L’età adulta di Google nell’era dei populismi

Codici aperti. Vent'anni dopo la sua nascita, l'impresa di Larry Page e Sergey Brin si trova a fronteggiare i cambiamenti della società, dalla crisi economica al nuovo potere della Cina fino al ritorno dei nazionalismi

Il Burning Man è un appuntamento al quale per anni Sergej Brin e Larry Page hanno sempre partecipato da quando, studenti talentuosi della Stanford University, partecipavano a un progetto di ricerca su come accedere velocemente a tutte le informazioni di Internet. Come molti coetanei che frequentavano gli stessi corsi di computer science, i due giovani pensavano che scrivere un codice (informatico) fosse una forma di arte. Il Burning Man era ritenuto un luogo destinato a smanettoni, geek, nerd, artisti e frichettoni vari desiderosi di assaporare le ultime briciole della controcultura yankee. Larry Page e Sergej Brin, più che per adesione alla controcultura, vi partecipavano per respirare a pieni polmoni lo spirito del tempo di Silicon Valley. Per il resto, facevano vita da università.

Sta di fatto che alla metà degli anni Novanta, i due ormai laureandi firmavano un accordo con la Stanford University per l’uso commerciale dell’algoritmo messo a punto dal gruppo di ricerca che li vedeva come promettenti ricercatori, brevettato dal campus universitario, come permetteva e permette di fare una legge approvata dal Congresso durante il lungo inverno reaganiano. E quando nel 1998 hanno fondato Google sapevano già come come fare tanti soldi: con la micropubblicità pagata da chi vuol promuovere i propri prodotti e servizi presso il numerosissimo pubblico della Rete. Un modello di business diventato poi dominante nella net-economy. Uso di programmi informatici open source senza rinunciare alla proprietà intellettuale (i brevetti non sono mai messi in discussione), servizi gratuiti per gli utenti, che devono però cedere i propri dati personali a Google, consentendo così di poterli aggregare e venderli a chi è interessato a campagne pubblicitarie mirate. I due universitari, grazie anche a una ingente e iniziale iniezione di venture capital, hanno sviluppato la classica gallina dalle uova d’oro.

Google è infatti diventata nel giro di un biennio una delle over the topdella Rete. Continua ad accumulare dati, a promuovere il riciclo delle tecnologie «superate» per i propri data center, a costruire i googleplex vicino a fonti energetiche pulite (idroelettrica e solare) che inquinano di meno ma soprattutto sono meno costose del carbone e del petrolio; gestisce la pace sociale con i propri dipendenti attraverso la regola dell’80% dell’orario di lavoro vincolato alle necessità dell’impresa e il restante 20% per sviluppare progetti personali. Il motto che campeggia nei corridoi dell’impresa è sempre don’t be devil, con il quale la società si impegna – ma è una promessa tradita in nome degli affari – a non diventare complice con pratiche statali o imprenditoriali lesive delle libertà individuali e collettive.

Il modello di business che propone è dunque liberal, ma fortemente ancorato al vangelo individualista della Silicon Valley, che predica l’innovazione e una visione dove il singolo deve diventare un imprenditore di se stesso, a patto però di rispettare un gentleman agreement nel calpestare con gentilezza i propri simili.

A venti anni dalla sua fondazione Google rappresenta ormai l’emblema del «capitalismo delle piattaforme», cioè di quel modello di business che vede l’uso gratuito di alcuni programmi informatici in cambio della cessione dei dati personali e di navigazione, trasformandosi in una delle imprese che hanno dettato il ritmo dello sviluppo capitalista en general. È diventato uno dei simboli di un capitalismo globale, tollerante, cultore della diversità degli stili di vita che esprime il suo potere nel mondo in maniera soft in base a una versione meritocratica del motto «a ciascuno secondo le sue capacità». Insomma, Google come simbolo di quello che Marx ha chiamato «il socialismo del capitale» (alcuni, a ragione, hanno sottolineato che visto il livello dello sviluppo delle forze produttive sarebbe meglio usare l’espressione «comunismo del capitale»).

Ormai Google offre servizi che spaziano dalla posta elettronica alla consultazione di libri, alle mappe e molti altri ancora in linea con il sogno di diventare l’obbligato punto di ingresso alla Rete. Da qui, l’avvio di costosi progetti di ricerca e sviluppo sull’intelligenza artificiale. Ma contro la società di Page e Brin sono stati pubblicati saggi e articoli che l’accusano di essere responsabile di un instupidimento di massa. E svelate sono anche le collaborazioni con governi autoritari (Cina, ad esempio) per colpire dissidenti di questo o quel paese. Ma da quel 1998 molti byte sono passati nei nodi della Rete. Larry Page e Sergej Brin devono fronteggiare cambiamenti di scenari che gettano ombre sul loro modello di business.

In primo luogo, la crisi economica del 2008, poi il potere economico della Cina, che non ha avuto certo remore a bandire dal suo territorio Google. Poi, la contestazione nazionalista e populista del cosmopolitismo della Silicon Valley da parte dei populisti made in Usa. E quando alla presidenza è eletto Trump, Google apprende che quel modello di business ha sì luci, ma anche qualche ombra di troppo che deve essere affrontata, scegliendo però la strada di una collaborazione con l’inquilino populista della Casa Bianca.

Espressioni come «sovranismo digitale», centralità degli stati-nazioni a definire le regole della Rete sono un ritornello ormai noto. Se a canticchiarlo è la Cina, è facile individuarne la valenza comunque imperiale; ma se poi ci sono tanti altri paesi che vogliono balcanizzare la Rete, il modello di business alla base del capitalismo delle piattaforme comincia a scricchiolare.
Per fronteggiare i problemi, Google ha deciso, ad esempio, di partecipare a progetti di ricerca militare, incontrando però l’aspro dissenso di molti suoi ricercatori, che hanno pubblicato una lettera aperta affinché Brin e Page si ritirino da quella collaborazione con il Pentagono. Per il momento, Google continua come se niente fosse, ma l’uscita pubblica di un dissenso da parte deiknowledge workers è stata interpretata come la fine della pace sociale nella Silicon Valley e nell’high-tech.

Infine, la concorrenza ormai dichiarata degli stati nazionali nel settore dei Big Data: perché lasciare un settore così promettente economicamente solo alle imprese private, hanno cominciato a sostenere i militari, la polizia e i vari ministeri che accumulano dati personali. In fondo, se si riducono le entrate fiscali – Google, come altre imprese globali hanno sistematicamente operato per eludere le tasse in tutti i paesi dove operano – i soldi vanno trovati da qualche altra parte, a partire anche dai Big Data. La versione liberista dello stato imprenditore è la nuvola più fosca apparsa all’orizzonte di Google e alle altre over the top della Rete.
Venti anni sono tanti, quasi un’era geologica nel tempo della Rete. Bisognerà vedere quali saranno gli adattamenti alla selezione naturale di Internet. Ma ci può essere anche quell’impresto immaginato da Stephen Jay Gould, cioè che ci possa essere una accelerazione e un salto nell’evoluzione questa volta avviato dalla fonte dell’innovazione, cioè la cooperazione sociale produttiva e il lavoro vivo. In fondo solo così è possibile restare fedeli, all’interno di una attività produttiva, al motto don’t be devil.

BENEDETTO VECCHI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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