Medioevo aureo in Africa

Saggi. Con i suoi studi cruciali, François-Xavier Fauvelle riscatta sette secoli di storia dei quali la tratta degli schiavi aveva interrotto ogni memoria: «Il rinoceronte d’oro», da Einaudi

Sono passati più di cinquant’anni dalle prime indipendenze africane che fecero irruzione sulla scena internazionale agli inizi degli anni sessanta imponendo, oltre alla nuova bandiera nazionale, una vistosa domanda di storia. Fino ad allora, nelle scuole coloniali di ogni ordine e grado, là dove esistevano, si studiava che l’Africa nera era entrata nella storia attraverso la presenza dei bianchi, e che la storia dell’Africa coincideva in larga parte con la storia degli europei in Africa.
All’indomani dell’indipendenza, era chiaro, occorreva voltare pagina. La si voltò in fretta, man mano che ogni stato raggiungeva l’indipendenza, concentrandosi su una strada spesso pavimentata più dai bisogni politici che dalle ragioni storiografiche dello Stato che stava nascendo. Solo rivisitando il recente passato ci si poteva affrancare da quell’insidioso «odeur du père» – l’odore dell’Occidente, secondo quanto scrisse nel 1982 il filosofo congolese V.Y. Mudimbe in Présence africaine – e della sua stantia «biblioteca coloniale».

Sulla scorta degli studi di Jan Vansina sulla tradizione orale (Officina, 1976), ci si concentrò allora sulle fonti orali come antidoto alla documentazione scritta europea, e si abbandonarono gli scavi e gli archivi: si esaltarono le storie delle etnie che si volevano eredi dei regni africani del passato e le si consacrarono più per necessità politiche che di studio. La storia dell’Africa diventò presto prevalentemente storia istituzionale, limitata ai territori nazionali e alle conquiste dell’ultimo secolo in termini di lotte per l’indipendenza e di competizioni tra élite per l’accesso o la spartizione del potere.
I limitati sforzi archeologici e storiografici transnazionali, pure iniziati in alcune istituzioni pubbliche post indipendenza – per esempio il prestigioso Ifan a Dakar, o le scuole storiche di Ibadan, Makerere o Dar es-Salaam – furono ricondotti allo studio del presente nazionale presto minacciato da ricorrenti carenze economiche e da richieste politiche di legittimazione.

Il lavoro di scavo dello storico francese François-Xavier Fauvelle sui «secoli oscuri» dell’Africa medievale va salutato pertanto come una pietra miliare della nuova storiografia sul Continente. Il rinoceronte d’oro. Storie dal medioevo africano, edito in Francia nel 2013 con grande successo di pubblico, e in uscita martedì da Einaudi (traduzione di Anna Delfina Arcostanzo, pp. VIII-286, euro 30,00; in copertina inspiegabilmente privato del sottotitolo originale), offre una carrellata disinibita della storia africana nei secoli VIII-XV.

Fauvelle ha lo stile e la tempra del grande divulgatore, cui unisce l’acribia del ricercatore di terreno attaccato alle fonti, e la leggerezza del narratore che ha il piacere di raccontare e di sorprendere. In trentaquattro piccoli ma densi casi-studio, lo storico francese svela la complessa trama di eventi, scavi, fonti e scoperte, alcune avvenute per caso o passione da solerti funzionari coloniali, che confermano come il continente circumnavigato e scoperto dai portoghesi nel 1498 fosse già in «stretto contatto con le grandi dinamiche di scambio del mondo islamico» da almeno sette secoli.
Lo testimoniano le migliaia di ritrovamenti di cauri delle Maldive, perline di vetro, monete indiane, dinari d’oro battuti localmente, e poi gioielli, braccialetti, frammenti di pietre preziose e vasellame provenienti da tumuli di gente di rango rinvenuti in tombe, chiese, basiliche, moschee e città oggi scomparse – a cominciare da Koumbi Saleh, la vecchia capitale del regno medievale del Ghana, Awdaghost, stazione di testa del commercio transahariano medievale, o il Grande Zimbabwe, il complesso urbano di ‘case in pietra’ Shona sulle rive del Limpopo – che connettevano le zone produttrici di oro e schiavi dei paesi dell’interno con le coste del Mediterraneo e dell’Oceano indiano.

È in queste città produttrici di ricchezza e potere in contatto con il mondo islamico e, attraverso esso, con India, Persia e Cina (e non con l’Europa) che nascono le prime stratificazioni sociali, gli embrioni di «cittadinità» e di civiltà urbana arabo-swahili lungo la costa dell’Africa orientale, i prestigiosi «regni della savana» – Ghana, Mali, Songhai, Kanem Bornu – lungo i terminali sud del commercio transahariano dell’epoca.
Quando Vasco da Gama con i suoi uomini entra nella baia di Malindi dopo aver doppiato il Capo di Buona Speranza nel 1498, nota la presenza di quattro «navi indiane» nella rada: sarà un pilota «cristiano» della costa orientale dell’Africa a guidarlo fino a Calicut in India.
Una fitta rete di rapporti diplomatici, di relazioni politiche e di connessioni commerciali collega ormai da tempo la mezzaluna medievale islamica con il mondo orientale e mediterraneo. I lunghi otto secoli di contatti e di scambi africani con l’Occidente e l’Oriente non sono perciò «secoli oscuri» – ci dice Fauvelle – ma «secoli d’oro» anche se «dimenticati» per quell’interruzione di memoria causata da trecento anni di tratta degli schiavi seguiti dalla dominazione coloniale che ha radicato e diffuso pregiudizi negativi sull’Africa nera.

Di questi secoli dimenticati di cui conserviamo «alcune tracce vive, ma incerte», molto c’è ancora da ricostruire e connettere per riannodare la trama di una storia che sia «aperta alle scoperte ancora da fare e alle trasformazioni di senso». Così gli «oggetti ritrovati» o i «tesori nascosti» rinvenuti in scavi isolati e sbrigativi del passato devono fornire la base di partenza per nuove indagini e ipotesi interpretative: come quelle intorno al ritrovamento, nel 1932, del piccolo rinoceronte (che non poteva essere africano perché unicorno) placcato in oro lungo 14 cm. rinvenuto da un incredulo funzionario coloniale britannico in un tumulo funerario nell’area storica del Grande Zimbabwe (XIV sec.); o la collezione di stoffe islamiche «con iscrizioni in arabo ricamate in seta» risalenti ai sec. IX-XI conservata nella sacrestia del convento copto-ortodosso di Debra Damo in Etiopia; o i dinari coniati con i nomi dei califfi omayyadi e abbasidi (VII-X sec.) ritrovati intorno al convento cristiano da un funzionario dell’allora Africa italiana.
Queste scoperte dell’epoca coloniale, che allora suscitarono dubbi e perplessità circa le provenienze e gli accostamenti culturali, sono oggi difficili da decifrare in assenza di descrizioni accurate relative ai contesti in cui avvennero gli scavi e i ritrovamenti. Come lo sono le descrizioni dei numerosi viaggiatori e geografi arabi (al-Yaqubi, al-Bakri, al-Idrisi fino a Ibn-Battuta) o europei (in particolare il genovese Antonio Malfante e il veneziano Alvise Cadamosto) che di questi contatti hanno riferito o testimoniato, tra il IX e il XIV secolo, secondo ciò che hanno visto ma più spesso solo «sentito o letto».
Ciò che importa tuttavia, secondo lo storico francese, è seguire queste sia pur esili tracce e liberarsi dall’immagine di un’Africa immutabile e tribale a favore di un continente che, sia pure a macchia di leopardo, «ha condotto in prima persona la propria partecipazione alle grandi correnti di scambio intercontinentali» rimanendo protagonista e partecipe dello sfruttamento delle sue risorse e del suo destino. Almeno fino all’epoca della tratta degli schiavi che per tre secoli azzererà i progressi compiuti e preparerà la strada alla penetrazione coloniale europea. Ma questa è un’altra storia.

ALESSANDRO TRIULZI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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