L’immaginario stragista dell’«americano tranquillo» e la regolarità agghiacciante dei «mass shooting»

Gli ultimi casinò sulla strip, prima che Las Vegas boulevard diventi l’autostrada per Los Angeles, sono il Mandalay e il Luxor con la sua piramide di vetro brunito e...

Gli ultimi casinò sulla strip, prima che Las Vegas boulevard diventi l’autostrada per Los Angeles, sono il Mandalay e il Luxor con la sua piramide di vetro brunito e la sfinge di gesso. Di fronte a quest’ultimo albergo a tema antico egizio c’è lo spiazzo scelto dall’ultimo cecchino per compiere la sua strage.

I primi bollettini della polizia sono rimbalzati poco dopo mezzanotte, ora del Pacifico, e sono continuati nella notte fino a registrare «la peggior strage nella moderna storia degli Stati uniti». Il lugubre record sorpassa quello precedente, appena dello scorso giugno, quando sono state ammazzate 49 persone in un locale notturno gay a Orlando, in Florida.

Uno stillicidio luttuoso di statistiche che torna a sottolineare come i mass shooting ricorrano con un’agghiacciante regolarità che torna a porre l’esasperante questione delle cause di una autoctona psicopatologia sociale. Nella fenomenologia degli omicidi di massa il cui catalogo ogni anno si arricchisce di tetre statistiche, nel mirino finiscono vittime innocenti  colpite in scuole, locali pubblici, mezzi di trasporto, chiese.

L’assurda tassonomia delle mortifere violenze di massa prevede di solito il nichilismo di un «lupo solitario» che armato fino ai denti spara metodicamente sulla moltitudine indifesa. Nella classifica rientrano i «semplici» omicidi plurimi e le stragi di massa che ricalcano ogni volta modalità prevedibili: una delle prime stragi moderne avveniva quando 5 anni fa un cecchino si asseragliava in un campanile sul campus dell’università del Texas ad Austin uccidendo 15 passanti sottostanti, la stessa dinamica di domenica.

In quasi ogni caso l’autore (sempre maschio) non offre spunti che segnalino in precedenza i suoi propositi. Un altro elemento canonico delle stragi americane sono le interviste del giorno dopo ad amici e vicini che esprimono lo stupore e sottolineano la consueta normalità dell’assassino.

Anche Stephen Paddock, 64 anni, era il solito «uomo tranquillo». Ma in ultimo questo film dal tragico epilogo sul Vegas Strip c’è qualcosa di più – scene di altri immaginari americani. Dillinger: il padre di Paddock era un rapinatore seriale di banche, condannato a vent’anni e finito sulla lista dei most wanted Fbi in seguito ad una fuga dal penitenziario.

E c’è un pizzico di Truman Show: Paddock ritiratosi a vita privata dopo una carriera da ragioniere alla Lockheed Martin, abitava  a Mesquite, sul confine fra Nevada e Arizona.
Si tratta di una retirement community come ce ne sono a migliaia sparse negli hinterland brulli del sudovest americano. «Comunità pianificate» per pensionati  vietate  agli under 55 e ai bambini, grappoli di villini prefabbricati e climatizzati  circondati da surreali aiuole verdi lambite dal deserto con doppio garage e accesso al campo da golf d’ordinanza

Paddock rientra quindi apparentemente nella «categoria di normale strage suburbana» come ha precisato lo sceriffo di Las Vegas  annunciando che l’evento non aveva «matrici terroriste» (leggi: l’autore non era musulmano). Un distinzione di discutibile  interesse per le vittime e i loro famigliari ma di grande importanza per alcuni, compreso l’attuale presidente americano.

Per Trump che ha costruito la propria ascesa anche sulla denuncia del «terrorismo radicale islamico» e l’uso rituale della frase come grimaldello contro il «buonismo» degli avversari la distinzione è cruciale. Il suo briefing del mattino dopo è stato lapidario e lontano dalla bellicosità esibita in modo consueto dopo casi di attentati islamici anche lontani (Londra, Nizza) quando suole tuonare su pugno di ferro e scontro di civiltà. Su Las Vegas  ha solo invocato col tono sobrio del predicatore, la solidarietà con le vittime, elogiato le forze dell’ordine e compianto l’atto di «pura malvagità».

Molti altri politici hanno addotto il lutto per evitare commenti specifici ma è certo che gli uffici stampa della National Rifle Association stiano già lavorando per anticipare ogni possibile appello per limitare la marea di armi da fuoco in cui è sommerso il paese che detiene l’assoluto primato mondiale delle violenze.

Oltre che efficientissima lobby per l’industria delle armi, la Nra è partito politico ombra allineato su posizioni  trumpiste (come la polemica contro la contestazione degli atleti: il sito ufficiale attualmente apre con un appello a «stare in piedi per la bandiera»). In otto anni Barack Obama venne ripetutamente chiamato a esprimere il cordoglio post-stragi. Il culmine fu la sparatoria alla scuola elementare di Sandy Hook a Newtown Connecticut.

L’uccisione di venti bambini spinse Obama e il congresso a tentare di passare norme lievemente più severe. Non servì a nulla e per molti quel fallimento è conferma che nulla potrà mai cambiare, tantomeno con l’attuale governo.

Rimane solo inevitabile l’ultima, solita considerazione in questo paese che registra ad oggi, solo nel 2017, 11.572 morti per arma da fuoco (il 10% di questi per mano della polizia).
Come diceva Michael Moore in Bowling for Columbine – parafrasando proprio un slogan della Nra: «Non sono le pistole ad uccidere ma gli americani che le impugnano».

LUCA CELADA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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