Patria e sinistra, il binomio impossibile

L’argomentazione principale con cui intellettuali, giornalisti e politici comunisti (e non solo) portano avanti un rinnovato concetto di “patria” dentro i valori del socialismo è la lotta al dominio...
Roma, Altare della Patria

L’argomentazione principale con cui intellettuali, giornalisti e politici comunisti (e non solo) portano avanti un rinnovato concetto di “patria” dentro i valori del socialismo è la lotta al dominio bancario continentale della BCE. Una lotta ad un imperialismo che viene guidato dalla Germania (con un claudicante asse stabilito con la Francia) e impone agli stati più deboli economicamente un regime di sottomissione che alimenta la miseria sociale, fa crescere i populismi e i sovranismi di destra estrema e, quindi, fa scivolare l’Europa verso un neonazismo di nuovo modello.
Per questo – sostengono intellettuali, giornalisti e politici comunisti (e non solo) di tal fatta – occorre che a sinistra si recuperi la sovranità come concetto statale, come peculiarità del moderno proletariato che deve anche saper essere “nazionale”, “comunitarista” e, quindi, in qualche strano modo sottragga alle destre il predominio storico (e politico) sul concetto e l’espressione pratica di “nazione”, dunque di “patria”.
L’ultimo tra coloro che hanno affiancato alla parola “sinistra” la “patria” è Stefano Fassina che, proprio pochi giorni fa, ha dato vita con Alfredo D’Attorre all’associazione “Patria e Costituzione”. Sostiene il deputato di LeU che averla fondata in data 8 settembre è emblematico per il collegamento proprio con la “rinascita della Patria”.
L’intento è quello di riflettere politicamente e socialmente sulla “domanda di comunità, di protezione sociale e culturale, per rideclinare il nesso tra sovranità democratica nazionale e Ue, per definire strumenti adeguati per lo Stato per intervenire nell’economia“.
Nessun legame politico con partiti o altre associazioni: un progetto per far rinascere la “sinistra di popolo”. Un ennesimo richiamo al popolo come elemento fondante della sovranità nazionale, con uno sguardo pur necessario al lavoro.
“Combattiamo per una Germania europea in un’Europa unita di democrazie sovrane”. E noi per cosa abbiamo combattuto sino ad ora? Non abbiamo forse sempre detto che era l’Europa dei popoli che ci stava a cuore e non quella del capitale?
Fino a qui l’idea di Fassina e D’Attorre non sembra una grande novità se non fosse che si colloca temporalmente nel mezzo di una crisi profonda della politica, non solo italiana, che allontana i cittadini anche dalla delega rappresentativa, dal voto, dal riconoscersi più che in una idea di società sempre più in un capo forte e deciso che da Facebook faccia sentire la sua voce con mille dirette.
Proprio il momento storico in cui nasce questa ennesima associazione di socialisti patriottici è la chiave di interpretazione che ci serve per comprenderne le ragioni, del tutto opinabili.
Se la sinistra intende ripartire dal bisogno di un ambito nazionale per “costruire una comunità” che si è andata disperdendo, significa che esclude a priori una visione internazionalista dei problemi sociali del popolo, dei popoli.
Il rapporto tra l’appello finale del “Manifesto del Partito comunista” e l’idea di “nazione” è sempre stato problematico ed è stato risolto di volta in volta, in differenti contesti storici, attraverso proprio il minimalismo, la riduzione all’immediatezza della necessità di una lotta: “Patria o muerte!” è scritto sulle monete cubane e su tutti i vessilli dei popoli che hanno combattuto il colonialismo, fenomeno dell’imperialismo come “fase suprema del capitalismo”.
Ma al di fuori del contesto tipicamente coloniale, in particolar modo i comunisti hanno sempre auspicato alla correlazione tra le forze anticapitaliste di tutto il mondo.
Si dirà che quella dell’Unione Europea è una forma di moderna colonizzazione economica di quel “turbocapitalismo” di cui alcuni ciarlano senza conoscerne nemmeno il vero significato legato molto di più alla ferocia del liberismo che alla struttura capitalistica in sé stessa, così come l’abbiamo studiata e conosciuta in e con Marx.
I socialisti che si sono trascinati appresso il “valore” della patria hanno sempre commesso grossolani errori separando gli interessi degli sfruttati sulla base del carattere nazionale verso il quale disponevano la loro politica.
La votazione dei crediti di guerra in Germania, all’inizio del ‘900 ne fu un esempio. Chi vi si ribellò e votò contro, come Rosa Luxemburg e Karl Liebcknekt, finì per separarsi da quelle esperienze e fondare il Partito Comunista Tedesco.
Del resto, già Lenin – che non può certo essere accusato di una pur nobile accusa, come quella di essere un anti-statalista – ammoniva rifacendosi a Marx: “Il marxismo sostituisce a ogni nazionalismo l’internazionalismo, la fusione di tutte le nazioni in una unità superiore. (…) Il proletariato non può appoggiare nessun consolidamento del nazionalismo, anzi, esso appoggia tutto ciò che favorisce la scomparsa delle differenze nazionali, il crollo delle barriere nazionali, tutto ciò che rende sempre più stretto il legame fra le nazionalità, tutto ciò che conduce alla fusione delle nazioni.”.
I comunisti hanno unito questione nazionale e interesse di classe laddove il popolo non era popolo perché privo di una indipendenza totale, di una totale negazione a poter vivere su un territorio liberamente, senza costrizioni che oltrepassassero lo sfruttamento capitalistico aggiungendovi lo sfruttamento dello Stato stesso: di uno Stato che non fosse il proprio.
La lotta per l’indipendenza del popolo palestinese è da considerarsi “patriottica” solo se la si ritiene tale: libertà di un popolo da un altro popolo. Ma il contesto capitalistico permarrebbe anche nella Repubblica di Palestina una volta fondata e riconosciuta universalmente.
Non è dunque dal concetto di patria che nasce quello di uguaglianza, anche se un rivoluzionario come Robespierre, in un celebre discorso alla Convenzione, tracciando le linee di politica interna della neonata Repubblica Francese, afferma: “L’amore per la Patria comprende necessariamente quello per l’uguaglianza“.
Tutto va contestualizzato: la rivoluzione assediata doveva pur aggrapparsi alla nazione, fare del popolo – si badi bene: su base egualitaria – l’asse portante di un capovolgimento della storia in senso purtroppo borghese. Un avanzamento rispetto al feudalesimo residuale dei tre stati generali, ma pur sempre un regime di divisione classista e, quindi, di perpetuazione dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
A ben vedere dalla storia, dunque, Fassina e D’Attore non scoprono alcunché di nuovo, nemmeno appellandosi all’8 settembre badogliano. Non fanno un favore alla sinistra di alternativa appiccicandole addosso un tratto di “sovranismo progressista” per sottrarlo al monopolio di destra.
Una certa sinistra che si picca d’essere comunista e, a tratti, internazionalista pensa di potersi esibire come nazionale, comunitarista per l’appunto, erede di una filosofia politica creata da Costanzo Preve: siccome il capitalismo distrugge le comunità, esse andrebbero ricreate. Niente di male in ciò se il proposito idealistico-pratico fosse quello di ricrearle sulla base non dell’identificazione nazionale delle medesime con sé stesse, ma sulla base di un abbattimento progressivo proprio dei concetti anche filosofici che hanno concesso la rigenerazione del patriottismo come fenomeno di sinistra.
La lotta contro il nazifascismo è stata lotta per la libertà prima di tutto: nell’esserlo è ovvio che comprendesse la lotta per la liberazione di un territorio invaso da un crudele e sadico nemico. E nel fare ciò è altrettanto ovvio, meccanicistico si potrebbe affermare, che una parte di quella Resistenza si battesse per affermare anche in Italia un carattere rivoluzionario della lotta.
Esattamente ricreando le condizioni di dialettica feroce che si erano venute generando nella Spagna repubblicana durante la sanguinosa guerra civile tra il 1936 e il 1939.
Da un lato la vittoria del fascismo franchista e dall’altro la costruzione di un patto costituzionale alto e mai visto in Italia fino ad allora (se non per brevi mesi nel 1849 con la Repubblica Romana di Mazzini, Saffi e Armellini), il compromesso plasmato dall’economia di mercato ha ristabilito – in opposte forme – l’idea di nazione e la conseguente forma di Stato per le “patrie” ritrovate.
Ma nella “patria” non c’è in nuce nessun avanzamento dei diritti sociali e civili: nessun socialismo nell’immediato progredisce attraverso il riferimento ad una comunità nazionale che si confronti con altre comunità nazionali.
L’aveva espresso benissimo don Lorenzo Milani: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e rivendico il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia Patria, gli altri i miei stranieri.“.
L’unica patria riconoscibile è quella della sorte comune che ci tocca nel mentre viviamo: costruire nuovamente le condizioni per far riemergere la coscienza critica, la coscienza di una socialità comune.
Bisogna dare vita ad una sinistra di alternativa che superi la “patria” come necessità attuale e storica e che faccia dei paesi non più degli Stati ma dei semplici territori su cui vivere liberamente.
Tornando all’immediatezza del pragmatismo odierno, se la sinistra pensa davvero di poter sottrarre alla destra terreno di consenso inseguendola, mostrandosi patriottica e comunitarista, ha già perso la sua battaglia appena appena proiettata nell’immediato futuro: contrapporre interessi nazionali ad interessi comuni, sebbene possa sembrare giusto nella lotta contro l’imperialismo europeo della BCE e della Commissione Europea, è trasformare la domanda di uguaglianza sociale e civile in domanda di uguaglianza sociale e civile solo per un determinato popolo.
Non possiamo far rinascere la domanda di sinistra attraverso una domanda di uguaglianza nazionale.
L’internazionalismo ci è necessario per distruggere ciò che va per la maggiore: la differenza non come valore ma come specificità intrinseca, esclusivista. Ed anche se ispirata da una sincera spinta verso l’uguaglianza degli sfruttati, la parola “patria” frena nel pensiero l’idea di una alternativa di società capovolta rispetto all’oggi.
Mortificare questa idea, questa necessità umana e globale, internazionale e collettiva è un pessimo servizio a quella sinistra che si dice voler ridefinire per un futuro migliore.
O ci si riconosce in una sinistra comunista e libertaria o si può comodamente rieditare una sinistra moderata protesa alla difesa dei valori costituzionali in virtù del sacro concetto di “Patria”. A me suona male: mi parla di divisione e non di unione, di esclusione e non di inclusione, di differenza preconcettuale nonostante voglia apparire come valore condiviso.
In fondo la questione è molto semplice: per noi vale e varrà sempre l’antico motto: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!“.

MARCO SFERINI

11 settembre 2018

foto tratta da Pixabay

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Marco Sferini
un commento
  • Franco Astengo
    11 settembre 2018 at 12:34
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    Il proletariato non ha nazione, internazionalismo, rivoluzione

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