La crisi siriana dentro lo scacchiere mediorientale

Per comprendere appieno quanto sta avvenendo in queste ore in Siria, occorre fare un breve salto indietro nel tempo, perché gli schemi di guerra si ripetono ormai con una...

Per comprendere appieno quanto sta avvenendo in queste ore in Siria, occorre fare un breve salto indietro nel tempo, perché gli schemi di guerra si ripetono ormai con una sfibrante similarità da rendere evidente una linea di condotta dell’imperialismo multipolare (russo e americano essenzialmente, contrapposto oggi diversamente rispetto al passato della guerra fredda) adottata nella zona Mediorientale ormai da molto tempo.

Nel corso delle guerre del Golfo non esisteva una dicotomia così netta tra Stati Uniti d’America e Russia, ma le cosiddette “coalizioni dei volenterosi”, che si sono andate formando dal 1991 ad oggi non hanno mai incluso i postumi statali dell’ex Unione Sovietica. Addirittura nella prima guerra del Golfo la tanto nemica Siria era fra coloro che si opponevano all’Iraq di Saddam Hussein. Ma si sa, i nemici di oggi diventano gli amici di domani e viceversa: la storia è ricchissima di episodi di trasformismo bellico, di cambio di campo repentino e anche un po’ facilone. Basti pensare alla nostra Italia e all’8 settembre del 1943.

Nel 2011, sull’onda lunga dei movimenti degli “indignados” e di “occupa Wall Street”, si sviluppano le primavere arabe, le quali portano sulla scena giovani generazioni consapevoli che sfidano i poteri monolitici tanto cari ai Paesi Occidentali. Dalla Tunisia all’Egitto, dalla Libia alla Siria, sino al Bahrein, lo stato totalitario caro ai miliardari della Formula uno, tutto è in movimento: sono studenti, intellettuali ed anche giovani precari, come il ragazzo che in Tunisia si dà fuoco per protesta.

Rivendicano diritti civili e sociali, ed in un caso riescono anche parzialmente a vincere: in Tunisia, ove, con l’abbattimento di Ben Alì, viene scritta una nuova Costituzione, nonostante la maggioranza delle classi subalterne scoscientizzate si schierno col partito conservatore Hennada, mentre in Egitto, dopo la deposizione di Mubarak, in seguito a libere elezioni,nonostante una sinistra forte, la spuntano i Fratelli che musulmani, storica organizzazione islamista non integralista che per decenni, nell’illegalità,ha praticato forme di mutualismo sociale.

Come è noto, il movimento egiziano, sviluppatosi nella celebre piazza Tahrir al Cairo, verrà poi spazzato via dal colpo di stato militare del Generale Al Sisí che, dopo aver dichiarato illegale il nuovo governo presieduto dai Fratelli musulmani e la sinistra che gli si oppone, fa piazza pulita procedendo mediante processi sommari e condanne, come mostra anche il tragico caso di Giulio Regeni.

Nel Bahrein la repressione è spietatissima: nel micro Stato petrolifero degli emiri ossequiati in Europa, le carceri si riempiono di oppositori che divengono desaparecidos come nell’Argentina degli anni Ottanta, senza che la comunità internazionale, sempre presente in quel Paese quando si tratta di gran premio , dica mezza parola. È ampiamente noto ciò che accade in Libia ed in Siria, ove, alle proteste democratiche dei grandi movimenti, si affianca la pesante infiltrazione di ogni tipo di milizia islamista o paramilitare, strumenti consapevoli e inconsapevoli di un Occidente che intende sbarazzarsi di scomodi alleati, ormai divenuto impresentabili, per reimpostare direttamente delle risorse economiche e delle infrastrutture civili ad esse connesse.

Gheddafi cade in seguito ad un’azione militare franco-statunitense la quale lungi dal portare democrazia, determina la dissoluzione del Paese, diviso in due tronconi in mano a bande armate rivali, più varie terre di nessuno controllate da clan mafiosi e milizie islamiste.

In Siria le proteste seguono la stessa strada si quelle libiche, mentre il dittatore Assad incarcera e reprime duramente gli oppositori laici e democratici, determinando un vuoto che verrà colmato da combattenti di ogni tipo, fra i quali fioriranno soprattutto Al Nusra e Daesh, tanto cari in primis alla Turchia di Erdogan che mira, nel frattempo, ad estendere il controllo sulle regioni curde della Siria settentrionale, dove il movimento curdo, con le sue forme di mutualismo socialista e democratico, rimane l’unico baluardo di democrazia e diritti in un territorio trasformatosi in terra di conquista per tutti gli imperialismi del mondo, da quello russo, alleato di Assad, a quello americano, inglese e francese, interessato a fare della Siria una nuova Libia.

Post scriptum: Gheddafi, Mubarak, Ben Alì, i sultani del Bahrein e Assad resteranno sempre dei criminali.

Post scriptum secondo: La guerra è un lato dell’umanità. Un fenomeno umano che è disumano. Un fenomeno disumano proprio perché è umano. Siamo antipodi. Siamo bellicosi e siamo pacifici.
Siamo geniali, lucidamente folli nel comprendere il non-senso della vita e siamo poi crudeli nel calarci nella più squallida delle particolarità quotidiane dimenticando dove siamo collocati: in un caos ordinato privo di centro.
La guerra, dunque, è un lato dell’umanità. L’altro lato è facile a dirsi e difficile a farsi se tutto, nello scorrere dell’attualità, si volge al particolare, al miserrimo interesse egoistico. La guerra è umana. Di questa umanità. Capitalistica, merceologica.
Per questo solo una umanità nuova potrà generare un lato solo di sé stessa ma non senza avere presente il lato che può e deve abbandonare. Senza confronto, senza scontro con le contraddizioni della società antisociale delle merci (umane e non), non potrà mai esserci superamento delle guerre, quindi superamento del capitalismo.

ENNIO CIRNIGLIARO
MARCO SFERINI

14 aprile 2018

foto tratta da Pixabay

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