L’esule Puigdemont resta in Belgio: «Interrogatemi qui»

Crisi catalana. L’ex president, convocato oggi dal giudice, non andrà a Madrid. Rischia un mandato d’arresto europeo e fino a 25 anni di carcere per il reato di ribellione

È un angolo blindato del centro di Madrid, sconosciuto ai turisti, quello su cui sono puntati gli occhi di tutti: è la piazza intitolata alla Città di Parigi, in cui si affacciano i due edifici giudiziari più importanti del Paese, dove oggi sono chiamati a comparire i principali esponenti dell’indipendentismo catalano. Tutti i componenti del governo della Generalitat, destituito dall’esecutivo di Mariano Rajoy, e cinque membri su sette della presidenza del parlamento regionale, anch’esso sciolto sulla base dell’articolo 155 della Costituzione, dovranno essere interrogati come indagati per i delitti di ribellione, sedizione e malversazione.

La tensione è altissima perché ieri Paul Beckaert, l’avvocato belga dell’ormai ex presidente catalano Carles Puigdemont, che si trova a Bruxelles, ha fatto sapere che il suo assistito non ha intenzione di presentarsi a Madrid, chiedendo che le sue dichiarazioni vengano raccolte tramite videoconferenza. Lo stesso vale per i quattro ministri del governo regionale che hanno raggiunto la capitale dell’Ue. Se la risposta sarà negativa, il leader nazionalista e i quattro consellers rischiano un ordine di arresto europeo. Che rappresenterebbe una ulteriore escalation del conflitto.

L’interrogatorio di fronte al giudice istruttore del Tribunal supremo si preannuncia «più tranquillo», perché tutte le persone citate si presenteranno. Potrebbe essere un terremoto, invece, quello di fronte alla magistrata Carmen Lamela che conduce le indagini presso l’Audiencia nacional, se dovesse ordinare l’arresto di Puigdemont. È probabile che il procuratore lo chieda, così come fece per i leader delle associazioni indipendentiste Anc e Òmniun, Jordi Sànchez e Jordi Cuixart, ottenendo dalla stessa giudice una risposta favorevole. Il precedente è pesante: per il reato di sedizione ci sono già due importanti esponenti dell’indipendentismo che scontano la carcerazione preventiva, concessa proprio per il rischio di fuga. Non a caso, la scelta di Puigdemont di restare a Bruxelles – «ci resterà per un po’» assicurava ieri un dirigente di Esquerra republicana – suscita polemiche fra gli stessi indagati: per Joan Josep Nuet, membro della presidenza del parlamento di Barcellona in quota Catalunya si que es pot (lista della galassia Podemos), il comportamento dell’ex numero uno della Generalitat rischia di compromettere la libertà personale di tutti loro.

Nei confronti degli esponenti indipendentisti procedono due diversi organi. Davanti alla sezione penale del Tribunal Supremo, massima istanza giudiziaria di Spagna (affine alla nostra Cassazione), compare chi gode ancora formalmente delle prerogative che la legge concede ai deputati: si tratta della presidente del Parlament di Barcellona, Carme Forcadell, e dei suoi colleghi dell’ufficio di presidenza dell’assemblea. I membri dell’esecutivo regionale, invece, sono a tutti gli effetti decaduti, e il loro procedimento si svolge dunque presso l’Audiencia nacional, una corte che non ha omologo nel nostro Paese. È un tribunale con competenza su tutta la Spagna per i delitti di maggiore impatto «politico» o con ripercussioni internazionali, dal terrorismo al traffico di droga. Diversi sono gli organi, ma uguale è l’istanza da cui procedono le denunce: la Fiscalía general del Estado, la Procura nazionale che è al vertice di tutte le procure distrettuali, secondo un ordinamento molto diverso da quello italiano.

Potrebbe anche, per il momento, procedere tutto senza ulteriori colpi di scena, se i giudici concederanno agli indagati più giorni per studiare le carte, come chiederanno i loro avvocati. Questa prima fase si concluderà quando i magistrati istruttori decideranno se (e chi) rinviare a giudizio, e soprattutto per quale reato.

Molti giuristi sollevano dubbi soprattutto su quello di ribellione (analogo a quello di attentato contro l’unità dello Stato dell’articolo 241 del codice penale italiano), che può costare fino a 25 anni di carcere: la norma prevede che si tratti di azioni violente, con le armi, ciò che evidentemente non è accaduto. Di sedizione si macchia invece chi cerca di impedire «pubblicamente e tumultuosamente l’applicazione delle leggi», e non quindi «attentare alla Costituzione»: le pene in questo caso vanno dai 4 ai 15 anni.

Nella giornata di ieri sono state molteplici le dichiarazioni di appoggio del mondo indipendentista, attraverso le reti sociali, nei confronti degli indagati, e gruppi di militanti di Esquerra e del PDeCat si sono dati appuntamento alla stazione di Barcellona per salutare chi di loro partiva verso Madrid. Ma twitter è stato soprattutto il teatro della spaccatura sempre più clamorosa nello schieramento che, in teoria, fa riferimento a Podemos: Albano Dante Fachín, segretario in bilico della federazione catalana del partito di Pablo Iglesias, ha pesantemente polemizzato con Lluís Rabell, presidente del gruppo parlamentare di Catalunya si que es pot, di cui fa parte la Podemos catalana. Pomo della discordia, un tweet in cui Rabell ha criticato gli indipendentisti e chiamato all’impegno in vista delle elezioni del prossimo 21 dicembre, a cui Fachín ha risposto che «di fronte alla repressione non si deve pensare alla campagna elettorale». Gli spazi di ricomposizione sono ormai chiusi, e ormai manca solo l’ufficialità all’abbandono di Podemos da parte di Fachín e del gruppo di dirigenti locali a lui più vicini.

JACOPO ROSATELLI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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