Lo sfruttamento dei viventi è sempre questione di potere

«Dalla predazione al dominio. La guerra contro gli animali», un saggio filosofico a cura di Raffaella Colombo, Gianfranco Mormino, Benedetta Piazzesi, edito da Raffello Cortina

«Una guerra perpetua». Così Thomas Hobbes definì nel 1642 il nostro rapporto con le altre specie, un dominio istituzionalizzato, tanto rimosso dalla nostra coscienza quanto sapientemente pianificato, pervasivo e dalle dimensioni immani. E a ben vedere, gli animali sono ovunque nelle nostre vite, senza tuttavia lasciarne traccia apparente: alimentazione, vestiario, intrattenimento, sperimentazione medica e farmaceutica, sono solo alcuni degli ambiti che si reggono sulle vite brevi e «indegne» degli animali non umani.

La recente pubblicazione del volume Dalla predazione al dominio. La guerra contro gli animali (Raffaello Cortina, pp. 247, euro 21) del filosofo Gianfranco Mormino e delle filosofe Raffaella Colombo e Benedetta Piazzesi mira a indagare la genealogia di questa guerra attraverso tre direttrici principali – la religione, il diritto e la scienza – che, a detta dell’autore e delle autrici, rappresentano quegli snodi privilegiati dove osservare i meccanismi attraverso i quali abbiamo reso accettabile e naturale l’uccisione massificata di altri esseri viventi. Si tratta di un volume importante che in Italia segna la nascita del primo corso universitario in Human-Animal Studies – di cui il libro sarà il principale manuale – attivato presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Milano.

La «questione animale» come grande tema filosofico e politico del futuro, così come previsto da Jacques Derrida più di vent’anni fa, entra ufficialmente nelle aule universitarie a testimonianza che interrogarsi sulla sorte degli animali non è un trastullo per anime belle bensì una delle focali interpretative privilegiate entro cui smascherare gli algoritmi del potere, le prassi di assoggettamento del vivente, lo sfruttamento dei corpi. I rapporti di forza nelle cui morse si costringe la vita dei più deboli non fanno distinzioni di specie. Ed è nella logica piscologica del sacrificio cruento, ovvero in quella «semina del sangue» che mira a ingraziare una forza ritenuta superiore, riscontrabile in ogni periodo storico e in contesti culturali differenti e oggi ancora non del tutto sopita, che Mormino rintraccia le radici del dominio strutturale sugli altri animali, a partire proprio dall’allevamento «con tutti i corollari che seguono, quali l’invenzione della zootecnia o il raffinamento della macelleria e dell’arte culinaria».

Con la pratica del sacrificio inizia un nuovo capitolo per la nostra specie: diviene stanziale grazie all’agricoltura e affina un apparato rituale capace di promettere generosi raccolti e la prosperità del gruppo. In questa nuova economia, gli animali diventano «moneta di scambio» prediletta, il loro sangue versato sugli altari «sangue buono» in grado di ingraziarsi le forze ataviche della natura. In accordo con il lavoro di René Girard, l’antropologia deve procedere di pari passo con l’etologia e il rifiuto di ogni antropocentrismo divenire l’elemento imprescindibile di ogni ricerca scientifica. Il sacrificio ha origine allora in quelle che l’antropologo francese chiama «pieghe etologiche», ovvero quei «comportamenti di rinuncia e di offerta volti a ingraziarsi la benevolenza di un altro individuo e a ottenere così qualcosa che la pura forza non è sufficiente a strappare»; e qui, come non pensare a tutti quei rituali di corteggiamento del mondo animale dove il maschio porta doni o costruisce nidi colorati per indurre la femmina all’accoppiamento.

La sfera del diritto, indagata da Raffaella Colombo, rappresenta l’affinamento di questa tecnica, la legge di natura che si fa norma. Il rischio del sacrificio, per cui all’offerta compiuta non corrisponde necessariamente l’esaudirsi della richiesta, è scalzato dalla certezza di un patto tra pari, un do ut des che cristallizza il fato e trasforma «ciò che ha funzionato in passato in un eterno presente che sarà avvertito dal quel momento come giusto e tradizionale». Diritti e doveri divengono così espressioni di una «teleologia dell’umano», un insieme di norme che traducono non tanto il «bene in quanto tale», ma relazioni storicamente situate di utilità reciproca tra simili, dove non vi è spazio alcuno per chi non ha nulla da concedere ovvero gli animali, «strumenti grezzi che producono solo rumore di fondo».
Tuttavia, se agli animali abbiamo concesso qualcosa, è stato senza dubbio un «posto d’onore» sul tavolo autoptico della scienza. Da Aristotele, passando per il meccanicismo moderno di Cartesio fino ai giorni nostri, i corpi animali sono stati il substrato prediletto da interrogare, spesso in modo violento, affinché rivelassero le leggi del loro funzionamento. Benedetta Piazzesi rintraccia in due modelli teorici principali – l’anatomia e l’etologia – la storia della scienza degli animali.

L’anatomia ha sezionato il corpo dell’animale per cercare di capire il mistero della vita e fallito il tentativo del «progetto analitico della scienza moderna, la biologia, la fisiologia e l’etologia hanno accettato la sfida epistemologica del vivente». In entrambi i casi, gli animali sono stati gli oggetti dell’impresa conoscitiva, proiezioni del nostro angolo prospettico, mai riconosciuti nel loro essere soggetti dotati di una vita e anch’essi in grado di produrre forme proprie di sapere. Ma come insegna la storia, nessun riconoscimento è dato per chi soccombe in battaglia. Si tratta di una guerra, quella combattuta contro gli altri animali, che abbiamo dichiarato tempo fa, si è sostanziata in una disparità di armamenti spropositata e ha portato all’affermazione di una «cultura mortifera», una società invivibile per gli animali non umani che hanno fatto le spese per primi della nostra arroganza, ma anche per tutti gli altri dannati della terra che non sono stati abbastanza forti per resistere.

ELEONORA ADORNI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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