Lavorare senza voler apparire, la lezione dell’imperatore filosofo

“Lavora: ma non con l’aria della vittima, né per farti compatire o ammirare; desidera, invece, una cosa soltanto: muoverti e trattenerti come richiede la ragione della socialità“. Così ragionava,...

Lavora: ma non con l’aria della vittima, né per farti compatire o ammirare; desidera, invece, una cosa soltanto: muoverti e trattenerti come richiede la ragione della socialità“.
Così ragionava, molto, molto tempo fa, l’imperatore Marco Aurelio nel libro IX dei “Τὰ εἰς ἑαυτόν“, quindi nei “Colloqui con sé stesso”.
Quella che ricordavo è una riflessione semplice: nel testo che ci è pervenuto vi sono profondità di pensiero che oltrepassano la quotidianità e che si riferiscono al rapporto tra l’essere umano e la divinità, tra l’uomo e la natura, il rapporto del singolo col potere e così via dicendo.
Però, quello che ho citato è un pensiero dell’imperatore filosofo che sapevo di aver letto, ed avevo l’impressione che fosse suo… E siccome volevo esserne certo, ho ripreso in mano il testo e l’ho cercato.
Dopo alcune ore di letture l’ho scovato! E allora ho gioito perché mi serviva per spiegare come, proprio nella Roma imperiale, ci fossero un tempo potenti di una certa levatura morale e intellettuale che oggi si fa fatica a trovare anche con il lanternino dalla fioca fiamma cinica di Diogene.
La Roma della spazzatura, quella di chi si sente abbandonato da istituzioni e servizi che dovrebbero essere di ordinaria amministrazione, è la capitale di un Paese che vi si rispecchia ampiamente, dove le cronache raccontano di un malessere sociale e civile che sfocia sovente non in prese di coscienza che lo conducano a ribellarsi allo stato di cose che subiscono, ma in scatti d’ira, in moti anatemizzanti contro la “casta” dei politici, contro “la politica”, contro le istituzioni repubblicane. Quindi non esiste quasi mai una ragione antisociale che muova il sociale verso la conquista di nuovi spazi di esercizio della libertà repubblicana, del diritto costante alla partecipazione, ma ci si proietta purtroppo sul terreno della rabbia incontrollabile, alimentata da interviste televisive, titoli di giornali e facili strumentalizzazioni internettiane dell’opinione pubblica.
Così, tutto è lecito nella Roma e nell’Italia di oggi: da osceni titoli di giornale dove si tenta di scimmiottare chi davvero sa fare dell’ironia, scadendo nella banale e pecoreccia offesa gratuita, per arrivare a dimostrazioni di civismo in maglietta gialla che sono certamente esempi da imitare ma che somigliano veramente molto a ciò che Marco Aurelio deprecava: lavorare così, semplicemente, senza farsi ammirare.
La sintonia tra me e un imperatore mi imbarazza sempre un poco, ma il figlio di Annio Vero e Domizia Lucilla aveva ragione: l’ammirazione non può essere il premio ad un lavoro spontaneo. Se poi, dopo aver lavorato, senza volersi mostrare all’universo italico come virtuosi della paletta, della ramazza e della scopa, arrivano degli applausi per ciò che si è fatto, ben volentieri l’ammirazione diventa premio giusto al sacrificio fatto.
Ma è ovvio che le magliette gialle che hanno pulito Roma lo hanno fatto associando civismo a politica e quest’ultima è il piano di gioco di una partita che vede il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle su fronti diametralmente contrapposti nell’arena della capitale d’Italia.
Riconquistare credibilità politica è possibile, ma dovrebbe essere un frutto da raccogliere attraverso non azioni dimostrative di massa, ma con l’esercizio quotidiano dell’arte della politica stessa: a cominciare da Palazzo Chigi. E’ da lì che si possono cambiare molte situazioni di disperazione del Paese intero.
Ben vengano le spazzate delle vie romane, il volontarismo: è sempre cosa buona. E, proprio perché lo è sempre, deve essere azione costante e costituente di un percorso di riconduzione della fiducia popolare verso le istituzioni, verso la Repubblica.
Alcuni lo hanno detto con frasi brusche, in malo modo, ma hanno centrato il punto: non si possono fare dal governo politiche che falcidiano gli interessi popolari, il lavoro, la scuola, che ne diminuiscono le potenzialità, che fanno del precariato una costante contrattuale (si fa per dire…), e poi pretendere di indossare una maglietta gialla, coprire arbitrariamente le buche delle strade dell’Urbe (con tanto di intervento redarguente dei vigili…) e togliere i sacchi della spazzatura dalle strade, e aver creato così una immagine positiva di una politica governativa sia locale che nazionale dal sapore popolare, sociale.
L’amaro in bocca lo si percepisce tutti i giorni quando si tenta di trovare un lavoro e si hanno risposte dai ministri che lasciano interdetti.
L’amaro in bocca lo si percepisce quando si continua ad assistere a punti e contrappunti tra giornalismo e politica su temi non affatto di secondo piano, senza trovare risposte da parte del governo, lasciando così intendere che i giornalisti forse sono informati quando si tratta di penne famose, di ex direttori di giornali importantissimi che, probabilmente, prima di scrivere sui “poteri forti”, hanno acquisito le loro fonti certe.
L’amaro in bocca lo si avverte ogni giorno quando dal mondo della scuola e dell’università arrivano i lamenti per la mancanza di risorse atte a coprire le minime necessità delle ragazze e dei ragazzi. Non parliamo poi delle graduatorie infinite di insegnanti precari spostati da nord a sud, da sud a nord senza un criterio che soddisfi tanto le esigenze di chi lavora nella scuola quanto quelle di chi vi apprende il sapere.
Non tutto va male, per fortuna. Le camicie gialle che puliscono Roma sarebbero state un bell’atto, un esempio da seguire.
Ma a me vengono, a tal proposito, in mente i tanti giovani delle Brigate di solidarietà che sono silenziosamente, fuori da ogni circo della mediaticità, andate a lavorare tra le strade allagate di Genova, nelle zone terremotate dell’Emilia Romagna prima e dell’Umbria e delle Marche dopo… Di loro nessuno ha parlato; forse ne hanno parlato i giornali locali ma mai i telegionarli, le agenzie di stampa e i giornali a grande tiratura nazionale.
Lo capisco… loro indossavano non sfolgoranti magliette gialle ma una pettorina amaranto con una stella rossa sopra.
Passi l’amaranto… ma la stella rossa è troppo.
Anche per chi deve provare necessariamente ammirazione per apparire sociale nell’essere, comunque, antisociale.

MARCO SFERINI

16 maggio 2017

foto tratta da Pixabay

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