L’occupazione cresce grazie all’iper-lavoro dei precari

Dati Istat di settembre. E i precarizzatori non sono mai stanchi. Se negli anni Novanta la prima generazione precaria poteva considerare il «tempo indeterminato» come uno dei possibili orizzonti, la nuova generazione dei precari vede all’orizzonte l’iper-lavoro e il sotto-salario senza redenzione

Modesto contributo alla decostruzione della litania «la crescita esiste e porta occupazione». Quando sentirete ripetere il ritornello che rimbalza stancamente tra la Bce di Francoforte e Palazzo Chigi a Roma potrete finalmente rispondere: crescono i contratti precari o a tempo determinato, la maggioranza dei quali di durata inferiore ai sei mesi.

Chi lo dice? L’Istat, nella rilevazione di settembre. Rispetto al mese precedente c’è stato un aumento di 2 mila unità. Rispetto all’anno scorso la crescita è di 326 mila unità. Di questi solo 26 mila sono a tempo indeterminato. Gli altri? Il 94% degli occupati dipendenti sono a termine. Solo il 6% da occupati permanenti.

Chi lavora di più? Gli over 50 grazie alla «riforma» Fornero che ha aumentato l’età pensionabile. L’occupazione continua la sua discesa nella fascia anagrafica tra i 35 e i 49 anni, quella che nel tempo precedente alla crisi era considerata la più «produttiva»: i lavoratori adulti hanno perso 110 mila unità nell’ultimo anno.

Questo processo sta avvenendo in un mercato del lavoro stagnante dove la disoccupazione giovanile torna a crescere (al 35,7%) e, allo stesso tempo, cresce il tasso di inattività (+25 mila) sul mese, mentre su base annua è calato di 189 mila unità. A livello generale la disoccupazione a settembre si è fermata all’11,1%, ma restiamo lontani dalla media degli altri paesi europei. Nell’Ue a 19 si è passati in un anno dal 9,9% all’8,9% mentre in Italia il tasso dei senza lavoro è passato dall’11,8% all’11,1%.

Per riassumere: la crescita annua dell’occupazione è legata esclusivamente al lavoro a termine (il 94%); quasi cancellata l’occupazione stabile (il 6%); crolla il lavoro indipendente (le partite Iva: -60 mila unità). L’occupazione che esiste è quella del personale più anziano, mentre i «giovani» – quelli che sono sulla bocca di tutti – sono sempre più precari e ostaggi della zona grigia tra lavoro e non lavoro, tra inattività, lavori occasionali e intermittenti.

La sproporzione colossale tra i tempi indeterminati e i tempi determinati attesta l’unico processo strutturale in corso sul mercato del lavoro, da una generazione: il tempo determinato sta sostituendo il tempo indeterminato a velocità sostenuta. La crescita, drogata dal «quantitative easing» di Draghi e dai bonus di Renzi alle imprese, precarizza tutta l’occupazione esistente e la trasforma in maniera irreversibile. Se negli anni Novanta la prima generazione precaria poteva considerare il «tempo indeterminato» come uno dei possibili orizzonti, la nuova generazione dei precari vede all’orizzonte l’iper-lavoro e il sotto-salario senza redenzione.

L’occupazione oggi è una porta girevole: la transizione tra contratti diversi, da un’attività meno remunerata a un’altra gratuita, e viceversa. La disoccupazione non va considerata solo come l’assenza di lavoro retribuito, ma anche come permanente attivazione del soggetto alla ricerca di un’occupazione più formalmente definita in un precariato strutturale.

In sintesi: il Jobs Act considerato da Mario Draghi come il «totem» delle «riforme-che-aumentano-l’occupazione-senza articolo 18» è fallito. Doveva ri-subordinare tutti i lavoratori, ma il suo «peso» è irrilevante. Funziona, invece, la riforma Poletti dei contratti a termine che ha eliminato la «causale». Questa è l’eredità che il «renzismo» lascia al prossimo governo. I precarizzatori non sono mai stanchi. Avanti il prossimo.

ROBERTO CICCARELLI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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