La tattica secondo Lotta Continua

Tratto dalle tesi congressuali del movimento comunista che tenne la sua prima assise plenaria nel 1975

La sinistra rivoluzionaria è oggi chiamata, ben oltre che a fare da pungolo al movimento, o a rappresentarne alcune manifestazioni, ad affrontare la questione della direzione generale del movimento di classe.
Siamo chiamati cioè a definire una posizione strategica, a definire in forma generale una tattica, a definire il ruolo della teoria e dell’organizzazione.

Il Comunismo sta nella lotta della classe operaia

Siamo comunisti. Diceva Marx che il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Vale la pena di tornare a questa vecchia affermazione, al suo carattere « strategico ».
Abbiamo visto, in questi anni, crescere quel movimento reale, abbiamo lavorato alla sua crescita. Abbiamo saputo riconoscere il modo in cui, passo dietro passo, la classe operaia si è riappropriata della sua strategia, ha rimesso sui piedi il comunismo, ha affermato la sua autonomia di classe.
Qui, in questo movimento reale, affonda le radici la possibilità del partito della rivoluzione comunista, e della riconquista in forma più matura da parte della classe operaia cosciente della propria storia teorica e politica.
Nell’incontro e nello scontro con questa fase nuova del movimento reale, con la lotta della classe operaia, con i suoi contenuti strategici, la cattiva teoria è diventata pessima teoria, e la giusta teoria si è ricongiunta col suo alimento essenziale, con la pratica, nel suo fuoco si è trasformata e vivificata. Il marxismo si è scrollato di dosso le incrostazioni libresche e le degenerazioni revisioniste, ed è tornato ad essere un’arma decisiva della guerra per l’emancipazione del proletariato.
La crisi del più mostruoso sistema di dominazione imperialista di tutti i tempi ha dato alla luce il suo becchino, più forte, più agguerrito che mai; più direttamente capace di investire alle fondamenta l’organizzazione e la divisione capitalistica del lavoro, più immediatamente capace di unificare le proprie forze.
Il comunismo non è una prerogativa del partito, ma sta dentro la lotta delle masse e la coscienza che la lotta di classe alimenta. Il partito è lo strumento indispensabile perché la lotta delle masse per l’emancipazione trionfi del suo nemico giurato, il capitalismo, i suoi lacché borghesi, il suo stato, il suo potere armato internazionale e nazionale.

Necessità e fondamento della tattica: il partito

Nel partito, i membri più coscienti e disciplinati della classe rivoluzionaria uniscono le loro forze, raccolgono sulla base di una giusta teoria la lezione strategica dell’autonomia di classe e delle sue avanguardie di massa, orientano a partire da quelle il processo fondamentale dell’unità del proletariato.
Nel partito, i membri più coscienti e disciplinati della classe rivoluzionaria costruiscono in forma generale una tattica, cioè un insieme di principi generali, derivati dalla pratica, capaci di orientare il proletariato nel lungo cammino che lo separa dalla presa del potere e dalla distruzione dello stato borghese.
Molti compagni si chiedono: abbiamo una « strategia? ». Abbiamo una « tattica? ».
Noi crediamo di sì, senza niente togliere alle insufficienze, agli errori, ai ritardi della sinistra rivoluzionaria. E non intendiamo certo baloccarci con le trivialità di chi chiama tattica i tempi brevi, e strategia i tempi lunghi., col risultato di non far caso oggi a quello che capiterà domani; o di chi chiama strategia i « principi », o il « programma massimo », o qualche sua variante, e tattica la pura e semplice valutazione della realtà, il buon senso, in fin dei conti.
Noi sottolineiamo il carattere strategico dei contenuti dell’autonomia operaia, della negazione reale del lavoro salariato, dell’unificazione del proletariato sotto la direzione operaia.
È questo carattere strategico che il riformismo e il revisionismo non possono né vogliono riconoscere ed esprimere; è questo carattere strategico che garantisce l’autonomia del partito rivoluzionario come partito comunista.
La tattica, o è un oscillare arbitrario di scelte empiriche, o è l’applicazione organica di un corretto rapporto con la strategia, cioè di una corretta teoria.

Il problema generale dalla tattica

La tattica è il termine intermedio tra il processo dell’unificazione del proletariato, e la rabbiosa e multiforme reazione della classe dominante.
Noi riteniamo che, nella sua forma generale, la questione della tattica abbia al suo centro la questione del rapporto fra autonomia di classe e organizzazione maggioritaria della classe.
Il processo dell’unificazione del proletariato attraversa infatti non solo la diversità di condizioni materiali e ideologiche imposta dalla borghesia ai vari settori del proletariato, ma anche il ruolo maggioritario di una organizzazione del proletariato nel nostro paese, del PCI — che è il frutto complesso di fattori diversi, dalla divisione stessa della classe, al peso di una tradizione storica, alla natura di organizzazione generale.
Questa organizzazione maggioritaria egemonizzata, nei partiti e nei sindacati, dal PCI è strategicamente opposta al comunismo, al « movimento reale che abolisce lo stato di cose presente », all’autonomia operaia.
Essa esprime una direzione borghese, sempre fondata sulla subordinazione degli interessi e delle esigenze della classe operaia, che ha visto — dal 45 ad oggi — oscillazioni diverse. Rispetto ad una accentuazione —maggiormente presente negli anni 50 — che favoriva strati piccolo-borghesi, cercandone la rappresentanza in una battaglia d’opposizione, è cresciuta — dalla fine degli anni 60 in poi, nella misura in cui si modificavano gli equilibri internazionali e si acuiva lo scontro di classe nel paese — la tendenza a stabilire un rapporto diretto con il grande capitale, attraverso l’assunzione in proprio delle sue esigenze di razionalizzazione dell’apparato produttivo, e l’assunzione tendenziale, su questa base, di « responsabilità di governo ».
Tuttavia la nostra comprensione della natura di questa organizzazione sarebbe fallimentare, se non aggiungessimo che, in ultima istanza, essa vincola le sue scelte al mantenimento dell’influenza sulla classe operaia, che costituisce la condizione della sua forza e della sua autorità.
E’ questa specifica contraddizione che consente e impone al partito rivoluzionario di adottare una tattica feconda, e di colmare — o comunque
sforzarsi di colmare — il divario tra la propria condizione minoritaria e la necessità di direzione del movimento di classe.
Questa infatti — la direzione generale del movimento — è la responsabilità con cui deve confrontarsi il partito rivoluzionario, e la condizione per un suo rafforzamento autentico, e non certo una furbesca amministrazione di un’area periferica di consenso, o una rincorsa golosa e miope delle zone (e delle parole d’ordine) abbandonate dalle progressive ritirate riformiste e revisioniste.
Un passaggio repentino della maggioranza del proletariato dalle file del PCI alle file del partito rivoluzionario è completamente improbabile.
Sta, contro questa ipotesi, non solo la solidità relativa dell’edificio revisionista (per altro ambigua, legata come è a una forza politica incomparabilmente maggiore della classe operaia italiana rispetto a ogni altro paese capitalista), quanto la natura prolungata della crisi capitalista e imperialista, che modifica l’ipotesi di una precipitazione verticale degli equilibri politici e sociali, di uno spostamento brusco di campo da parte delle grandi masse, di un rapido sviluppo insurrezionale guidato dal partito rivoluzionario.

L’esperienza di questi anni

La verifica sta già alle nostre spalle. Non ci riferiamo solo al Cile, dove pure questi problemi — nel bene come nel male — si sono presentati in forma cristallina.
Ci riferiamo all’esperienza direttamente vissuta da tutti noi, in questi anni, fra sbandamenti, errori e recuperi faticosi, molto spesso; una esperienza al cui valore è destinato ad essere sordo e cieco chi nell’esplosione dell’autonomia operaia nel ’69 non vedeva altro se non un’acutizzazione della lotta rivendicativa…; col che ogni opportunismo diventa inevitabile.
Che cosa è avvenuto, dunque, da noi? È avvenuto che la classe operaia, nelle sue avanguardie di massa, ha attaccato frontalmente, nel ’69-70, l’organizzazione di fabbrica, ed ha attaccato frontalmente un’organizzazione storicamente maggioritaria che si presentava con la carta da visita della retrocessione della autonomia operaia a ingranaggio dello sviluppo capitalistico.
Da allora in avanti, con la macchina dello sviluppo capitalistico sempre più irreparabilmente inceppata, il PCI e il sindacato corsero al recupero della classe operaia, ma dovettero pagare un prezzo salato, e cioè, in sostanza, la generalizzazione di contenuti, forme di lotta, modi di organizzazione della autonomia operaia, dalle fabbriche maggiori alle minori, dalle zone di. punta alle zone « arretrate » ecc.
A sua volta la classe operaia, il movimento di massa andava conquistando a suo modo, con la coscienza della lunga durata della sua lotta, la nozione della « tattica », cercando la dimensione generale della lotta là love era possibile (e non lo era nell’organizzazione dei gruppi né nei surrogati di « organizzazione di massa » che essi presumessero di fabbricare), e tuttavia conservando la propria autonomia. Nella spinta alla sindacalizzazione del ’71, nella spinta a una presenza di massa impressionante nella primavera del ’72 dietro al PCI, non c’era un riflusso revisionista del movimento di classe, bensì la piena di una tensione di classe che, senza abdicare alla propria autonomia (lo avrebbero mostrato le lotte), cercava e trovava l’occasione per unirsi, per mettere in campo una forza generale, contro il fascismo e contro la crisi.
Solo in quel periodo, e grazie alla forza della lezione delle masse, noi completammo una riflessione sulla « tattica » che ha poi organicamente orientato la nostra linea, dalla questione dell’organizzazione di massa a quella del governo ecc.
Non abbiamo avuto in passato né abbiamo ora difficoltà a criticare errori di schematismo, che rischiarono di costarci assai cari, e in particolare di separare la fondamentale affermazione del carattere strategico dell’autonomia operaia, dalla quale eravamo nati, dalla sua articolazione tattica.

Una possibilità nuova di affrontare un problema antico

La concezione della tattica e dei principi sui quali deve essere fondata, non ci è stata consegnata dalla tradizione del pensiero rivoluzionario come una eredità compiuta, come molti compagni che amano definirsi leninisti mostrano di ritenere.
Che cos’è la tattica? È il modo in cui riteniamo possibile conquistare alla direzione rivoluzionaria la maggioranza del proletariato. Questa prima definizione è completamente generica, ma è tuttavia necessaria. Non solo, infatti, sono in molti a porre il problema della conquista della maggioranza del proletariato solo a parole; ma c’è ancora qualcuno che dichiara con sicurezza che la rivoluzione è il prodotto di una minoranza, che la questione della maggioranza è il cavallo di battaglia degli opportunisti, dei socialdemocratici, e che è sempre stato così.
E’ utile ricordare che questa « teoria » non è nuova. AI contrario questa « teoria » è vecchia, e pretende di farci fare un pauroso passo indietro, non solo rispetto alla nostra esperienza, ma rispetto al patrimonio di insegnamenti che ci è stato consegnato dall’esperienza storica del movimento rivoluzionario.
Nel 1917, in Russia, nel corso di una crisi sociale violenta e accelerata — la guerra imperialista, il crollo dello zarismo, la fame — il piccolo partito bolscevico riesce nel giro di pochi mesi, e perfino di poche settimane, a conquistare la direzione della maggioranza del proletariato e dei contadini, e a conquistare il potere. Dentro il crollo provocato dalla crisi imperialista, pochi mesi bastano a compiere un cammino di molti decenni. La nuova internazionale, i nuovi partiti comunisti, si formano sotto la bandiera di questa prima rivoluzione vittoriosa, e assumono, nella loro struttura e nella loro tattica, l’ipotesi di una rapida estensione rivoluzionaria per via insurrezionale in Europa, partorita dalla precipitazione verticale della crisi imperialista.
Appena due anni più tardi, nel 1921 — il PCd’I è appena nato — il III congresso dell’Internazionale comunista ospita una discussione che vale la pena di ricordare. E Lenin che parla, e nei suoi ripetuti interventi torna come un ritornello questo pensiero: « Lo sviluppo della rivoluzione internazionale non è stato così lineare come ci attendevamo »; il movimento non è stato così lineare come ci attendevamo », ecc.; è a partire da questa constatazione, da questa lezione della realtà, che, citiamo ancora, « il III congresso dell’Internazionale comunista inizia la revisione delle questioni tattiche ».
Sono poste qui le condizioni di una svolta, nella quale i problemi fondamentali della tattica sono lucidamente presenti, anche se il destino successivo di Lenin, della lotta di classe in Occidente, della rivoluzione sovietica, e dell’Internazionale non consentirà di risolverli organicamente. E tuttavia, già allora, questi. problemi sono posti, e non si può non ammirare la grandezza con cui Lenin mette in discussione uno schema politico (lo stesso schema in cui certi « leninisti » lo vorrebbero imbalsamare) di fronte alla lezione della realtà. « Chi non capisce — dice Lenin — che in Europa, dove quasi tutti gli- operai sono organizzati, dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia, è perduto per il. movimento comunista, e non capirà mai nulla ». E ci sono anche allora i compagni solerti, i rivoluzionari « puri », che la sanno lunga, e chiedono di emendare le tesi, di cancellare la parola « maggioranza ». Lenin è implacabile. « I contadini — dice — sono stati conquistati da noi, se non in qualche giorno, come io supponevo e sostenevo erroneamente, in qualche settimana. Mostratemi nell’Europa occidentale un paese nel quale potremmo conquistare la maggioranza dei contadini in poche settimane! » E insiste: « Potete forse illudervi di avere voi, in Occidente, condizioni simili? E’ ridicolo! » E spiega: « Quando la rivoluzione è già preparata in maniera sufficiente […] il concetto di “massa” cambia in quanto, con questa parola, s’intende la maggioranza di tutti gli sfruttati, e non soltanto la maggioranza degli operai; un’interpretazione diversa è inammissibile per un rivoluzionario ». « La maggioranza assoluta non è sempre necessaria, ma per vincere, occorre non soltanto la maggioranza della classe operaia, ma anche la maggioranza degli sfruttati e dei lavoratori rurali ». E ancora: « Quanto più organizzato è il proletariato di un paese capitalisticamente sviluppato, tanto maggiore serietà la storia esige da noi nella preparazione della rivoluzione, tanto più a fondo dobbiamo conquistare la maggioranza della classe operaia ». E spiegava anche che cosa significasse per i rivoluzionari la « conquista della maggioranza »:
La conquista della maggioranza del proletariato da parte nostra è il compito principale.
La conquista della maggioranza non è certamente intesa da noi in modo formale come la intendono i paladini della « democrazia » filistea dell’Internazionale due e mezzo. Quando nel luglio 1921, a Roma, tutto il proletariato il proletariato riformista dei sindacati e il proletariato centrista del partito di Serrati ha seguito i comunisti contro i fascisti, è avvenuta la conquista della maggioranza della classe operaia da parte nostra.
Eravamo ancora lontani, ben lontani dalla conquista decisiva; si trattava soltanto di una conquista parziale, momentanea, locale. Ma era la conquista della maggioranza. Tale conquista è possibile anche quando la maggioranza del proletariato segue formalmente i capi della borghesia o i capi che fanno una politica borghese (come tutti i capi della Seconda Internazionale e dell’Internazionale due e mezzo), o quando la maggioranza del proletariato tentenna. Tale conquista progredisce ininterrottamente e in tutti i modi nel mondo intero. Prepariamola più saldamente e più accuratamente, non lasciamoci sfuggire nessuna occasione seria in cui la borghesia costringa il proletariato a sollevarsi per lottare, impariamo a determinare con esattezza i momenti nei quali le masse del proletariato non possono non insorgere insieme con noi ».
Così, nel 1921, di fronte alla « resistenza » del capitalismo in occidente una « resistenza » fatta di fame e di sangue — di fronte alla « resistenza » della socialdemocrazia e dei suoi sindacati, Lenin poneva con forza il problema della revisione della tattica, e ne indicava, pur se in un modo aperto e tormentato, gli elementi fondamentali: le caratteristiche della crisi capitalista, il peso dell’organizzazione riformista, e a essi commisurava il compito fondamentale della « conquista della maggioranza ».
Quale lezione per i compagni — ce ne sono ancora! — che ripropongono un impaziente sdegno per la « conquista della maggioranza », e esaltano il ruolo della minoranza senza sapervi riconoscere il proprio ostinato minoritarismo!
Conquistare la maggioranza alla rivoluzione: questo è il problema della tattica. Ed è un problema, ripetiamolo, che la storia del movimento rivoluzionario ci ha consegnato. In Oriente, nell’« Asia arretrata », questo problema è stato risolto nella grande esperienza della rivoluzione cinese, della rivoluzione della lunga durata. In Occidente, esso ha dovuto affrontare un corso tortuoso, fino a deviarsi e smarrirsi, come certi fiumi, sotto-terra, per tornare pienamente alla luce, con tutta la sua forza, quando l’inizio di una nuova e profonda crisi del sistema di dominazione imperialista si è ricongiunto con la ripresa dell’iniziativa delle masse. E stato allora — e noi l’abbiamo vissuto e lo viviamo — che le avanguardie operaie e i militanti rivoluzionari hanno strappato la parola d’ordine della « conquista della maggioranza » dalle mani di chi l’aveva ridotta a strumento di concorrenza pacifica ed elettorale con la borghesia, e hanno strappato la bandiera del partito alla impotente contrapposizione fra il partito di massa elettorale della destra revisionista e il « partito di quadri » settario e cospirativo, staccato dalle masse, della sinistra revisionista.
Ecco, dunque, che il problema della tattica ha riacquistato il suo fondamento sicuro — l’autonomia operaia, il movimento reale che identifica il comunismo con l’abolizione dello stato di cose presente — e i suoi termini di confronto essenziali: la natura della crisi imperialista, e la sua forma; la natura e il ruolo del movimento operaio revisionista. Conquistare la maggioranza alla rivoluzione, dentro una crisi del capitale che assume una forma prolungata — e che, dunque, esclude, ben più e ben diversamente che cinquant’anni fa, il crollo subitaneo del regime capitalista, e il rovesciamento subitaneo dei rapporti di forza dentro le masse tra la minoranza rivoluzionaria e l’organizzazione maggioritaria revisioni-sta e riformista — questo è il problema della tattica.
Sul terreno generale, noi orientiamo la nostra tattica rispetto alla direzione maggioritaria del proletariato sulla base dell’analisi delle sue contraddizioni. In ultima istanza, esse si riducono alla contraddizione fra una direzione borghese, e la necessità di conservare la rappresentanza del movimento di classe. Questa contraddizione viene dominata dall’organizzazione revisionista quando l’autonomia anticapitalista della classe operaia è relativamente più debole, e diviene viceversa sempre più dirompente a mano che cresce l’autonomia operaia, e si riducono progressivamente, con la crisi, gli spazi necessari a riassorbirla in tutto o in parte. Il revisionismo non muta natura, ma svela la sua natura di servo di due padroni, altrettanto esigenti ed esosi.
Qual è. in questa situazione, la giusta tattica rivoluzionaria? Non certo quella di inseguire ideologicamente il revisionismo nella sua bancarotta, con l’intenzione di divenirne gli esecutori testamentari; bensì quella di rafforzare l’autonomia del movimento, di lavorare nelle sue lotte e nella sua organizzazione dal basso, alla conquista della direzione rivoluzionaria, di ridurre gli spazi di utilizzazione padronale del revisionismo, per accrescerne viceversa la contraddizione con le esigenze, nazionali e anche internazionali, della restaurazione capitalista, di utilizzare il rapporto di contraddizione fra l’organizzazione revisionista e le masse come un tramite alla azione generale e unitaria delle masse.
E per effetto (li queste contraddizioni che l’azione della sinistra rivoluzionaria, la nostra azione, riesce in particolari momenti a suscitare o orientare l’azione di masse proletarie enormemente più numerose di quelle decine — o, se volete, centinaia — di migliaia di proletari che noi organizziamo o influenziamo direttamente.
La prima condizione di ciò è il nostro rapporto diretto, come partito, con le masse, le loro esigenze, la loro lotta, in uno scontro aperto con la linea revisionista. Questo caposaldo decisivo ci impone di cogliere il rapporto fra l’autonomia di classe, il suo sviluppo, la sua affermazione e l’organizzazione maggioritaria della classe, in una fase in cui esso subisce modificazioni profonde, talvolta contraddittorie ma segnate comunque, nel loro insieme, dal crescere della divaricazione strategica fra linea revisionista ed esigenze delle masse.
E in questo processo che noi vediamo il nostro stesso rafforzamento di partito, il nostro stesso reclutamento diretto, che non ha alcuna prospettiva al di fuori di questa concezione « maggioritaria » della lotta di classe, che vede l’ineliminabile — e sempre più centrale — iniziativa di partito in rapporto costante con i bisogni, la coscienza, le azioni di milioni e decine di milioni di persone, nello scontro costante fra le « due linee » nei luoghi ove vivono, lottano, si organizzano le masse.

LOTTA CONTINUA

dalle Tesi del I Congresso nazionale, 1975

tratto da Biblioteca marxista

foto tratta da Wikipedia

categorie
Comunismo e comunisti
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