Ousmane Sembène. La voce del continente nero

Ateo e comunista, fu il primo regista a raccontare l'Africa con gli occhi di un africano

Benché il cinema giunse in Africa con i Lumière, fino agli anni sessanta del secolo scorso le immagini più diffuse del continente nero erano quelle della famiglia bianca di Tarzan in una giungla di fantasia. La colonizzazione era totale. Poi arrivò Ousmane Sembène o, alla senegalese Sembène Ousmane, poichéin Senegal il cognome precede il nome come in Ungheria, Cina, Giappone, Corea, Siria. Notevole scrittore estese la sua attività al cinema per poter comunicare anche con gli analfabeti del suo Paese.

Ousmane Sembène

Sembène nacque il primo gennaio del 1923 a Ziguinchor nella regione del Casamance nel sudovest del Senegal, figlio di una povera famiglia di pescatori wolof (una delle etnie più grandi del Paese). Il padre, Mousse Sembène, lasciò la moglie pochi anni dopo la sua nascita e il piccolo venne affidato al fratello maggiore della madre, Abdou Rahmane Diop, uno dei primi insegnanti della zona, Ousmane grazie a questo riuscì a frequentare la scuola primaria. A soli 14 anni venne tuttavia espulso poiché prese a schiaffi il direttore francese del suo istituto che pretendeva di insegnare il dialetto corso ai ragazzi senegalesi. Nel 1938 iniziò a lavorare nella capitale Dakar, prima come meccanico, poi come muratore e, soprattutto, cominciò a frequentare le poche sale cinematografiche della capitale rimanendo affascinato dalla visione di Olympia di Leni Riefenstahl. Negli stessi anni conobbe l’Islam, per abbandonarlo poco tempo dopo.

Turbato dall’invasione della Francia da parte della Germania nazista, venne arruolato nel 1942 nelle truppe coloniali francesi come artigliere; combatté in Africa e in Europa, soprattutto in Francia e in Germania. Cominciò confusamente a interessarsi di politica, simpatizzando per il generale Charles De Gaulle. Furono anni complessi che segneranno la formazione di Sembène.

Olympia (1938), della regista nazista di Leni Riefenstahl, affascinò il futuro regista comunista Ousmane Sembène

Tornò in Senegal nel 1947, a Dakar si avvicinò alla figura di Amadou Lamine-Guèye leader del Parti sénégalais d’action socialiste (PSAS, il Partito socialista senegalese) e ricevette le prime nozioni di marxismo grazie ad alcuni professori comunisti giunti nella capitale. Sembène trovò lavoro come ferroviere e partecipò agli scioperi della tratta Dakar-Niger nell’inverno del 1947 in cui i lavoratori africani chiedevano lo stesso salario dei lavoratori francesi.

L’anno seguente si imbarcò clandestinamente per la Francia. Riuscì a trovare lavoro prima come operaio alla Citroën di Parigi, dove rimase solo tre mesi, poi come portuale a Marsiglia. Divenne un autorevole sindacalista della Confédération générale du travail (CGT) e si iscrisse al Parti communiste français (PCF, Partito Comunista Francese). Nel 1950 fu uno degli animatori del blocco, durato tre mesi, delle navi che imbarcavano armi per la guerra in Indocina.

Rimase per anni lontano dal Senegal, ma non dimenticò mai le sue radici, anzi le coltivò. Iniziò a frequentare la locale comunità africana e soprattutto, grazie alla vasta biblioteca della CGT, si appassionò di letteratura africana con particolare riferimento alla négritude (negritudine), il movimento letterario che cercava di far superare agli africani il complesso di inferiorità imposto per secoli dai colonizzatori. Tra gli esponenti di spicco di quel movimento l’amico poeta Léopold Sédar Senghor.

Ousmane Sembène si iscrive al PCF e diventa un autorevole sindacalista della CGT

Si innamorò di una giovane danese e per questo soggiornò più volte in Danimarca. La serenità lo spinse a scrivere e a dipingere. Come dichiarò anni dopo “Da nessuna parte si riusciva a trovare la descrizione di un africano responsabile del suo destino. È questo che mi ha fatto rivoltare, mi ha spinto a scrivere”. Nel 1956 uscì il suo primo romanzo “Le docker noir” (“Il portuale nero”) in cui raccontò la sua avventura a Marsiglia. Seguirono: “O pays, mon beau peuple” (1957), “Les bouts de bois de Dieu” (1960) in cui descrisse lo sciopero dei lavoratori ferroviari della Dakar-Niger, “Voltaique” (1961), “L’Harmattan” (1963), “Véhi-Ciosane” (1964), “Le mandat” (1964).

Iniziò a viaggiare molto, in URSS, Cina e nel Vietnam del nord. Conobbe numerosi intellettuali su tutti Jean Paul Sartre, Paul Eluard, Aimé Césaire e Mongo Beti. Dimostrò che un autodidatta poteva diventare uno scrittore di primo piano, conosciuto e apprezzato. Ovunque fuorché nella sua Africa.

Léopold Sédar Senghor, primo Presidente del Senegal dopo l’indipendenza

Nel 1960, dopo dodici anni di permanenza in Europa, Sembène tornò in Senegal che da poco era divenuto uno stato indipendente e che aveva eletto come primo Presidente l’amico Léopold Sédar Senghor. Iniziò una intensa attività di giornalista, di cui restano i reportage in Congo, su Patrice Lumumba incontrato a Léopoldville, e sulla situazione di quel Paese, ma scoprì che l’analfabetismo nel suo Senegal superava l’80% e che i suoi libri erano assai poco conosciuti. Capì che i racconti non avrebbero mai raggiunto la maggioranza analfabeta del suo popolo, il cinema era una lingua più diretta ed immediata che poteva essere capita anche da chi non sapeva leggere e scrivere. Il cinema come mezzo rivoluzionario di comunicazione con le masse.

Decise così, pur non abbandonando mai la scrittura, di passare alla settima arte. Per ricevere una formazione cinematografica scrisse a registi di tutto il mondo da Jean Rouch a cineasti canadesi e statunitensi, da registi polacchi a quelli cechi, ma ottenne una risposta solo dall’Unione Sovietica. Nel 1961 si trasferì per dieci mesi a Mosca, per uno stage nei prestigiosi studi Gorkï al fianco dei registi Marc Donskoï (Odessa, 6 marzo 1901 – Mosca, 21 marzo 1981) e Sergei Guerassimov (Kundravy, 21 maggio 1906 – Mosca, 26 novembre 1985). Tornato in Senegal Ousmane Sembène iniziò a raccontare l’Africa con gli occhi di un africano.

Borom Sarret (1963)

Nel 1963 realizzò il primo film africano della storia, Borom sarret (Le charretier) che in soli venti minuti, e con pochissimi mezzi, raccontò la giornata di lavoro di un povero carrettiere per le vie di Dakar. La pellicola, che criticò la società dell’epoca, fece conoscere un’Africa reale e non più una di fantasia, “quella povera e quella ricca, la periferia e il mercato centrale, l’ospedale di maternità e il cimitero” (Casiraghi). Nello stesso anno Sembène girò il documentario L’Empire Songhai sull’impero che si sviluppò a partire dal VII secolo lungo le rive del fiume Niger, film purtroppo andato perduto. Nel 1963 fondò la casa di produzione cinematografica Doomirew, che in wolof significa “Figli del paese”.

Per il successivo lavoro, Niaye (1964), il regista spostò l’obiettivo sull’Africa rurale e tribale e affrontò il tema dell’incesto. Nella pellicola, infatti, un capo villaggio ha messo in cinta la figlia; tutti lo sanno, ma nessuno ne parla. La moglie si avvelena per la vergogna, il figlio maschio uccide il padre e viene per questo condannato a morte. La figlia lascia il villaggio e prova ad abbandonare il neonato, ma quando gli avvoltoi volteggiano in cielo, torna a riprenderselo. Un film misterioso per noi occidentali, ma che parla dell’Africa reale, quella che lo stesso Sembène voleva raccontare senza nasconderne le ombre, descrivendo contraddizioni e lacerazioni.

I francesi, tuttavia, rimanevano convinti di aver portano la “civiltà” in Africa. Sembène decise così di affrontare il “problema” nel successivo fu La Noire de… (La nera di…, 1966).

La Noire de… (La nera di…, 1966)

Diouana (Mbissine Thérèse Diop) è una ragazza senegalese che lavora ad Antibes, in Costa azzurra, nella casa di una coppia di borghesi (Anne-Marie Jelinek Robert Fontaine). Viene trattata come l’ultima delle domestiche e la moglie non le risparmia sottili umiliazioni. La giovane Diouana, povera, ma felice in Africa, si chiude in un mutismo assoluto e, negandosi alla condizione di schiava, si uccide nella vasca da bagno.

Tratto dal romanzo “Voltaïque” dello stesso Sembène, il film venne presentato alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes 1966 e fu uno shock. Troppo forte il contrasto, grazie alla fotografia di Christian Lacoste, tra l’oscurità dell’appartamento francese e la luminosità del Senegal, inaccettabile il finale non voleva rappresentare l’autodistruzione isterica della donna, ma un invito alla ribellione di un intero popolo, contro i neocolonialismi e le differenze di classe (significativo il ruolo della maschera).

La Noire de…, noto anche col titolo internazionale di The black girl e ristrutturato grazie a Martin Scorsese, sarebbe dovuto essere il primo lungometraggio africano, ma la burocrazia francese costrinse il regista ad accorciare la pellicola sotto l’ora. Nonostante questo “taglio”, La Noire de… fu a lungo il film simbolo dell’Africa nera. Probabilmente la più nota tra le pellicole di Sembène che si aggiudicò nel 1966 il Premio Jean Vigo. In Italia si è purtroppo visto sono in festival e rassegne tematiche.

La noire de… fu a lungo il film simbolo dell’Africa nera

Sembène tornò in Europa, fu membro della giuria del Festival di Cannes nel 1967 e di Mosca l’anno seguente. Si sposò. Nel 1968 si confrontò per la prima volta col colore, senza grande entusiasmo, per realizzare Mandabi (Le Mandat, 1968) tratto dal romanzo omonimo uscito nel 1964.

Vecchio e disoccupato Ibrahima Dieng (Makhouredia Gueye) vive in un sobborgo di Dakar con due mogli (Issa Niang e Younousse Ndiaye) e sette figli. Un giorno riceve un vaglia (mandat) dal nipote che lavora a Parigi come spazzino, ma la burocrazia, tra disonesti e profittatori, non gli consente di riscuotere il denaro in assenza di un documento di identità. Al destinatario non resta che la solidarietà della famiglia e del postino che chiude il film dicendo “Noi faremo questo paese, io, te, le tue mogli e i tuoi ragazzi”.

Come nel Neorealismo italiano un semplice episodio, il ritiro di un vaglia, servì al regista per mettere in evidenza una società profondamente irrazionale e ingiusta. se “lo spazzino è l’emblema di un’africanità positiva, che soffre con dignità per emanciparsi dal bisogno, il vecchio Ibrahima, pigro e ingenuo, rappresenta le colpe di un’Africa tradizionale che aspetta passivamente senza saper reagire, mentre intorno a lui gli strascichi del colonialismo, una modernizzazione sbagliata, la burocrazia inefficiente e la nuova borghesia parassitaria delle giovani classi dirigenti, segnano il decadimento umano e politico di un Paese preda dell’egoismo e schiavo di falsi miti e nuovi disvalori” (Mereghetti).

Mandabi (Le Mandat, 1968)

Il film, il primo interamente parlato in wolof, si aggiudicò il Premio della critica alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nonché il Premio dei cineasti sovietici al Festival di Tachkent, ma per la descrizione impietosa della società senegalese suscitò molte polemiche in patria.

Sembène nel 1969 allargò la sua casa a Yoff, sobborgo di Dakar, vicino ad una moschea e, da ateo convinto (se si esclude il timido avvicinamento all’Islam avuto in giovinezza), scrisse su un muro esterno “La casa del non credente”. Nuove polemiche. Nonostante ciò l’ammirazione per la sua opera era tale che venne eletto Presidente dell’associazione dei cineasti africani, la Fedération Panafricaine des Cinéastes (FEPACI) divenendo un protagonista assoluto delle attività del Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou (FES.PA.C.O) a Ouagadougou in Burkina Faso che, grazie a Thomas Sankara, aveva invistito più di altre nazioni africane nel cinema.

Emitaï (Dieu du tonnerre, 1971)

Sembène realizzò successivamente due pellicole per la televisione svizzera e francese su lavoro e poligamia e, nel 1970, girò un film commissionato dal “National Council of the Christ” ovvero Taaw in cui, una volta di più, affronto temi d’attualità.

Nel 1971 ritornò in Casamance, la sua regione natale, per girare un film storico. Per Sembène occuparsi della storia significava rinunciare alla satira e al folclore, alla denuncia e ai luoghi comuni. Nacque così Emitaï (Dieu du tonnerre) ispirato alla figura della giovane senegalese Aline Sitoe Diatta che si batté contro le forze coloniali. Il regista non si limitò a questo e allargò, in una visione femminista, la lotta a tutte le donne del villaggio. Il film, presentato al Festival di Mosca nel 1971, risulta essere un po’ sfilacciato rispetto ad altri, forse anche a causa delle sceneggiatura che venne riscritta tre volte.

Sembène pubblicò nel 1973 un nuovo romanzo dal titolo “Xala” da cui fu tratto l’omonimo film uscito nelle sale l’anno seguente. Il titolo, difficilmente traducibile, fa sia riferimento ad un’impotenza sessuale che ad un’impotenza politica. In Xala un uomo d’affari del “nuovo” Senegal si compra una terza moglie che ha l’età della figlia, ma riesce ad avere alcun rapporto. Una commedia a tratti surreale (i ricchi lavano l’automobile con l’acqua minerale) in cui il regista si prese gioco delle “nuove” classi dirigenti del Paese, per nulla diverse da quelle “vecchie”.

Xala (1973)

Nel successivo Ceddo (1977) vestì anche i panni dell’attore. In un periodo non meglio precisato (forse il Seicento) un villaggio è diviso tra mussulmani, cattolici e credenze ancestrali. Affascinante perché descrive pagine di storia a noi ignote, ma piuttosto ostico.

Gli anni ottanta videro un calo nella produzione del cinema africano. Dopo aver abbandonato per mancanza di fondi il progetto Samori, pellicola che sarebbe stata incentrata sulla figura di un capo tribù che unificò tutto l’ovest africano, nel 1987 Sembène realizzò, insieme a Thierno Faty Sow (Thiès, 23 dicembre 1941 – Dakar, 6 dicembre 2009) Camp de Thiaroye (Campo di Thiaroye).

Nel 1944 un battaglione di fucilieri di diversi paesi africani, che ha combattuto nelle fila francesi in Europa e ha conosciuto sia la Resistenza sia i lager nazisti (di cui è reduce in soldato muto e folle che gira con un elmetto tedesco), arriva al campo di transito di Thiaroye. L’entusiasmo si trasforma in delusione davanti alle promesse non mantenute, all’umiliazione, al razzismo delle gerarchie militari francesi. Esasperati i soldati sequestrano un generale, ma quando sembra che finalmente possano ottenere qualcosa, arriva il massacro, premeditato e agghiacciante, da parte dei francesi. La pellicola ottenne il premio della giuria al Festival di Venezia ma, a causa di evidenti motivi politici, non venne distribuito in Francia.

Camp de Thiaroye (1987)

Sembène realizzò successivamente Guelwaar (1992) che affronta il tema spinoso del rapporto tra la minoranza cristiana e i musulmani nel Senegal contemporaneo e critica l’assistenzialismo occidentale. Otto anni dopo ucì Faat Kiné (2000) lo splendido ritratto di una donna di Dakar in lotta per la propria indipendenza, primo capitolo di una trilogia sull’eroismo quotidiano delle donne, continuata nel 2003 con Moolaadé (in italiano Nascondersi) girato nel Burkina Faso e in lingua peul.

In un villaggio islamico, la giovane Collé (Fatoumata Coulibaly) rifiuta di sottoporre la figlia alla diffusa pratica dell’escissione (mutilazione genitale femminile) e accoglie sotto il suo tetto altre quattro bambine che non vogliono sottoporsi alla barbara tradizione. Un forte atto di accusa contro tutti i fanatismi. Durante la lavorazione, Yacouba Traoré realizzò il documentario Référence Sembène (2003).

Il film si aggiudicò la Quinzaine des réalizateurs a Cannes 2004. In Italia Moolaadé è stato presentato in anteprima il 14 marzo 2005 al Festival del cinema africano, d’Asia e America Latina di Milano e grazie all’appoggio di molte associazioni, tra cui Amnesty International, nel 2006 è uscito nelle sale italiane (edito anche in DVD per Feltrinelli).

Moolaadé (2003)

Il terzo capitolo della trilogia sulle donne come speranza per l’umanità, sarebbe dovuto essere La Confrérie des Rats, ma Sembène morì, a seguito di una lunga malattia, a 84 anni il 9 giugno 2007.

Il regista burkinabè Gaston Kaboré (Bobo-Dioulasso, 23 aprile 1951) relativamente al cinema in Africa sottolineò: “Se continuiamo a consumare immagini che vengono dall’estero che ci raccontano le storie di altri popoli, questo all’inizio sarà interessante, ma lentamente perderemo il nostro modo di guardare la realtà”. Ousmane Sembène, autentico padre del cinema africano, riuscì a raccontare la storia della sua gente, trovando con i suoi film un non facile equilibrio tra tradizione e innovazione, cultura europea e cultura africana. Firmò opere importanti e di grande modernità aiutando l’emancipazione di un continente dando all’Africa il “Terzo cinema” capace di parlare di identità, di colonialismo e neo colonialismo. “Io faccio come un griot che racconta le favole: il linguaggio deve essere limpido, le situazioni nette, la gente deve potersi identificare nella storia” dichiarò con l’inseparabile pipa alla bocca.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Leoni d’Africa – Padri (e padroni) del Novecento nero” a cura di Pier Maria Mazzola
“Storie dell’altro cinema” di Ugo Casiraghi – Lindau
“Storia del cinema” di Gianni Rondolino – UTET
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da
Immagine in evidenza immagine tratta dal sito wisemuslimwomen.org e Screenshot dal film La Nouba des femmes du Mont Chenoua, foto 1 da corrieredellemigrazioni.it, foto 2 da it.wikipedia.org, foto 3 da editions-barzakh.fr, foto 4 Screenshot dal film La Nouba des femmes du Mont Chenoua, foto 5 photobucket.com, foto 6 Screenshot dal film La Zerda ou les chants de l’oubli, foto 7 doppiozero.com.

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Corso Cinema
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