Il terzo suicidio dell’Europa

Se in un remoto futuro uno storico, abbastanza distaccato dal nostro tempo per coglierne interamente la complessità che sfugge ai contemporanei, analizzasse le costanti degli ultimi cent’anni della nostra...

Se in un remoto futuro uno storico, abbastanza distaccato dal nostro tempo per coglierne interamente la complessità che sfugge ai contemporanei, analizzasse le costanti degli ultimi cent’anni della nostra storia, forse ne troverebbe una assai inquietante: ciclicamente l’Europa, a seguito di una crisi economica e culturale, piomba nel buio sino a suicidarsi.

Ciò è avvenuto con la Prima Guerra mondiale, risultante della crisi del capitalismo a partire dagli anni Novanta del secolo decimonono, con la conseguente distruzione delle certezze borghesi (distruzione che ha generato anche risultati considerevoli nelle arti e nella letteratura, dal decandentismo, al cubismo, alle avanguardie musicali, ad esempio); ciò è avvenuto con l’avvento dei fascismi e della Seconda guerra mondiale,filiazione diretta della Prima, a seguito delle conseguenze nefaste del Trattato di Versailles e della crisi del Ventinove; ciò sembra avvenire oggi, dopo dieci anni di crisi economica, a loro volta risultante di un trentennio di politiche neoliberali globali che, forti di un salto tecnologico poderoso innescato dalla rivoluzione informatica, hanno modellato l’intero Pianeta secondo la volontà sovraordinatrice dei “Mercati” (moderno politeismo che cela dietro realtà ben più prosaiche ed immanenti).

Dieci anni di crisi economica, si diceva, che hanno eroso profondamente non solo i fondamenti su cui si reggeva il compromesso fra capitale e lavoro che aveva costruito il cosiddetto “modello sociale europeo” dal Dopoguerra ad oggi, figlio – è bene non dimenticarlo- anche della paura del “pericolo rosso” da parti delle classi dominanti occidentali, che temevano un’avanzata delle forze socialiste in un tempo in cui, nel bene e nel male, era ancora forte l’attrattiva della Rivoluzione d’Ottobre e il grande abbaglio del socialismo di Stato sovietico -, ma che hanno devastato anche le vecchie identità popolari e operaie con le loro organizzazioni di massa, dai grandi partiti ai sindacati, sino all’associazionismo di base, come le case del popolo, le società di mutuo soccorso ecc…

Insomma, tutto quel complesso sistema di realtà collettive chiamato “corpi intermedi” in grado di integrare negli organismi statuali le grandi masse popolari, che attraverso di essi si acculturavano come soggetto politico cosciente. In estrema sintesi, possiamo dunque dire che la somma della crisi economica più la crisi culturale ci ha restituito come risultato la messa in mora di quel modello che chiamiamo “democrazia” a seguito del totale annientamento del principale soggetto che ne è attore: il cittadino.

Cittadino in quanto persona consapevole del proprio essere politico, corpo fondante della Repubblica come si intende dalla Rivoluzione francese in poi.

Tutto ciò, naturalmente, ha eroso a monte anche il declinarsi materiale delle diverse forme dell’essere cittadino nella repubblica democratica: è stato il borghese classico, travolto dalla globalizzazione dell’economia che ha totalmente trasformato la natura di quelli che erano i “ceti produttivi”, oggi proletarizzati e spinti nel gorgo dell’autosfruttamento (si pensi alle cosiddette “partite Iva” o alla galassia del lavoro autonomo) ed è stata erosa la classe operaia, la quale nel passato aveva avuto la forza culturale, ancor prima che politica, di farsi classe generale e rappresentante degli interessi collettivi; classe operaia che, a seguito dei processi di ristrutturazione dei cicli produttivi e delle sconfitte storiche successive agli stessi, è stata ridotta a minoranza anche nei ceti popolari, ormai  trasformati in una indistinta massa di precari con contratti individualizzati, separati anche fisicamente l’uno dall’altro e dunque incapaci di organizzarsi, entro quel sistema che in Francia è chiamato “uberisation” del lavoro.

Entro un tale quadro, l’Italia ha subito molto di più l’impatto di quel processo che è definibile come lotta di classe al contrario, ossia di riappropriazione del potere economico e culturale da parte delle classi dominanti, in quanto il nostro Paese andava colpito in maniera più forte e diretta, dal momento che in passato esso aveva avuto un grande Partito socialista ed il più grande Partito comunista d’Occidente, oltre ad aver avuto il più lungo Sessantotto del mondo, qui durato per dieci anni, ed una capillare rete di associazionismo di sinistra.

Ecco perché qui più che in altri Paesi europei la crisi culturale, il crollo dei lettori di libri, la perdita di coscienza politica nelle grandi masse, il rifluire sul privato amorale, il fascismo e la xenofobia come nuovo senso comune si stanno impiantando con maggior facilità rispetto ad altri Paesi occidentali, dove pure tale cancro sta facendo passi da gigante.

Ed ecco perché qui, invece , occorrerebbe da parte delle sinistre – ossia di quella parte politica e culturale che intende superare i rapporti di produzione capitalistici alla base di tutte le degenerazioni testé descritte – un supplemento di studio della realtà, di inchiesta, di analisi e di lotta, ove i primi elementi si pongano già come forma di lotta. La posta in gioco è altissima, dato che la crisi climatica globale, innescata nel tempo dell’antropocente dal diretto agire degli umani in grado di modificare la natura con una profondità inedita dell’intera storia della specie, non farà prigionieri, ma persino i salvati saranno prima o poi i sommersi.

Se non agiremo oggi, finiremo per consegnare le grandi masse alla passività inerte e complice, per trasformare le persone in consumatori indebitati e/o in essere disumanizzati pronti ad azzannare chi sta peggio e di vivere in un mondo distopico fondato sulla violenza, sull’ingiustizia di massa e sul privilegio, a tutto vantaggio di un sistema economico che, mediante i nuovi dispositivi di formazione, controllo e guida dell’opinione pubblica, rischia di trasformarsi nel nuovo e definitivo totalitarismo che suiciderà l’Umanità.

ENNIO CIRNIGLIARO

1° dicembre 2017

foto tratta da Pixabay

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