Addio a Paolo Villaggio. Il ribelle e il ragioniere bistrattato dal mondo

Paolo Villaggio. Addio al comico genovese che coi suoi personaggi ha narrato l’italica miseria e il bisogno di sopravvivenza e che con Fantozzi ha creato un lessico divenuto collettivo

Paolo Villaggio se n’è volato via, ora è libero, ha detto sua figlia. E se n’è andato come ha vissuto, senza crearsi troppi crucci, incurante di un diabete subdolo e dispettoso.

Paolo Villaggio non era alto ma aveva un panzone esagerato, forse perché da qualche parte doveva custodire la mole spropositata di talento e genialità che ha contraddistinto la sua vita prima ancora della sua carriera.

Paolo è stato il cantore  iperbolico dell’italica miseria, della necessità di sopravvivere in un mondo popolato di gran mascalzon cav grand uff lup mann pezz di merd. Lui non ha mai visto di buon occhio i potenti. A partire da quella cialtronesca amicizia con Fabrizio De André che ha fruttato anche un paio di canzoni: Il fannullone e Carlo Martello dove il re di ritorno dalla battaglia di Poitiers decide di concedersi una pausa erotica con una donna che poi scopre mercenaria del sesso. Quella tra Faber e Villaggio è un’amicizia genovese e duratura tra due ribelli, nati in famiglie benestanti ma irrispettosi delle gerarchie, pronti a salpare sulle navi da crociera. Due scapestrati anarchici, all’epoca ancora sconosciuti ma già nel mirino della censura per il testo di Carlo Martello.

Per un breve periodo Villaggio (che aveva frequentato bambino la scuola Diaz) lavora in una grande azienda e si occupa di eventi. Sa guardarsi intorno e, vero o falso che sia, lì incontra il ragionier Bianchi. Bianchi non lavora in un ufficio ma in un pertugio rimediato in un sottoscala, quando Villaggio tende la mano per presentarsi e dice «permette?» quello si alza in piedi e allora il nostro gli chiede il perché. Risposta:«Credevo che volesse ballare». Fantozzi è nato, anche se ancora non lo sa.

Di lì a poco  lo scoprono la radio e la tv dove irrompe come professor Kranz con l’immancabile cammello di pelouche e soprattutto Giandomenico Fracchia, perennemente convocato dal gran capo megagalattico , costretto a non trovare pace sulla poltrona sacco, devastato dalla salivazione azzerata e costretto a riconoscere «come è umano lei» mentre gli «si sono intrecciati i diti».Forte di alcune esperienze nella compagnia goliardica Mario Baistrocchi (dove sono passati anche De André e Carmelo Bene) Villaggio si esibisce poi a teatro presentando un prestigiatore maldestro e aggressivo nei confronti del pubblico. E fa ridere. Molto. Al punto da essere mandato a Roma da Maurizio Costanzo, dove il suo cabaret folgora Ennio Flaiano e poi al mitico Derby di Milano. Lì si forma davvero tra Cochi e Renato e Giorgio Gaber, a Tirar mattina con Umberto Simonetta.

L’effetto è dirompente anche perché Villaggio inventa un lessico destinato a restare nel tempo. Fantozzi è lì, in agguato con i suoi pantaloni ascellari, i suoi congiuntivi inarrivabili, il basco e il servilismo iperbolico. Prima appare sull’«Europeo», poi in libro, infine in film. Il successo è smisurato: alla fine si conteranno cinque libri e dieci film con il ragionier Ugo Fantozzi bistrattato dal mondo, con tanto di nuvola personale che lo segue puntuale. Ma non si creda di poter liquidare con una scrollatina di spalle il fenomeno Villaggio e la sua più (s)fortunata creatura. Tra il primo e il secondo libro di Fantozzi pubblica il geniale Come farsi una cultura mostruosa (Bompiani, prefazione di Umberto Eco), tradotto in russo ottiene il premio Gogol, anzi Evtushenko interrogato sugli autori italiani preferiti cita «Vigliacchio» perché gli ricorda sia Gogol che Cechov.

Serviti gli schizzinosi comincia l’immensa trionfale cavalcata di Villaggio attraverso il cinema con Monicelli, Gassman (grande amicizia), Corbucci, Samperi, Loy, Ferreri, Comencini, Avati, Salce naturalmente, Neri Parenti, Castellano e Pipolo, Mogherini, Ponzi, Olmi, Wertmüller, Salvatores e naturalmente Fellini che in questo modo lo consacra definitivamente al di là del personaggio, in quanto attore. Infatti arriva anche un leone d’oro alla carriera alla Mostra di Venezia, grazie a Pontecorvo (primo comico e ricevere questo riconoscimento), poi anche a Locarno. Contemporaneamente trionfa con la tv, la radio, l’editoria, il teatro, tra l’altro con un Avaro di Molière per la regia di Giorgio Strehler.

Impossibile ripercorrere tutte le tappe della carriera magistrale di un individuo ruvido, a tratti scorbutico, assolutamente non compiacente, basti citare i titoli di un paio di suoi libri: Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda e Siamo nella merda. Pillole di saggezza di una vecchia carogna.
In anni non sospetti (primi ’80) Villaggio, a lungo sostenitore del Pci, si era schierato con Democrazia Proletaria, in tempi recenti aveva invece simpatie per il suo concittadino Grillo. Come il suo grande estimatore Fellini anche Villaggio è diventato un aggettivo, meglio la sua creatura: fantozziano è presente nei dizionari. Non capita a tutti, meno che mai ai comici. Anche se Villaggio era davvero molto di più, infatti era già presente nei vocabolari col suo stesso nome, seppure con significato diverso.

ANTONELLO CATACCHIO

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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