La sinistra alternativa e i socialdemocratici di ritorno

“Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno...

“Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno escluso, e che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.”.

Si parte male, si finirà peggio. Se voleva anche minimamente essere un processo condiviso, un documento di apertura, le ultime righe, quelle poi politicamente essenziali e rilevanti del documento della direzione nazionale di MDP diventano la cartina di tornasole del tutto: belle le proposizioni sulla separazione dalla cultura politica di mercato del PD, cultura liberista che gli esponenti del nuovo movimento fondato da Speranza, D’Alema e Bersani sembrerebbero aver sempre combattuto, mai sostenuto né direttamente e tanto meno indirettamente.
Si impegnano. Si impegnano a costruire una lista. Non a partecipare alla costruzione della medesima. Si impegnano a costruirla loro.
Una lista che sia di tutte e tutti quelli che vorranno partecipare. Le condizioni programmatiche però sono esclusivamente le loro. Si legga l’ultima frase: “… che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.”.
E’ dal tempo della lettura della “Critica al programma di Gotha” che sono abituato a fare l’esegeta e non potevo non prestare attenzione ad un testo così rilevante, importante, dirimente per le sorti della sinistra di questo sciagurato Paese.
Così ho letto, riletto e ho compreso che, fuori dalle interpretazioni giornalistiche che si avanzano in queste ore, il percorso di rassemblement iniziato al Teatro Brancaccio di Roma ha un nuovo tema da dibattere tra gli altri che gli si pongono davanti: quale tipo, quindi anche quale grado, di “alternatività” dare alla sinistra che intende ricomporre e consegnare come proposta politica all’elettorato.
Perché, come bene ha scritto Luciana Castellina dalle pagine de il manifesto di ieri (7 novembre 2017, nda), la classe lavoratrice, il vecchio modello di riferimento dei partiti rivoluzionari e comunisti, il proletariato, è stato storicamente e politicamente sconfitto in un tragitto di lungo termine. E quindi questo blocco sociale non esiste più in quanto tale, ma esiste in quanto fenomeno “in sé” e non “per sé” medesimo.
Dunque, non esistendo più una coscienza di classe (in quanto la classe esiste ma non ne ha coscienza), viene anche da porsi la domanda in merito a cosa sia oggi “rivoluzionario” e cosa invece finga magari di esserlo salvo poi mutare pelle il giorno dopo il voto e dire che… sì, forse qualche assenso nelle votazioni di fiducia (o su singoli provvedimenti) ad un governo del PD si può anche concedere il proprio assenso per non lasciare il Paese in mano al turbine delle destre.
Rivoluzionario non è tanto opporsi alle politiche dei governi liberisti ma rovesciare la logica del liberismo stesso. E se ciò deve essere fatto, allora è impensabile che comunisti e ex liberisti ora tornati socialdemocratici di ritorno possano riunirsi in un unico progetto politico anche fosse soltanto a meri fini elettoralistici.
Sarebbe una bassezza prima ancora morale rispetto al piano conseguentemente politico e sarebbe l’ennesimo ritardo nella costruzione di un lavoro di lunga lena che porti al distinguibile tra gli indistinguibili: che riporti al ritorno dell’ideologia e dell’Idea, al ritorno quindi della coscienza come presa d’atto di appartenenza ad un determinato strato sociale che non è certamente, per quel che mi riguarda, quello di un padrone, quello di un padroncino del Nord Est, tanto meno quello di un finanziare o di uno speculatore bancario.
Rivoluzionario non è tanto dire oggi NO ai provvedimenti di Minniti ed aver sostenuto in passato provvedimenti simili alimentando nella popolazione il tema del securitarismo come elemento fondante di un nuovo collante sociale basato su un antisocialismo netto e incontestabile.
Rivoluzionario non è opporsi oggi al Jobs-act e aver detto NO in venticinque anni alla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario che proponevamo agli inizi della vita di Rifondazione Comunista: “Lavorare meno, lavorare tutti!”. Non era nemmeno uno slogan nuovo, da anni ’90. Era mutuato da vecchie lotte operaie, proletarie nel vero senso della parola: da quel “Vogliamo 8 ore per dormire, 8 ore per lavorare e 8 ore per svagarci”.
Eppure i nuovi socialdemocratici di ritorno di oggi sono proprio quelli che allora, quasi trent’anni fa, ci deridevano e ci insultavano quando noi comunisti proponevamo soluzioni per migliorare la vita dei lavoratori, per fare in modo che si lavorasse di meno tutti e si lavorasse però in maggiore numero.
“Non capite che le privatizzazioni sono l’avvenire del mondo del lavoro”. Così dicevano. Così hanno fatto. Con anche alcune colpe nostre. Va ammesso e ripetuto. Ma se abbiamo sbagliato una volta o due, davvero allora lo abbiamo fatto perché dall’altra parte c’era quello che un mio amico chiama “l’impero del male”.
Contro il centrodestra tutto diventata possibile. “Bisogna battere le destre”. Se aveva senso allora, non aveva comunque senso farlo dal punto di vista del mercato, del capitalismo, del padronato.
Ma le politiche di governo vengono lasciate fare solo se accontentano i ricchi, i padroni per l’appunto.
Difficilmente un governo progressista e di sinistra vera può cambiare il Paese se non ha dalla sua la stragrande maggioranza del consenso popolare.
Chi ci ha provato senza una rivoluzione dietro, come Salvador Allende, è finito vittima di un complotto tra fascisti, militari fanatici e servizi segreti di potenze imperialiste.
Il tempo del “compromesso storico” è finito da molto, eppure c’è qualcosa di più fuorviante dell’accordo tra democristiani e comunisti per evitare un colpo di Stato in Italia.
Oggi ci sono le “larghe intese”, ci sono le leggi elettorali fatte con l’abilità di cento azzeccagarbugli per piegare il volere popolare a calcoli impossibili, facendo dell’eguale l’ineguale, dell’equipollenza del voto una diseguaglianza netta e feroce: a partito grande corrisponde voto grande; a partito piccolo corrisponde il “voto inutile”.
Quindi meglio fare appelli buonisti al voto utile. Statene certi, non mancheranno nemmeno nella prossima tornata elettorale…
Tutto questo è rivoluzionario? Tutto questo è conservazione dell’esistente provando a spostare un po’ la barra verso una pace sociale che rischia di saltare. Fa male e bene allo stesso tempo al cuore vedere gli operai dell’ILVA di Genova occupare la fabbrica e farlo per difendere insieme, uniti, un patto che non si vuole rispettare.
La sinistra rivoluzionaria, di alternativa, deve stare con questi lavoratori senza se e senza ma.
Lo diranno a parole: lo scriveranno anche. Ma non diranno che fino a poco tempo fa erano loro, i socialdemocratici di ritorno, ad aver sostenuto politiche di defiscalizzazione delle imprese, di agevolazione dei profitti fatti poi sulla pelle dei lavoratori, incentivando non la contrattazione nazionale ma il precariato, il lavoro a chiamata, ogni sorta di nuova forma di “non-contratto”, di cancellazione delle fondamenta su cui era stata scritta la Legge 300…
E ora, davanti ad un PD che li ha costretti ai margini, all’angolo, cercano un nuovo protagonismo politico: si reinventano “di sinistra”, magari anche “alternativi” a tutti i poli presenti.
Hanno già deciso date, platee pseudo-congressuali, stati generali a cui affidarsi. Ma, ci tengono a sottolinearlo, sono democratici e progressisti e quindi tutto si farà con la “condivisione dal basso”. L’aere ha più consistenza di queste fraseologie prive di qualunque sostanza, di qualunque capacità di convincimento.
Io non mi riconosco nelle proposte e nei valori di cui si parlava all’inizio. E siccome non mi riconosco in ciò, non penso proprio che potrò far parte di un progetto così democratico, così inclusivo da farmi aderire per gentile concessione sulla base delle idee altrui.
Una sinistra di questa risma non è unitaria ma è velleitaria. Non fa rinascere nessuna domanda di sinistra nella popolazione ma attrae solo chi è disperato e non sa che votare se non ama Grillo, Renzi o Salvini e Berlusconi.
Votare per contrarietà è come “arrivarci per contrarietà”. Non è spontaneità, non è libertà. E’ un voto inutile che qualcuno tenterà di spacciare per utilissimo. Soprattutto alla classe che non c’è.

MARCO SFERINI

8 novembre 2017

foto tratta da Pixabay

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