La spinta imperialista del capitalismo

Rosa Luxemburg scrive queste righe nel pieno della Grande Guerra mondiale. E’ una critica feroce al comportamento dei partiti socialdemocratici che hanno ceduto alle istanze nazionali di difesa degli...

Rosa Luxemburg scrive queste righe nel pieno della Grande Guerra mondiale. E’ una critica feroce al comportamento dei partiti socialdemocratici che hanno ceduto alle istanze nazionali di difesa degli interessi borghesi. E da questa analisi emerge il legame indissolubile tra il sistema capitalistico e la sua espressione aggressiva più profonda: l’imperialismo. L’intromissione, dunque, economica con la forza di uno Stato dentro altro Stati o in territori che ancora devono diventare tali. Rosa farà seguire a tutto ciò una elaborazione scientifica, una analisi meticolosa del capitalismo nella sua fase colonialista, tipica derivazione del capitalismo ancora poco compreso da molti marxisti o presunti tali dell’epoca. (m.s.)


L’imperialismo, con tutta la sua brutale politica di forza e la catena di incessanti catastrofi sociali che provoca, è certo una necessità Storica per le classi dirigenti del mondo capitalistico contemporaneo. Nulla sarebbe più nefasto che se il proletariato preservasse dall’attuale guerra mondiale una pur minima illusione e speranza sulle possibilità di una continuazione idillica e pacifica del capitalismo. Ma dalla storica necessità dell’imperialismo non consegue per la politica proletaria di dover capitolare di fronte ad esso e nutrirsi d’ora in poi alla sua ombra dell’osso di elemosina delle sue vittorie.

La dialettica storica si muove appunto per contraddizioni e genera per ogni necessità anche la sua controparte. Il dominio di classe borghese è senza dubbio una necessità storica, ma non lo è meno l’insurrezione della classe operaia contro di esso; il capitale è una necessità storica, ma lo è anche il suo becchino, il proletariato socialista. L’egemonia mondiale dell’imperialismo è una necessità storica, ma lo è anche il suo abbattimento da parte del proletariato internazionale. Ad ogni livello si danno due necessità, storiche che entrano tra loro in contrasto, e la nostra, la necessità, del socialismo, ha il fiato più lungo. La nostra necessità acquista il suo buon diritto nel momento in cui l’altra, il dominio di classe borghese, cessa di essere portatrice del progresso storico, nel momento in cui diventa una palla al piede, un pericolo per l’ulteriore sviluppo della società. È precisamente quanto è emerso dalla guerra mondiale attuale nei riguardi dell’ordinamento sociale capitalistico.

La spinta espansiva imperialistica del capitalismo, in quanto espressione della sua estrema maturità, del suo ultimo scorcio di vita, ha come tendenza economica di trasformare tutto il mondo in un cantiere di produzione capitalistico, di spazzar via tutte le vecchie forme di produzione e sodali precapitalistiche, di ridurre a capitale tutte le ricchezze della terra e tutti i mezzi di produzione, e’a schiavi salariati la popolazione lavoratrice di tutte le zone della terra. In Africa e in Asia, dalle spiagge dell’estremo Nord alla punta meridionale dell’America e ai mari del Sud gli avanzi di vecchie organizzazioni sociali a comunismo primitivo, di rapporti di potere feudali, di patriarcali, economie contadine, di secolari produzioni artigiane, vengono distrutti, schiacciati dal capitale, interi popoli sterminati, antichissime, civiltà annientate, perché cedano il posto alla corsa al profitto nella sua forma più moderna. Questa brutale marcia trionfale del capitale attraverso il mondo, spianata e accompagnata da ogni specie di violenza, di rapina e di infamia, ha un suo lato di luce.

Essa ha creato i presupposti del suo definitivo tramonto, ha instaurato quel dominio mondiale capitalistico, a cui sola può seguire la rivoluzione mondiale socialista. Questo l’unico aspetto civilizzatore e progressivo della sua cosiddetta grande opera di civiltà nei paesi primitivi. Per gli economisti e i politici borghesi-liberali le ferrovie, i fiammiferi svedesi, la canalizzazione stradale, e i bazar sono “progresso” e “civiltà”. Di per sé quelle opere innestate su condizioni primitive non rappresentano né civiltà né progresso perché vengono pagate da una subitanea rovina economica e culturale, dei popoli, che hanno a godere in una volta, sola tutte le calamità e gli orrori di due epoche: dei rapporti di dominazione tradizionali su base di economia naturale e del più moderno e raffinato sfruttamento capitalistico.

Solo come presupposti materiali del superamento del dominio del capitale, dell’abolizione della società classista in generale le opere che segnano la vittoriosa marcia capitalistica per il mondo portano l’impronta del progresso in più esteso senso storico. In questo senso l’imperialismo ha in ultima analisi lavorato per noi.

ROSA LUXEMBURG

da “La crisi della socialdemocrazia” (“Juniusbroschure”), scritto nell’aprile 1915.
Pubblicato a Zurigo nel febbraio 1916 e distribuito illegalmente in Germania.

da Archivio Internet dei marxisti

foto tratta da Wikimedia Commons: Rosa Luxemburg (a destra nella foto) e Clara Zetkin

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Comunismo e comunisti
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