Le grandi rivolte popolari al tempo di Facebook

Il punto è anche di principio, ma la rivolta telematica sulle reti sociali che riguarda i sacchetti biodegradabili da pagare, a far data dal primo gennaio scorso, circa 2...

Il punto è anche di principio, ma la rivolta telematica sulle reti sociali che riguarda i sacchetti biodegradabili da pagare, a far data dal primo gennaio scorso, circa 2 centesimi l’uno per acquistare frutta o verdura nei supermercati è essenzialmente un fenomeno di rabbia più che di consapevolezza sociale di come funzioni il sistema delle merci e, in generale, l’economia di mercato.
Nessun fuoco sacro alimenta mai l’indignazione per i contratti cui sono sottoposti i lavoratori delle grandi catene commerciali. Tutt’al più ci si limita a vedere qualche passaparola che solidarizza con i nuovi sfruttati ma non nascono catene di risposte e controrisposte che si accusano vicendevolmente di dire il vero o il falso; non nascono diatribe che accendono le bacheche delle pagine Facebook di chi vota tanto a destra quanto a sinistra.
Naturalmente nascono le false notizie e sono proprio queste ad essere quelle più gettonate perché basso è il livello di comprensione dettato da un serio approfondimento di ciò di cui si sta parlando.
Tutti diventano grandi esperti del settore, tutti pensano di poter parlare di tutto. E così, senza nemmeno essere a conoscenza del fatto che il prezzo del sacchetto biodegradabile lo si paga direttamente sul prezzo della merce acquistata (e non sul sacchetto medesimo, in quanto possesso materiale dello stesso), qualche tuttologo ha pensato bene di prendere delle arance, delle banane ed etichettarle una per una: eureka! si sarà detto l’internettiano amico consumatore, “Così ho fottuto il sistema”.
Invece, senza prendere il sacchetto, etichettando quattro banane ha pagato sei centesimi, quindi come se avesse insachettato una banana per volta.
Sembra davvero una azione dettata da un ribellismo puerile, da una voglia di rivalsa tipicamente populista, dettata dalla velocità della diffusione di informazioni errate che vengono acquisite come verità assoluta, indiscutibile.
Un tempo il motto era: “L’ha detto la televisione!”. Ed almeno qualcosa di vero c’era in quelle parole.
Oggi il motto è: “L’hanno postato su Facebook!”, ergo è certamente vero. Perché Facebook è la piazza dove tutti possono dire tutto senza vergognarsi di dirlo, visto che a proteggere la dilagante ignoranza e l’analfabetismo di ritorno che la precede, è sempre una tastiera che fa da protesi anche alla cara vecchia penna con cui si scriveva e si aveva, nella lentezza, il tempo per riflettere meglio e magari cancellare un obbrobrio linguistico o concettuale.
Invece la velocità è il demone che prende tutte e tutti: la velocità di Internet, della fibra, dello scaricamento dei film o della musica; la velocità nell’apprendere una notizia dai telegiornali e replicarla stupidamente sui “social network” per diventare protagonisti per un attimo, nemmeno per un quarto d’ora; protagonisti come i mezzi busti della televisione: giornalisti di noi stessi, per interpretare una parte, per sentirci non utili, socialmente tali, ma per catalizzare su di noi l’attenzione degli altri.
Se non fosse una realtà data, sarebbe bello fosse un gioco: chi per primo pubblica la notizia dell’ennesimo piovasco in provincia o del terremoto che la televisione e le agenzie hanno già battuto ripetutamente?
“L’avete sentito il terremoto?”, non lo si chiede più nemmeno telefonando ad un amico. Lo si scrive su Facebook.
E così è per i sacchetti biodegradabili a due centesimi di euro. La notizia indigna perché in tempi di crisi si bada poco alle leggi antisociali fatte dal governo in questi anni, si maledicono i partiti e la sinistra senza ben saper individuare i confini della medesima, ma non si scende in piazza per protestare contro tutto ciò.
Poi nasce il movimento ribellista per una gabella insignificante che, ripeto, sarà anche un punto di principio ma avrebbe la dignità di esserlo se chi lo proclama tale si indignasse tutto l’anno per misure di tagli al sociale che sono ben più gravi di due centesimi per un sacchettino che abbiamo sempre usato, che abbiamo sempre pagato. Soltanto, ora, ce lo hanno detto.
E siccome prima non ce ne eravamo accorti, ora protestiamo.
La lotta di classe, lontano dall’esserci, forse la faremo prima su Facebook e poi nella realtà… e magari partirà dalla suprema indignazione popolare non per le pensioni inesistenti, non per le lauree inconcludenti, non per il lavoro reso schiavitù moderna, ma per un centesimo in più sul sacchetto di carta del panettiere.
Del resto, come si dice… “resistere un centesimo in più del padrone!”.

MARCO SFERINI

4 gennaio 2018

foto tratta da Pixabay

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