La sinistra riformista preda del demone della demagogia

In cosa consiste precisamente una “demagogia di sinistra”? E’ una domanda che mi sono posto in questi giorni dopo aver assistito ad un precipitare di dichiarazioni di vari esponenti...

In cosa consiste precisamente una “demagogia di sinistra”? E’ una domanda che mi sono posto in questi giorni dopo aver assistito ad un precipitare di dichiarazioni di vari esponenti degli schieramenti politici più o meno presuntamente di sinistra, essendo benevoli nel voler considerare di centro(sinistra) il PD e di sinistra la formazione di Pietro Grasso.
Entrambi possono essere trattati, a seconda dei punti di vista, come luoghi della politica dove i valori dell’eguaglianza, delle democrazia, della libertà si trovano nei rispettivi nomi che caratterizzano renzismo e socialdemocrazia di moderno stampo ma poi, nella pratica, fanno fatica a trovare una corrispondenza con l’idea, con il principio ispiratore.
Vale un po’ per tutti i movimenti e i partiti: vale persino per le singole persone. La distanza che separa enunciazione e applicazione di un concetto è spesso siderale, ma vale tuttavia la pena analizzarne le ragioni.
Una di queste risiede proprio nella formazione necessaria, oggidì, della demagogia come elemento di formazione del consenso attraverso la “grande sparata”, quindi l’alzare l’asticella delle promesse elettorali mortificando magari anche dei buoni programmi politici che però, visto la scarsa propensione di gran parte della popolazione ad una attenzione profonda nei confronti delle analisi che devono stare alla base delle sintesi che successivamente si possono formulare, sono oggetto appunto di poca attenzione e quindi risultano scarsamente attrattivi.
Meglio, dunque, fare la voce grossa a destra, promettere l’impossibile, riempire i telegiornali con dichiarazioni che rasentano il ridicolo tanto sono banali e prive di una aderenza con la realtà dei fatti, piuttosto che provare a penetrare nei crani mezzi vuoti di chi ha consentito che venissero fatti preda del pressapochismo dilagante, della superficialità figlia dell’ignoranza: prima subita, poi acquisita e poi cercata come potente sostanza stupefacente. In tutti i sensi.
Sono passati solo ventiquattro anni dalla prima dichiarazione di promessa del “milione di posti di lavoro” e i diritti di questa demagogia non sono certo rimasti nel campo del centrodestra.
Una sorta di concorrenza sleale della e nella politique politicienne che ha contagiato anche la sinistra che da sempre esercita un ruolo riformista deformando la parola “riforma”, piegandola da sinonimo di conquista dei diritti sociali e civili a confronto senza scontro con le tesi liberiste, con l’applicazione dei dogmi merceologici del capitale attraverso compromissioni costruite su compromessi elettorali in nome della “governabilità” e della riduzione del danno; intendendo con ciò il “male minore”, il contenimento dell’avanzata delle destre dichiaratamente tali per ricostruire un campo di un centrosinistra che fino ad oggi, stanti i rapporti di forza ancora esistenti, è sempre molto centro e sempre molto poca sinistra.
Se si considera, poi, che in nome delle alleanze si deve scendere naturalmente a patti, quindi a ridimensionamenti delle proprie richieste sociali, ne discende che quello che dovrebbe essere un “punto di forza” diventa per la sinistra un punto di debolezza, quindi una posizione di mero tatticismo sempre sulla difensiva e che difficilmente può, se non capovolgere, quanto meno attaccare il fronte unito in difesa dei grandi privilegi economici.
Ed ecco che la demagogia, dunque, arriva in soccorso della sinistra moderata e riformista. E non potrebbe essere altrimenti: in fondo, si tratta sempre di “mercato”, quindi dello stare nel mercato della competizione sulla base della promessa – sociale – più avanzata rispetto ad altre.
Dall’abolizione del canone RAI fino all’eliminazione delle tasse universitarie. I concetti sono privi di circostanziazioni e navigano nella rete attraverso specificazioni singole: ciascuno le fa proprie e le spiega come vuole.
Intanto la palla è stata gettata e sembra chiamare a sé tanti giocatori improvvisati che si affannano a difenderla senza sapere bene dove buttarla.
La vera demagogia è questa e non quella che veniva etichettata come tale e che invece, già venti anni fa, era la proposta ad esempio della riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore settimanali a parità di salario.
Se ne riconosceva la natura di classe proprio nel momento in cui Confindustria la bollava come “demagogia”. Per i padroni era demagogica qualunque posizione politica e sindacale che attentasse allo status quo stabilito da un liberismo che si stava facendo tale proprio sulla pelle dei lavoratori, sulla frammentazione contrattuale, sul progressivo smantellamento di quella grande arma di difesa collettiva che era rappresentata dalla Legge 300, dalla Scala mobile, dal contratto nazionale.
La demagogia era invocata allora da padroni e socialisti craxiani per accusare i comunisti d’essere così irresponsabili da far credere che sarebbe stato possibile cambiare lo stile di vita dei lavoratori capovolgendo le politiche dell’allora centrosinistra formato dal Pentapartito.
La demagogia è stata invocata dal PDS, dai DS, dal PD, diciamo “da sinistra”, adottando la naturale propensione delle destre ad accusare i progressisti di un utopismo inconcludente, privo di attinenze con le esigenze dell’economia, quindi dell’unica realtà conoscibile e incontrovertibile.
Oggi, quando diciamo “potere al popolo!” con punto esclamativo finale e lettere minuscole e poi lo trasformiamo in un progetto politico di radicale alternativa di sinistra anticapitalista e antiliberista, ci tacciano ancora di demagogia, di irresponsabilità. Perché non chiediamo ma esigiamo, perché abbiamo abbandonato il terreno del compromesso e ci poniamo fuori da qualunque orizzonte di centrosinistra.
Una certa differenza, insomma, tra la supponenza dei realisti di ieri la ragione dei comunisti di oggi.

MARCO SFERINI

9 gennaio 2018

foto tratta da Pixabay

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