Il Partito secondo Gramsci

Si espone di seguito un riassunto del “concetto del partito” nella teoria di Antonio Gramsci. Roba da altri tempi dirà qualcuno ma qualcosa in mezzo tra questa concezione del...

Si espone di seguito un riassunto del “concetto del partito” nella teoria di Antonio Gramsci. Roba da altri tempi dirà qualcuno ma qualcosa in mezzo tra questa concezione del partito e della vita politica e i 10 euro per la tessera, di cui oggi sconsolatamente leggiamo, dovrebbe pure esserci rimasto. Un minimo di scatto d’orgoglio, di riflessione, da parte di chi ha ritenuto (a torto o a ragione, non importa) di aver appartenuto a una Storia che ancora può essere ricordata con la S maiuscola.

Ma, sconsolatamente, non riusciamo a intravedere alcunché di simile nel “mare magnum” della degenerazione attuale e allora non ci resta che rifugiarci nei “classici” e nei riferimenti d’altri tempi.


IL CONCETTO DEL PARTITO IN GRAMSCI

Gramsci, anticipando Duverger, individuava tra gruppi di appartenenza in un partito politico, giudicando l’esistenza di un partito essenziale per la vita politica:

1) Un elemento diffuso, di uomini comuni, medi, la cui partecipazione è offerta dalla disciplina e dalla fedeltà, non dallo spirito creativo ed altamente organizzativo. Senza di essi il partito non esisterebbe, è vero, ma è anche vero che il partito non esisterebbe neanche “solamente” con essi. Essi sono una forza in quanto c’è chi li centralizza, organizza, disciplina, ma in assenza di questa forza coesiva si sparpaglierebbero e si annullerebbero in un pulviscolo impotente. Non si nega che ognuno di questi elementi possa diventare una delle forze coesive, ma di essi si parla appunto nel momento che non lo sono e non sono in condizioni di esserlo, o se lo sono lo sono solo in una cerchia ristretta, politicamente inefficiente e senza conseguenza.

2) L’elemento coesivo principale, che centralizza nel campo nazionale, che fa diventare efficiente e potente un insieme di forze che lasciate a sé conterebbero zero o poco più; questo elemento è dotato di forza altamente coesiva, centralizzatrice e disciplinatrice e anche (anzi forse per questo, inventiva, se si intende inventiva in una certa direzione, secondo certe linee di forza, certe prospettive, certe premesse anche): è anche vero che da solo questo elemento non formerebbe il partito, tuttavia lo formerebbe più che non il primo elemento considerato. Si parla di capitani senza esercito, ma in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto vero che un esercito [già esistente] è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste.

3) Un elemento medio, che articoli il primo col terzo elemento, che li metta a contatto, non solo “fisico” ma morale e intellettuale [Q 1733-34].

Il secondo elemento, “l’elemento coesivo principale”, i “capitani affiatati, d’accordo tra loro, con fini comuni”, in una parola il “gruppo dirigente”, svolge una funzione cardine nel moderno partito politico, al punto che «un “movimento” diventa partito, cioè forza politica efficiente, nella misura in cui possiede “dirigenti” di vario grado e nella misura in cui questi “dirigenti” sono “capaci”» [Q 1133]. Occorre però che esistano “le condizioni materiali oggettive (e se questo secondo elemento non esiste, ogni ragionamento è vacuo) sia pure allo stato disperso e vagante” [Q 1734].

La formazione del gruppo dirigente del partito politico, soprattutto del partito che si propone come fine la trasformazione rivoluzionaria della società è dunque questione centrale. Non a caso Palmiro Togliatti ne ripropone agli inizi degli anni ’60 una riflessione storico-documentaria, pubblicando La formazione del gruppo dirigente del Partito comunista italiano nel 1923-1924 [Editori riuniti, Roma, 1962].

Ma i gruppi dirigenti di un partito comunista – che è antitetico al partito politico borghese – non devono sostituirsi al corpo del partito e alle masse. Nel 1925, opponendosi alla concezione di Bordiga, Gramsci scrive:

“Il Comitato centrale, anzi, il Comitato esecutivo era tutto il partito, invece di rappresentarlo e dirigerlo. Se questa concezione venisse permanentemente applicata, il partito perderebbe i suoi caratteri distintivi politici e diventerebbe, nel migliore dei casi, un esercito (e un esercito di tipo borghese), perderebbe cioè la sua forza d’attrazione, si staccherebbe dalle masse [Introduzione al primo corso della scuola interna di partito].”.

La concezione gramsciana del partito comunista si forma nel fuoco della lotta passando per la cruciale esperienza dell’occupazione delle fabbriche e del “biennio rosso” filtrata attraverso l’azione di agitazione, propaganda ed elaborazione teorico-politica dell’Ordine nuovo fino alla scissione dal PSI a Livorno nel 1921; e la battaglia interna al PCd’I contro le tesi di Bordiga, conclusasi col III Congresso, tenutosi clandestinamente a Lione tra il 20 e il 26 gennaio 1926.

Moltissime cose sono cambiate rispetto a quella fase storica. Vale, tuttavia, la pena riproporre alla riflessione alcune grandi questioni sul modo di essere e di operare del partito comunista che nella battaglia politica e nella successiva elaborazione dei Quaderni del carcere(attenzione “del carcere” e non “dal carcere”).

Solo dal complesso quadro di tutto l’insieme sociale e statale (e spesso anche con interferenze internazionali) risulterà la storia di un determinato partito, per cui si può dire che scrivere la storia di un partito significa niente altro che scrivere la storia generale di un paese da un punto di vista monografico, per porne in risalto un aspetto caratteristico [Q 1630].

Non si può, in altri termini, assumere meccanicamente la stessa forma partito che Gramsci contribuì a costruire negli anni Venti: il partito è una formazione storica, destinata ad estinguersi, insieme con lo Stato, in una determinata fase dello sviluppo della società comunista.

“Storicamente”, scrive Gramsci in una lettera di fondamentale importanza indirizzata da Vienna a Togliatti e Terracini (9 febbraio 1924), “un partito non è mai definito e non lo sarà mai, poiché esso si definirà quando sarà diventato tutta la popolazione, cioè quando sarà sparito. Fino alla sua sparizione, per aver raggiunto i fini massimi del comunismo, esso attraverserà tutta una serie di fasi transitorie e assorbirà volta per volta elementi nuovi nelle due forme storicamente possibili: per adesione individuale o per l’adesione di gruppi più o meno grandi”.

Concetto ribadito nella riflessione successiva dei Quaderni:

poiché ogni partito non è che una nomenclatura di classe, è evidente che per il partito che si propone di annullare la divisione in classi, la sua perfezione e compiutezza consiste nel non esistere più perché non esistono classi e quindi loro espressioni [Q 1732-33].

Al III Congresso del partito comunista d’Italia furono presentati dal Comitato centrale e approvati a larghissima maggioranza (la minoranza di Bordiga presentò un suo progetto di Tesi) 5 documenti: sulla situazione internazionale; per il lavoro nazionale e coloniale; tesi agrarie; tesi politiche: la situazione italiana e la bolscevizzazione del partito; tesi sindacali. Al punto 24 delle Tesi politiche [d’ora in poi indicate con T] si afferma che “la costruzione di un partito comunista […] è in connessione diretta con i seguenti punti fondamentali: 1) la ideologia del partito; 2) la forma della organizzazione e la sua compattezza; 3) la capacità di funzionare a contatto con la massa; 4) la capacità strategica e tattica”. E si sottolinea: “Ognuno di questi punti è collegato strettamente con gli altri e non potrebbe, a rigore di logica, esserne separato”.

Chissà oggi su quali documenti si è lavorato per preparare le primarie del PD e la stessa scissione verificatasi la settimana scorsa: su quale lettura del mondo ci si è appoggiati, quale riflessione strategica, quale valutazione dell’insieme dei rapporti sociali. Sarebbe interessante   ricevere delle risposte che non fossero quelle che ci dovremo aspettare dalla Magistratura che ancora una volta sembra chiamata a supplire la politica, oppure dalla qualità dei favori che Ciruzzo elargisce al “popolino” (testuale da interviste pubblicate dalla stampa).

Per redigere questo intervento è stato consultato un articolo di Andrea Catone apparso su Marx XXI nel gennaio del 2016.

a cura di FRANCO ASTENGO

4 marzo 2017

foto tratta da Wikimedia Commons

categorie
Comunismo e comunisti
nessun commento

lascia un commento

*

*

altri articoli