Lo scopo della “rifondazione comunista” oggi

Provenendo da una storia ormai ultra ventennale, Rifondazione comunista è rimasta – insieme agli esempi dei Verdi e della Lega Nord – il partito più longevo sulla scena politica...

Provenendo da una storia ormai ultra ventennale, Rifondazione comunista è rimasta – insieme agli esempi dei Verdi e della Lega Nord – il partito più longevo sulla scena politica italiana. Già questo fatto ci parla di una discreta capacità di adattamento ai tempi per il semplice fatto di esistere ancora pur essendo, da ben nove anni, stata espulsa dagli scranni parlamentari dopo le ripetute sconfitte elettorali de la Sinistra l’Arcobaleno prima e della lista Rivoluzione Civile – Ingroia poi.
In mezzo a queste due presentazioni alle tornate politiche del 2008 e del 2013 sono situate altre sconfitte anche in termini di progettualità di quelle tanto celebri “unità della sinistra” (e “a sinistra”) che vengono sempre stereotipizzate come se fossero a prescindere da ogni evento un  luogo salvifico per la sinistra di alternativa.
Ma il punto dirimente non è dove si costruisce la sinistra (quindi non è il luogo politico, ossia il programma su cui si innesta tutto ciò) bensì con quale prospettiva la si intende rimettere in essere.
Vorrei provare ad interloquire qui con l’esercizio di analisi fatto da Ennio Cirnigliaro nell’editoriale di domenica scorsa su la Sinistra quotidiana, rispondendo così ad alcune critiche che reputo legittime e degne di essere controbattute. E’ tempo che si recuperi una sana dialettica politica che esca dai “social network”, dove è impossibile che si sviluppi davvero realmente un dialogo e una ragionata elaborazione di concetti che portino allo studio delle cause e alla individuazione degli effetti delle dinamiche sociali e politiche in cui viviamo.
Per questo, penso che Ennio abbia ragione nella sua analisi quasi storica del fenomeno “Rifondazione”, di questo binomio “rifondazione comunista” che è davvero stata e tutt’ora è una ardua impresa: come bene scrive, costruire sul nulla è opera abbastanza semplice, seppur complicata, perché è comunque consentito sbagliare; ma costruire sulle rovine del mondo che è stato è molto difficile. Ci si deve in qualche modo adattare e, di contro, si deve innovare, cambiare segno a ciò che non esiste più ma che si vuole far ritrovare in un presente recalcitrante.
Era così nel 1991 quando Rifondazione Comunista nacque e, con qualche paradosso storico, lo può sembrare ed essere anche oggi: ventisei anni fa ci trovavamo davanti alla fine dei grandi rappresentanti politici di massa e, parlando in particolar modo del PCI, eravamo davanti alla fine di un ciclo non solo politico, non solo sociale ma anche statale.
Tutto un apparato di potere che si era rifatto per settanta anni alla Rivoluzione d’Ottobre, al leninismo e al marxismo come guida per la costruzione di una società alternativa al capitalismo, crollava sotto la vittoria dell’apparenza della ricchezza capitalistica e dell’apparente democrazia dei paesi occidentali che, essendo buoni con tutti, interclassisti anche se non certo meno bellicosi e violenti dell’Unione Sovietica, rappresentavano nella vulgata comune il “bene” contro il “male”.
I tentativi di spiegare le differenze tra Socialismo reale (irreale, o irrealizzato, quindi semplice capitalismo di Stato) e movimento comunista italiano hanno preso forma politica proprio nell’operazione della continuità con la creazione del Partito della Rifondazione Comunista.
Quella fu una intuizione splendida perché consentì a generazioni come la mia, ormai ultraquarantenni, di poter dedicare gran parte della propria vita ad un progetto ancora alternativo a tutto il resto che la politica offriva, a tutto ciò che la società ci propinava.
La ricerca di un “luogo” e di una “comunità” dove poter ancora battersi per un mondo diverso, capovolto rispetto a quello di allora (ed anche attuale), esisteva e aveva un nome che era, a lettere minuscole, il programma del Partito stesso: “rifondazione comunista”.
Ma un impegno politico di quelle dimensioni aveva fatto i conti male all’inizio, portandosi dietro un retaggio di pesante stalinismo che venne poi giustamente criticato e abbandonato dando al Partito un chiaro sapore libertario, rifondando davvero i princìpi autentici del comunismo liberato dalle catene del Socialismo reale.
Ed oggi ecco che ci ritroviamo, citando nuovamente il paradosso di cui facevo cenno prima, in una situazione in cui affrontiamo da anni un “secondo tempo” della Rifondazione Comunista a lettere maiuscole e minuscole.
Ci ritroviamo ad essere vox clamantis in deserto per via di molteplici fattori che hanno determinato una condizione di nuovo adeguamento della critica marxista e del movimento comunista ad una società non più critica verso un impero sovietico inesistente e tanto meno critica verso un capitalismo che invece continua ad esistere in forme più aggressive rispetto al recente passato.
Oggi Rifondazione Comunista appare sconfitta come nel 1991 ma senza che vi sia la grande frana del PCI, la fine quindi di un “paese nel paese”. La politica del neutralismo, dell’assenza delle ideologie, della dimenticanza dei vecchi confini tra le grandi aree culturali e sociali che dalla sinistra comunista e socialista andavano passavano dal centro moderato e cattolico per finire alla destra fascista, ha prodotto, sulla scia della necessità del leaderismo come forma coagulante del consenso, l’oblio del collegamento tra fenomeni sociali e rappresentanza politica.
I cosiddetti “corpi intermedi”, rappresentati bene dal sindacato un tempo, oggi non hanno più una funzione di classe pur mantenendo il ruolo per cui sono anticamente nati, per il semplice, banale motivo dell’assenza di una coscienza di classe tra il moderno proletariato inconsapevole d’esserlo.
La voglia di essere tutti “classe media” e l’ostracismo verso la classificazione di “poveri”, “indigenti” e quindi proletari in quanto sfruttati e ipersfruttati (basta guardare i dati dell’impiego precario nelle agenzie interinali, delle assunzioni a tempo determinatissimo nei call-center o per i lavori stagionali…), il rifiuto di essere gli ultimi della società ha contribuito a cancellare la coscienza di classe: dall’orgoglio d’essere una “classe” si è passati all’ “onta” dell’esserlo.
Poi esiste una vasta prateria di sfruttati che non percepisce il contesto di sfruttamento in cui vive e che non ha in sé gli strumenti necessari, soprattutto culturali, per comprendere come funziona il mercato capitalistico e, quindi, cede al caro vecchio “pensiero unico” che ha fatto tanti danni già nei decenni scorsi.
E così, rendere evidente ciò che dovrebbe essere evidente, la condizione di sfruttamento in virtù dell’accumulazione del profitto da parte dei padroni (sia che siano visibili sia che si nascondano dietro grandi poteri finanziari) è un compito molto duro per un partito che si definisce “comunista” e che vuole anche pedagogicamente “rifondare” il comunismo come pratica prima di tutto sociale, per sottolineare che una alternativa a tutto ciò che questa società produce esiste e che si può concretizzare mediante una presa di coscienza singola e di massa al tempo stesso: non esiste la seconda senza la prima, infatti…
Ma la pedagogia sociale della “rifondazione comunista” è anche un lavoro politico più strettamente inteso: la costruzione di un Quarto polo alternativo alle tre destre presenti sulla scena elettorale prossima attiene ad una connessione necessaria tra bisogni dei ceti sfruttati e più deboli e progetti che possono apparire semplicemente “idealistici”.
Il dilemma dunque si pone: seguire gli istinti popolari e navigare a vista o affidarsi ad un lavoro lungo che includa un programma dove esistano elementi di intuizione delle ingiustizie per chi non le vede; che abbia in sé elementi di analisi dei rapporti di forza attuali per chi non è in grado di studiarli da solo.
Costruire quindi la sinistra di alternativa moderna è imprescindibile soltanto se ci si dà come missione quella di essere non semplicemente un cartello elettorale fine a sé stesso per una mera rappresentanza in Parlamento.
Costruire la sinistra di alternativa è una delle ambizioni di Rifondazione Comunista perché attraverso questo passaggio può svilupparsi un rinnovato contatto tra politica e società, tra proposte e bisogni reali, facendo interagire il tutto su una piattaforma di programma che apra una breccia nel trittico di destra che difende, a seconda dei casi, la struttura economica in varie forme e in differenti gradi di tutela del privilegio.
Fare forte Rifondazione Comunista è fare forte la possibilità che si metta in moto un processo di riapertura delle coscienze singole e del “senso comune”, che riprenda ad esistere non la percezione ma bensì la certezza che esiste una lotta di classe e che tutti vi siamo immersi. Soprattutto quelli che ne sono inconsapevoli.

MARCO SFERINI

17 ottobre 2017

foto tratta dalla pagina Facebook nazionale di Rifondazione Comunista

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