall’altro, un’Altra Europa per Tsipras, con dentro il PRC, in preda a una crisi evidente. Se in questa situazione il PRC non si assume la responsabilità di aprire interlocuzioni con altre forze, sia politiche che sociali, in grado di mettere in campo un valore aggiunto, rischia semplicemente o l’emarginazione totale o l’assorbimento subalterno nel progetto di Sinistra italiana. La crisi in cui versa l’Altra Europa per Tsipras e gli scivoloni opportunisti cui ogni tanto si assiste, dovrebbero dirci molto dei pericoli insiti nella situazione.
    La terza considerazione: non è possibile dare una prospettiva vera a Rifondazione comunista se non si mette mano al partito, se non si riaggregano forze e non lo si fa diventare un vero protagonista della scena politica. E’ l’equivoco sul quale si reggono alcune declamazioni sull’importanza del partito, non accompagnate da un impegno adeguato e dal recupero di un vero protagonismo. Fa specie costatare che uno dei principali interlocutori assunti in questi anni da Rifondazione, e cioè SEL, rompe in un attimo l’unità, dà il via alla costruzione di un nuovo partito e si pone come leader in pectore di ciò che vi è a sinistra del PD. E il PRC che fa? Sta a guardare speranzoso o si pone il problema di rimettere in piedi un partito forte, di mettere in atto processi politici, di assumere un suo ruolo visibile, insomma di fare per davvero politica?
    Per tutto questo, un segnale di ricomposizione dei comunisti (e non solo del PCdI) e delle forze anticapitaliste, sociali e non, va dato. Questo non significa certo finire in un politicismo simmetrico a quello fino ad ora praticato, illudendosi che origini comuni o storie comuni bastino. Siamo coscienti che nel corso di questi anni i percorsi, le pratiche e le posizioni si siano spesso divaricate. Inoltre, e’ chiaro che essenziale per l’unità sono le convergenze sulle scelte politiche immediate e di prospettiva e le pratiche sociali concrete. Su questo bisogna essere rigorosi, ma attenzione, quest’argomento non può diventare un alibi per eludere un confronto, magari per privilegiare rapporti con altri soggetti, anche molto ambigui, o per disconoscere la necessità di favorire la ricomposizione delle forze.
    Senza il coraggio di cercare sintesi alte in un confronto più ampio, lo stesso ruolo di Rifondazione Comunista è destinato a impoverirsi e a divenire marginale.
    29 febbraio 2016
    Gianluigi Pegolo del CPN del PRC

  • Giovanni Caggiati
    1 marzo 2016 at 15:24
    lascia un commento

    Trovo francamente debole, priva di contenuti politici e teorici veri e consistenti, se non addirittura pretestuosa (“non mi sembra che ci siano milioni di disoccupati, precari, studenti, pensionati e lavoratori che reclamano la nascita di un partito comunista”), al di là della difesa formale delle due parole <> e <>, la risposta di Sferini del PRC al PCdI che meritava almeno un’interlocuzione anzichè un immediato e totale rifiuto. Tra l’altro, rispetto allo stesso titolo di Sferini, non è che il PCdI abbia chiesto al PRC di sciogliersi (non c’è, almeno esplicita, una richiesta in tal senso), semmai è il PCdI che si dichiara pronto a sciogliersi. Dopo essere nato, nel ’98, da una scissione del PRC al fine di sostenere un governo democratico borghese come il Governo Prodi, unico caso al mondo di partito comunista nato per sostenere un governo democratico borghese. Per Sferini non c’è possibilità di unità (alcuna) col PCdI perchè ciò equivarrebbe a riprendere in qualche modo il PCI a danno delle esperienze <>. Ma magari ci fosse oggi in Italia il PCI pur con tutti i limiti che aveva! Eppure i funerali di Berlinguer con la partecipazione sentita di un milione di persone dovrebbero insegnare qualcosa. Berlinguer morto anche per il suo personale affaticamento negli ultimi anni, gli anni ’80, nell’attività politica caratterizzata dal cambiamento di linea del partito, dalla piena adesione a lotte sindacali e movimenti (Fiat, scala mobile, pacifista, delle donne, ecc.), dalla “questione morale”, dal forte rilancio della diversità dei comunisti, in campo nazionale e in campo internazionale anche rispetto ad altri partiti comunisti. Un lascito grande, che andrebbe valorizzato. Come andrebbe ripreso il discorso di Magri al Convegno di Arco del ’90 di Rifondazione Comunista. Il primo inizio di Rifondazione, quasi un atto fondativo della rifondazione, purtroppo indebolito e “oscurato” dalla sbagliata scelta di Ingrao di <> del(l’allora) nascente PDS. Miglior memoria e cultura politica del compagno Sferini ha certo il compagno Dino Greco, responsabile formazione PRC.
    Giovanni Caggiati, Parma (iscritto PRC dalla fondazione)

    • Ice
      14 ottobre 2016 at 05:33
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      With all these silly weesbtis, such a great page keeps my internet hope alive.

  • Giovanni Caggiati
    1 marzo 2016 at 15:32
    lascia un commento

    con le parole fra virgolette non comparse prima (per errore del sito)

    Trovo francamente debole, priva di contenuti politici e teorici veri e consistenti, se non addirittura pretestuosa (“non mi sembra che ci siano milioni di disoccupati, precari, studenti, pensionati e lavoratori che reclamano la nascita di un partito comunista”), al di là della difesa formale delle due parole “comunista” e “rifondazione”, la risposta di Sferini del PRC al PCdI che meritava almeno un’interlocuzione anzichè un immediato e totale rifiuto. Tra l’altro, rispetto allo stesso titolo di Sferini, non è che il PCdI abbia chiesto al PRC di sciogliersi (non c’è, almeno esplicita, una richiesta in tal senso), semmai è il PCdI che si dichiara pronto a sciogliersi. Dopo essere nato, nel ’98, da una scissione del PRC al fine di sostenere un governo democratico borghese come il Governo Prodi, unico caso al mondo di partito comunista nato per sostenere un governo democratico borghese. Per Sferini non c’è possibilità di unità (alcuna) col PCdI perchè ciò equivarrebbe a riprendere in qualche modo il PCI a danno delle esperienze “lottacontinuista, da socialista di sinistra o da demoproletario”. Ma magari ci fosse oggi in Italia il PCI pur con tutti i limiti che aveva! Eppure i funerali di Berlinguer con la partecipazione sentita di un milione di persone dovrebbero insegnare qualcosa. Berlinguer morto anche per il suo personale affaticamento negli ultimi anni, gli anni ’80, nell’attività politica caratterizzata dal cambiamento di linea del partito, dalla piena adesione a lotte sindacali e movimenti (Fiat, scala mobile, pacifista, delle donne, ecc.), dalla “questione morale”, dal forte rilancio della diversità dei comunisti, in campo nazionale e in campo internazionale anche rispetto ad altri partiti comunisti. Un lascito grande, che andrebbe valorizzato. Come andrebbe ripreso il discorso di Magri al Convegno di Arco del ’90 di Rifondazione Comunista. Il primo inizio di Rifondazione, quasi un atto fondativo della rifondazione, purtroppo indebolito e “oscurato” dalla sbagliata scelta di Ingrao di <> del(l’allora) nascente PDS. Miglior memoria e cultura politica del compagno Sferini ha certo il compagno Dino Greco, responsabile formazione PRC.
    Giovanni Caggiati, Parma (iscritto PRC dalla fondazione)

  • Giovanni Caggiati
    1 marzo 2016 at 15:46
    lascia un commento

    “rimanere nel gorgo” erano le parole scritte fra le ultime virgolette in fondo e ancora non comparse

  • Gianni Tasselli
    8 marzo 2017 at 20:49
    lascia un commento

    Il Partito della Rifondazione Comunista nasce con la precisa idea che Rifondazione significa aderire alla filosofia della prassi, cioè non si fa niente di nostalgico, si fa PRAXIS. Si deve fare nuova analisi, nuova teoria e nuova prassi. Bisogna fare con Lenin quello che lui ha fatto con Marx. Bisogna fare quello che Gramsci ha fatto con Lenin. Bisogna fare quello che Berlinguer ha fatto con Togliatti. Non si può tornare indietro. SI DEVE fare praxis sull’oggi, altrimenti sei comunista solo perchè hai letto molto scritti comunisti. Deve essere chiaro che chi sta in un vero partito comunista, cioè Rifondazione Comunista, ha un rapporto politico e non religioso con la filosofia della prassi, cioè il marxismo.

  • Mario
    12 marzo 2017 at 23:03
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    Un partito che non ha mai fatto gli interessi dei lavoratori. Soprattutto in questi ultimi anni

  • alvaro pascoli
    26 aprile 2017 at 17:37
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    BLa Bla Bla, da partecipante alla fondazione del PRC in provincia debbo dire che ho le tasche piene di tutte le discussioni a sinistra che portano ed hanno portato al suo disfacimento, ogni giorno qualcuno si sveglia e vuole fare una nuova sinistra e se andiamo a vedere la maggior parte sono quelli che la sinistra la hanno distrutta, così come il PRC è finito dove è finito per tutti i casini che ci sono stati al vertice del partito. Dimissioni, lotte interne, scissioni la maggior parte è tutto successo al vertice del partito, perchè anche da noi ci sono stati quelli che cercavano la poltrona e se ne fregavano dei problemi della base. Io ho poca speranza di veder nascere ancora una vera forza di sinistra, il cui obiettivo è combattere questa società per crearne una vera di alternativa al capitalismo ed è questo l’ obiettivo che ci si deve imporre ed è su questo obiettivo che bisogna fare le alleanze. Un’altra cosa, non mi sembra che a sinistra sia stato fatto molto per cercare di capire come mai è finito il mondo “socialista”, lo abbiamo lasciato fare alle destre ed ai pennaioli. saluti comunisti alvaro

  • lOrenzo
    15 maggio 2017 at 18:15
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    Oggi il PRC e il nuovo PCI (ex PDCI e PCdI) oltre ovviamente al PCL e il partito di Rizzo sono lontanissimi alla realizzazione di un partito che difenda operi e più generalmente lavoratori, che sono sempre più abbandonati a se stessi senza tutele da parte di nessuno. Dovrebbero unirsi TUTTI i partiti e movimenti che si inspirano al comunismo senza seguire le differenze minime che si creano seguendo le idee dei vari esponenti, vedi Trotsky, Lenin eccetera, o come dice Caparezza “comunista non cognomista”, formano un unico forte partito comunista che difenda lavoratori, pensionati e disoccupati.

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