L’irruzione di Juncker nella campagna elettorale italiana

In una campagna elettorale che si sta trascinando tra vacuità delle promesse, aggressività neo – fascista, incertezze di prospettiva, probabilità di un elevato tasso di astensione: stiamo vivendo una...
Jean-Claude Juncker

In una campagna elettorale che si sta trascinando tra vacuità delle promesse, aggressività neo – fascista, incertezze di prospettiva, probabilità di un elevato tasso di astensione: stiamo vivendo una delle peggiori prove della già tormentata democrazia italiana irrompe Juncker con i suoi ricatti preconizzando l’eventualità di un “governo non operativo” con relativa crisi di borsa e presunta instabilità economica.

Cosa ci aspetta però dietro l’angolo, all’indomani del conto dei voti il 5 marzo?

Mentre il governo uscente spinge sull’acceleratore dei provvedimenti clientelari e usa l’argomento di una presunta ripresa economica (con l’innalzamento delle previsioni del PIL come specchietto per le allodole) della quale le masse popolari non avvertano minimamente la presenza , due argomenti appaiono tabù nel dibattito pubblico delle forze principali e dei loro presunti “leader”.

In realtà le masse popolari si trovano strette tra il martello di procedere del fenomeno di un impoverimento progressivo accentuatosi ormai da un decennio e l’incudine della disoccupazione, della precarietà del lavoro residuo e della sparizione del welfare e non avvertono davvero la cosiddetta “ripresa”, la crescita del PIL, l’aumento della produzione industriale perché si è fatto insostenibile il cuneo delle diseguaglianze e il ristabilimento, nella crisi della globalizzazione, di condizioni complessive che definiremmo senza esagerazione di “rincrudimento delle condizione classe” e di perdita complessiva di potere d’acquisto, status, diritti.

In realtà troviamo qui per intero, fuori di propaganda, le ragioni di una presenza politica. che si sta affermando anche nella campagna elettorale, di una opposizione di sinistra che, partendo dalla materialità delle contraddizioni sociali di cui soffre la gran parte della popolazione italiana, si prefigga la costruzione di un’alternativa fondata proprio si di una proposta di lotta politica e sociale che punti a proprio ribaltare, prima di tutto, il peso di una concezione dell’economia sviluppata soltanto in funzione delle imposizioni dettate da Bruxelles e Francoforte.

Senza dimenticare, nell’analisi riguardante la realtà concreta dell’UE, come le cosiddette “politiche di coesione” siano sempre state indirizzate nel solco di quella costruzione di disuguaglianze e vere e proprie ingiustizie sociali cui si è già fatto cenno.

 Torniamo però agli argomenti tabù di questa campagna elettorale : la manovra aggiuntiva (5.000 miliardi?) che l’Europa ci chiederà entro la primavera e la fine della droga economica rappresentata dal cosiddetto “Quantitative Easing”, cavallo di battaglia della BCE.

Il tormentone sui mercati è partito già da diversi mesi: la BCE sta preparandosi a chiudere, nel prossimo mese di marzo il Quantitative Easing.

Il QE, o alleggerimento quantitativo, risponde ad uno schema circolare ben preciso: come forma di sostegno alle economie, le banche centrali come la BCE emettono nuovi titoli che sono poi acquistati da cittadini, imprese o anche dalle banche estere. Si viene così a creare nuovo denaro che viene utilizzato per finanziare nuove manovre e servizi. In altre parole:

  1. La banca centrale emette nuova moneta;
  2. la moneta viene usata dalla banca centrale per l’acquisto di titoli;
  3. il prezzo dei titoli sale, il loro rendimento scende;
  4. l’acquisto dei titoli aumenta la liquidità;
  5. i tassi di interesse vengono abbassati;
  6. offrendo più moneta e riducendo il costo dei prestiti (i tassi) si tenta di stimolare gli investimenti e la ripresa.

La fine di questa operazione, prevista appunto per il prossimo marzo (dopo che le altre banche centrali a partire dalla FED hanno già chiuso i rubinetti almeno dal 2015) rappresenta una notizia non di poco conto per i conti pubblici nazionali, visto che la BCE in poco più di 2 anni ha già acquistato attraverso la Banca d’Italia 274 miliardi di titoli di Stato italiani al ritmo medio di 9 al mese. Nel 2016 la BCE ha rastrellato dal mercato secondario un ammontare di BTP pari al 30% del totale delle emissioni di nuovo debito del governo italiano. Per capire, è come se ad un asta su 3 ci fosse stato un unico compratore, la Banca Centrale Europea (anche se in realtà non può andare in asta).

Il Quantitative Easing ha facilitato non poco il lavoro di gestione del debito pubblico a via XX Settembre, visto che il tasso medio delle emissioni è sceso di quasi l’1% dal 2015 facendo risparmiare ulteriori 8 miliardi di interessi. Quanto basta per coprire una parte dei 15 miliardi di perdite registrate nel biennio 2015-2016 sui derivati sottoscritti in passato. Per avere il senso delle proporzioni, lo 0,3% del PIL di sconto sulla manovra per il 2018 strappato da Padoan alla Commissione Europea vale circa 5 miliardi.

Nel 2016, forte della copertura BCE, il Tesoro ha anche azzardato un’emissione a 50 anni pagando un tasso assurdamente basso, sotto al 3% per un “prestito” di 5 miliardi.

Che il periodo di vacche grasse per il management del debito pubblico stia per finire lo si immagina da un po’.

Cosa succederà allora ? E’ questo un punto che proprio la campagna elettorale dei maggiori partiti, quelli che probabilmente saranno chiamati alla prova del governo di unità nazionale o del Presidente, non toccano: meglio mandare in giro promesse a vanvera.

L’altro punto riguarda la manovra bis, che ci sarà imposta nell’immediato post – elezioni.

 Infatti nell’immediato post – elezioni c’è già un punto importante da mettere in agenda e   nessuno ne parla : recuperare i 5 miliardi di euro che secondo l’Unione Europea mancano all’appello. L’Italia si era impegnata con Bruxelles a centrare alcuni obiettivi di riduzione del debito, ma i conti non tornano: mancano 1,7 e 3,5 miliardi di euro, rispettivamente inerenti il 2017 e il 2018. Per questo la Commissione ha invitato «le autorità italiane a prendere le misure necessarie ad assicurare il rispetto delle regole del Patto di stabilità e crescita». Negli ultimi anni il nostro paese ha goduto di importanti dosi di flessibilità dei conti pubblici. Anche per il 2018 ha avuto uno sconto importante, con il via libera da parte dell’Ue a ridurre il deficit dello 0,3% anziché dello 0,6%. Stando alle valutazioni europee, però, l’impegno non è stato mantenuto. La manovra economica, infatti, consentirebbe solo una riduzione dello 0,1%, pari appunto a 3,5 miliardi.

 I conti dunque non tornano.

  È chiaro, dunque, che se il prossimo inquilino di Palazzo Chigi non varerà una manovra bis da almeno 5 miliardi di euro, si assumerà la responsabilità di far scattare la procedura d’infrazione e la conseguente parziale perdita di sovranità in politica economica di un Paese che fino al 2019 avrà un debito superiore al 130% del prodotto interno lordo.

E’ questo il peso che ci portiamo addosso attraverso cosiddetti vincoli europei: è questo il ricatto che Juncker esercita sulla libertà del voto italiano.

 Sul fronte dell’economia il cammino per il governo che scaturirà dopo le elezioni di marzo non si preannuncia allora proprio in discesa. E non solo per la manovra bis richiesta dall’Europa.

 Ad aprile dovrà essere approvato il Documento di economia e finanza, ma se il nuovo esecutivo non sarà stato ancora costituito potrebbe essere quello uscente, in carica per gli affari correnti, a dover presentare il Def. E quindi a delineare impegni vincolanti per il nuovo governo, che potrebbe apportare variazioni solo a settembre 2018 attraverso la nota di aggiornamento al Def. In agenda ci saranno sicuramente temi aperti , soprattutto quello finora esorcizzato (e anch’esso assente dal dibattito elettorale) circa il reperimento dei fondi indispensabili per sterilizzare la clausola di salvaguardia Iva.

 Bloccare l’aumento dell’imposta sul valore aggiunto a partire dal primo gennaio 2019 (ricordiamo che è previsto il passaggio dell’aliquota base dal 22 al 24,2% e di quella ridotta dal 10 all’11,5%) richiede il reperimento di 12,4 miliardi di euro.

 È evidente che i nodi di fondo, debito e ammontare della spesa pubblica, continuano a rappresentare un pesante fardello che pesa sulle scelte di politica economica del Paese.

 Fardello che – indipendentemente dai programmi elettorali – condizionerà fortemente le decisioni del nuovo esecutivo.

Sarebbero necessari elementi di valutazione offerti dai partiti in lizza nella competizione elettorale che invece paiono proprio dedicarsi ad altre questioni, più facili da maneggiare verbalmente elargendo promesse e sbandierando dati fasulli.

Il nostro tema rimane però quello del costruire l’opposizione: un’opposizione direttamente collegata alle istanze che si presentano nei settori della società che hanno sofferto la crescita delle diseguaglianze e la perdita del welfare.

FRANCO ASTENGO

24 febbraio 2018

foto tratta da Wikimedia Commons

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