Lo sguardo obliquo di Franco Fortini

Scaffale. In due libri per l'editore Quodlibet, a firma di Francesco Diaco e Bernardo De Luca, la figura del poeta e saggista, dal tempo dell'adolescenza e giovinezza all'esercizio della dialettica

Il colto editore di cose fortiniane, Quodlibet di Macerata, che stampa anche la rivista L’ospite ingrato del centro studi Fortini di Siena (www.ospiteingrato.unisi.it), pubblica due libri di grande qualità, opera di Francesco Diaco, torinese in forza presso l’università di Losanna, e Bernardo De Luca, napoletano docente di scuola superiore. Si tratta di due giovani studiosi, esponenti di quella ormai numerosa schiera di nuovi interpreti dell’opera di Fortini, miracolosamente emersi dopo un ventennio di oblio che i loro padri avevano decretato nei confronti di un poeta e di un saggista troppo compromesso con marxismo e rivoluzione.
Il libro di Francesco Diaco ha un titolo preso in prestito da Renato Solmi: Dialettica e speranza. Sulla poesia di Franco Fortini (Quodlibet, pp. 373, euro 24). Si tratta di un commento storico critico delle sei raccolte poetiche fortiniane, da Foglio di via del 1946 a Composita solvantur del 1994, l’anno della morte, e costituisce uno strumento utilissimo per quanti vogliano accompagnare la lettura delle poesie di Fortini (oggi raccolte in un oscar Mondadori a cura di Luca Lenzini) con una guida interpretativa che ne aiuti a capire i molteplici significati e significanti.

Il commento di Diaco è inoltre preceduto da un lungo saggio introduttivo in cui l’autore si interroga sul «rapporto tra la scrittura fortiniana e la categoria di tempo» inteso «come principio costruttivo e filosofia della storia». Un tempo attraversato dall’urgenza del presente e dalla tensione verso un futuro liberato dalla schiavitù del capitale. Un tempo, ci ricorda Diaco, fatto «di pazienza e di impazienza», di tragedia e utopia, di «partecipazione e secessione».
In questa incessante dialettica nasce la poesia di Fortini, strano frutto della lirica novecentesca, «sporcato» di economia politica, di società e storia, intriso dei volti, delle speranze e delle sconfitte di quanti hanno lottato per il comunismo, ma senza malinconiche nostalgie arcadiche o populismi accattivanti, anzi: la poesia di Fortini vive nella straniante esibizione del suo essere «poesia», ovvero forma, metrica, maniera, assumendo il detto brechtiano secondo il quale bisogna scrivere in una lingua durevole perché ciò di cui si parla avrà bisogno di molto tempo affinché possa essere realizzato.
Le analisi di Diaco sulle singole poesie, corredate sempre da una ricchissima e aggiornata bibliografia critica oltreché da fonti inedite d’archivio, sono sempre accompagnate da un denso paragrafo conclusivo e riassuntivo in cui l’autore mette a fuoco temi e stilemi fondamentali della singola raccolta esaminata.

Così, ad esempio, dopo aver sottolineato il classicismo goethiano presente nella rappresentazione della natura in Paesaggio con serpente (penultima raccolta fortiniana del 1984), il giovane studioso ne sottolinea il carattere mimetico che non rinuncia ai propri fondamenti storico-politici ma prende atto della sconfitta (momentanea) del socialismo ad opera della controrivoluzione neoliberale degli anni Ottanta e si presenta per questo in forme manieristiche e allusive. «Fortini – scrive Diaco – si esprime obliquamente, in modo cifrato e indiretto, proprio perché ha compreso e introiettato la portata della sconfitta».
Con il lavoro di Bernardo De Luca siamo invece dentro gli anni dell’adolescenza e della gioventù di Fortini, tra la Firenze ermetica anni Trenta, le leggi razziali del ’38, la dilagante potenza politico-militare del nazifascismo, la chiamata per il servizio militare nel ’41, la guerra, l’attesa per la partenza verso il fronte russo, l’esilio in Svizzera, la Resistenza nella repubblica della Valdossola e la decisione di stabilirsi, dopo la Liberazione, con la futura moglie Ruth a Milano dove Elio Vittorini, con cui Fortini lavora al Politecnico, proporrà a Giulio Einaudi nell’aprile 1946 la pubblicazione della prima raccolta poetica del giovane fiorentino, Foglio di via, subito accompagnata da una acuta recensione di Italo Calvino.

Su questa raccolta Bernardo De Luca ha compiuto un approfondito lavoro storico-filologico e ci ha dato un testo (Franco Fortini, Foglio di via e altri versi di Franco Fortini. Edizione critica e commentata, Quodlibet, pp. 368, euro 26) che ricostruisce la genesi, la composizione, lo sviluppo, le varianti, le diverse edizioni del libro primigenio di Fortini, oltreché un ricco e chiaro commento delle poesie e dei singoli versi. Foglio di via («la ‘bassa di passaggio’ che nei trasferimenti accompagna il soldato isolato», spiega Fortini) è stato un libro controcorrente che scardinava dall’interno l’eredità ermetica, provando a rompere il guscio del lirismo autosufficiente della tradizione petrarchesca in direzione di una coralità fatta di dolore ma anche di grandi speranze nate dalla guerra di liberazione e dalla prospettiva di costruzione del socialismo.
«Foglio di via – scrive De Luca – si sviluppa attraverso la dialettica fra due poli delle forme poetiche, corrispondenti ai due poli dell’individuo e della collettività: la greater Romantic lyric, di cui i principali modelli italiani sono rappresentati in Foglio di via da Leopardi e Montale… e quella che, sulla scorta di Starobinski, abbiamo definito ’poesia dell’evento’, i cui immediati esempi sono i poeti della Resistenza francese». Merito del lavoro di De Luca è essere riuscito ad attraversare i testi di questa raccolta poetica rivolgendosi, come scrisse Fortini, «a quella parte di ciascuno di noi che nella ricerca e serietà specialistica ama la serietà della ricerca senza credere nell’ideologia dello specialismo».

DONATELLO SANTARONE

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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