La società autoritaria in uno Stato non autoritario

L’operazione sottesa al contratto Lega/M5S per il governo del cambiamento è tutt’altro che velleitaria e dilettantesca. C’è un’idea di Paese e una ricerca programmatica netta e declinata in modo conseguente, dalla pesca...

L’operazione sottesa al contratto Lega/M5S per il governo del cambiamento è tutt’altro che velleitaria e dilettantesca. C’è un’idea di Paese e una ricerca programmatica netta e declinata in modo conseguente, dalla pesca alla finanza pubblica. Volendo sintetizzare pensiamo che questo sia uno sforzo compiuto di recepimento del modello Trump in Europa. Il recepimento di un modello necessita di un adattamento; l’adattamento che Lega e M5S fanno è proprio la costituzionalizzazione dell’individualismo.

Non sfugge, dunque, che queste forze politiche si spingano a pianificare una società autoritaria in uno Stato non autoritario, ancora una volta, sullo stilema di Trump, o, in altri termini, un ordinamento giuridico autoritario e uno Stato-persona non autoritario.

Il problema per leghisti e grillini non è la seconda parte della Costituzione, ma la prima, che sanno benissimo di non poter modificare. Il programma giustizia risulta incostituzionale in larga parte per ragioni filosofiche: la scelta di non ritenere la pena come finalizzata all’emenda, quella di non ritenere il minore un soggetto peculiare da destinare a una giurisdizione peculiare, quella di non accettare l’idea di diritto penale minimo. Le conseguenze sono: contrarietà alla riforma dell’ordinamento penitenziario, restrizione per i riti alternativi, probabile abolizione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.

La scelta autoritaria è orientata al controllo sociale dal momento che si vogliono aumentare le pene non solo  per i corrotti/corruttori ma anche per i ladri/scippatori e i truffatori di anziani (introdurranno un nuovo reato o amplieranno la fattispecie di circonvenzione di incapace?). Cartina di tornasole è la scelta di aggravare il regime del 41 bis per il carcere duro.

Tutte le modifiche hanno un insopportabile surplus di demagogia giustizialista, da telefilm americano, come per l’agente provocatore nei reati contro la pubblica amministrazione, la liberalizzazione delle intercettazioni, l’uso di armi non convenzionali di ultima generazione come taser o key defender per tutte le forze di polizia.

Va detto che il programma è talmente ampio che presenta un elemento sicuramente condivisibile, la riduzione del contributo unificato per la giustizia civile e uno in parte condivisibile, come l’inasprimento delle pene per i reati di violenza sessuale, stalking e maltrattamenti. Il programma si realizza con spesa pubblica, quindi nuove assunzioni… Più pene, più Tribunali e Procure, più guardie carcerarie, più poliziotti, più poliziotti locali.

E, ovviamente, la trasformazione della legittima difesa in legittima vendetta, con corollario di aumento delle armi da tiro per tutti, contro cui tante volte ci siamo già scagliati nelle tentate riforme della scorsa legislatura.

Per quanto riguarda la parte di diritto istituzionale/costituzionale del programma i guasti sono in proporzione contenuti. Il punto non convincente non è la singola proposta ma, ancora, la scelta di fondo, l’universo categoriale. Ci sono trasfuse ed enfatizzate due manifestazioni dell’ideologia piccolo borghese: la polemica del padroncino di provincia contro le élites l’efficientismo secondo cui lo Stato può essere gestito come un consiglio d’amministrazione

Ci sono istanze giuste: la riduzione del numero dei parlamentari a fronte dell’elettività delle Camere, l’abolizione del CNEL, il principio di superiorità gerarchica delle norme costituzionali sulle norme comunitarie e il diritto soggettivo all’accesso a internet. Istanze discutibili: l’abolizione del quorum costitutivo per i referendum e l’introduzione del referendum propositivo. Istanze sbagliate ma non incostituzionali: la fregnaccia del regionalismo a geometria variabile (art. 116 3° comma Cost.) accompagnato dalla solita sussidiarietà e dai soliti ‘costi standard’ nonché il piccolo cadeau a Virginia Raggi del magniloquente patto tra la Repubblica e la sua Capitale.

Sul pareggio di bilancio in Costituzione il programma balbetta, allude, non chiarisce se e quando le forze proveranno a cancellarlo. Non si dice mai come si fa a cancellare la politica dei tagli ai Comuni se si conserva il patto di stabilità. Né si dice se e quando torneranno elette democraticamente dal corpo elettorale le Province o, almeno, le Città metropolitane.

Molto discutibile e vaga è la proposta di introduzione forme di vincolo di mandato per arginare il trasformismo anche se, e qui c’è di che stupirsi, il termine di comparazione è l’art. 160 della Costituzione antifascista e socialdemocratica portoghese.  Vincolo di mandato duplice: formale nei confronti del parlamentare e informale nei confronti del Presidente del Consiglio. Istituto che, trasformando il parlamentare in un mandatario delle direttive del capopartito, così come  il Presidente del Consiglio mero esecutore del contratto di governo, è preoccupante elemento di decostituzionalizzazione del Governo e del Parlamento. Non a caso Mattarella ha preteso di non obbedire alle indicazioni di Salvini e Di Maio, ma di prendersi due giorni per dare formalmente lui, come Capo dello Stato, l’incarico di formare il governo. Il Presidente Mattarella ha agito per salvare le forme evitando mutamenti di paradigma attraverso la bizzaria della prassi populistica. Il famigerato ‘Comitato di conciliazione’ non ha nessuna valenza costituzionale, è stata autorevolmente definita come “il foro competente per la lite”. Somiglia più a una camera di compensazione tra i due partiti che al Gran Consiglio del fascismo. Dovrebbe funzionare prevalentemente per governare i gruppi parlamentari in caso di proposte ‘divisive’ fuori contratto, ma appare il problema, davvero, minore.

Tutte queste proposte vanno considerate anche in ragione delle quotidiane violazioni costituzionali, specie nel procedimento legislativo. Leghisti e grillini omettono di contrastare: l’abuso della decretazione d’urgenza, l’abuso delle questioni di fiducia ed eccessi di delega nella normazione da parte del Governo.

Va detto, conclusivamente, che il programma giustizia e istituzioni di PotPop è inverato, in un certo senso, da questo contratto. Tutti i punti sono, infatti, affrontati con soluzioni diametralmente opposte: le nostre soluzioni per attuare la Costituzione, le loro per farla disapplicare.

Pare molto plausibile che il nuovo Governo avanzerà molto presto una serie di disegni di legge sui temi della giustizia e sulla ridefinizione in senso restrittivo dei diritti fondamentali della persona per questo proporremo da SUBITO a tutte le associazioni, i sindacati, i singoli, PotPop, gli altri partiti di Sinistra una manifestazione contro il Governo.

GIOVANNI RUSSO SPENA
GIANLUCA SCHIAVON

da rifondazione.it

foto tratta da Pixabay

categorie
Analisi e tesiRifondazione Comunista
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