Per non essere circondati dal neofascismo

La voglia della ricerca della teatralità, quindi della cassa di risonanza mediatica, è evidentissima. Ma la domanda è: perché è superlativamente evidente, pertanto non occultabile o trascurabile anche in...
Berlino, monumento all'Olocausto

La voglia della ricerca della teatralità, quindi della cassa di risonanza mediatica, è evidentissima. Ma la domanda è: perché è superlativamente evidente, pertanto non occultabile o trascurabile anche in minima parte?
Ho guardato e riguardato il video in cui questi ragazzotti con i giubbotti neri e le teste più o meno rasate circondano un gruppo di persone che fanno volontariato nei confronti dei migranti, comunque della gente più povera e disagiata di questa società.
Ho guardato, osservato, provato a capire e poi credo di aver trovato l’elemento cardine, il fulcro della situazione che la fa trascendere da semplice (se così la si può definire…) contestazione in quell’ipotesi di reato che la procura ha definito “violenza privata”: è l’essere circondati, è il circondare qualcuno.
Se uno entra in una stanza e legge davanti a te un volantino, di per sé non mette in scena un’azione eclatante. Legge. L’elemento – sfida esiste ma può essere visto come un confronto, anche aspro, ma pur sempre un confronto.
Ma se un gruppo di persone sta discutendo attorno ad un tavolo e un altro gruppo di persone entra, circonda il tavolo presidiandone ogni lato, si pone in aperto atteggiamento di sfida e contrapposizione, costringe quelle persone ad interrompere il loro lavoro e ad ascoltare un proclama, ecco che il salto di qualità è fatto.
Un tempo si circondavano i castelli per assediarli, ed ecco che il moderno assedio alla libertà di discussione, di riunione e di azione umanitaria si concretizza sotto le videocamere dei telefonini che vengono accesi per dare in pasto alle reti sociali tanto materiale su cui scrivere brevi e lunghi sproloqui di odio, di disprezzo per una parte di umanità che non invade nessuno, che non ci sottrae niente e che viene utilizzata per alimentare un odio razziale che è alternativo all’unico vero e sano odio: quello di classe.
Quel video vorrebbe far sentire assediati e circondati tutte e tutti noi comunisti, tutti gli antifascisti e tutte e tutti coloro che in tante associazioni si battono ogni giorno liberamente per aiutare chi è in difficoltà senza guardare il colore della pelle, senza badare alla lingua che parla o al dio in cui crede.
La “rovina della Patria” sarebbe causata, dicono costoro, da chi aiuta l’eguale per l’eguale, dal povero che aiuta il povero, dall’umano che soccorre l’umano, dall’italiano che aiuta il non italiano.
Invece gli alti destini della Patria passerebbero per l’esatto opposto: quindi mettere gli italiani al primo posto sempre, anche quando vi è eccedenza di primi posti, quando non sappiamo che farcene.
Alla logica egualitaria della soddisfazione del bisogno senza distinzione alcuna, si sostituisce l’illogica del cosiddetto “sovranismo” che lascia indietro chi non è italiano, che deve mettere in campo il “privilegio” della nascita per negare dei diritti umani, civili e sociali a qualunque essere umano.
La prepotenza, la prevaricazione, l’odio e il disprezzo verso i propri simili si combattono con la consapevolezza reale della genesi delle differenti problematiche sociali: ma le reti sociali impediscono tutto questo perché sono un vomitatoio di insulti, di anatemi furoreggianti, e rarissimi sono i casi in cui qualcuno prova, se non a dialogare, almeno a proporre un ragionamento con frasi non sgrammaticate e di senso compiuto.
I cattivi maestri esistono sempre ma esistono anche tanti pessimi allievi resi tali dal pressapochismo anticulturale e antisociali degli ultimi trenta anni: dal momento in cui alle grandi appartenenze politiche di massa si è sostituito un individualismo tipico del capitalismo e ancor di più specifico nella sua tutt’ora esistente fase liberista.
Ciò che inquieta è l’azione “preventiva”, quella che vuole accusare di una colpa coloro che colpa non hanno ancora avuto: rovinare la Patria, sostenere l'”invasione”.
Vanno rovesciati i concetti: il popolo italiano non può rinchiudersi a riccio e pensare di vivere a sé stante, isolato dal mondo, serrando le sue frontiere, creando un nuovo autarchismo a diversi livelli, compreso quello merceologico; l’invasione inesistente è una facile propaganda mediatica artatamente creata per alimentare una diffusa insicurezza generata dalla crisi economica, dal disagio sociale che aumenta ogni giorno.
Le politiche liberiste sono il problema e non il povero per il povero.
Fu proprio approfittando delle libertà democratiche che i nazisti presero il potere nel 1933 con la determinazione a non lasciarlo più, ad eliminare il Parlamento federale, quelli regionali e a imporsi come unico potere in Germania.
Un tempo, pensando che il popolo italiano fosse sufficientemente istruito in tal senso, si diceva: “le conseguenze le conoscete tutti, sono note”.
Temo che ci si debba aggiornare e ritornare a studiare ciò che accadde dopo la Prima guerra mondiale, durante la parentesi tra le due guerre e anche dopo la Seconda guerra mondiale.
Quelli che volevano la razza pura, la non contaminazione con altri popoli, il controllo dell’economia e che volevano respingere ogni invasione sono stati i primi invasori dell’intera Europa e ne hanno fatto un grande cimitero.
I campi che esistono in Libia, dove i migranti vengono battuti all’asta come al tempo dello schiavismo sistematico, sono poco dissimili dai campi di concentramento del Terzo Reich.
Eppure quanti di noi provano vergogna per tutto ciò? Quanti se ne preoccupano? A poche centinaia di chilometri dalle coste siciliane c’è la disumanità eretta a sistema di controllo dei flussi migratori.
E qualcuno parla di “invasione”: l’invasione degli schiavi contro una nuova Roma oligarchica che rinverdisce le gesta degli antichi patrizi. Ma in Libia non c’è nessuno Spartaco e questi schiavi non sono gladiatori e hanno appena le forze per trascinarsi su un gommone per provare a sopravvivere.
C’è bisogno di coscienza di classe e non di coscienza nazionale per arginare un vero e proprio rigurgito fascista contro la Repubblica, contro la democrazia.
Il problema sta nel tempo: che non si attenda l’irreparabile e l’incontrovertibile per avere un sussulto classista, per tornare a riconoscersi come sfruttati contro sfruttatori ma solamente come italiani contro “stranieri”…

MARCO SFERINI

30 novembre 2017

foto tratta da Pixabay

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