Il nostro “campo progressista” è solo la sinistra antiliberista

L’idea che balena in queste ore è la seguente: bisogna ricostruire una sorta di centrosinistra per arginare il pericolo delle destre e per riproporre al Paese una politica riformatrice...

L’idea che balena in queste ore è la seguente: bisogna ricostruire una sorta di centrosinistra per arginare il pericolo delle destre e per riproporre al Paese una politica riformatrice che tuteli le classi più deboli dall’aggressione indiscriminata dei mercati e del liberismo.
E’ la sintesi dei proponimenti che si possono leggere dalla intersecazione delle dichiarazioni dei maggiori protagonisti dei sommovimenti interni al PD e in odore di scissione, dalle altre minori scosse telluriche che investono Sinistra Italiana, dall’esternità del “Campo progressista” di Giuliano Pisapia e Laura Boldrini.
Insisto su un punto per me fondamentale, osservando con attenzione, spero, sufficiente tutta questa agitazione di acque che non erano comunque chete nemmeno prima del referendum di dicembre.
Si mescolano le posizioni, ci si osserva, ci si guarda provando a capire chi farà la prima mossa e, di conseguenza, chi sarà poi a fare la seconda e a muovere abilmente evitando di essere mangiato sullo scacchiere di una dinamica contorta che non ha programmi così distanti nel suo insieme.
Il punto fondamentale su cui voglio insistere è questo: ciò che credo sia necessario per una sinistra di alternativa che comprenda anche la parte cui faccio riferimento, quindi, i comunisti, è la chiara costruzione di un soggetto, di un quarto polo che sia unitario, plurale e che, prima di tutto, si distingua senza ambiguità, senza se e senza ma da progetti di ricongiungimento con forze centriste e con forze di sinistra moderata che vogliono gestire la crisi provando a favorire gli interessi dei poteri economici di una certa rilevanza ed insieme concedere qualche spazio alle rivendicazioni sociali dei più deboli.
Questa è una politica già vista che ha avuto nell’Ulivo prima e nell’Unione poi la dimostrazione, con maggioranze variabili, lapalissiana per cui è letteralmente impossibile imporre politiche sociali in un contesto di amministrazione di interessi privati, laddove il privato assume per forze centriste e liberali il ruolo privilegiato di interlocutore e di referente, in questo caso, antisociale.
La ricostruzione di un vero “campo progressista” non può avvenire rimettendo insieme centro moderato e sinistra moderata, ma scardinando questo costrutto ambiguo per gli interessi che vorrebbe rappresentare da entrambe le parti e che dovrebbero vivere un ruolo di contraddizione reciproca e che, invece, si trovano ad andare beatamente a braccetto e a condividere impostazioni programmatiche che richiameranno lacrime e sangue per l’ambito sociale a favore di enunciazioni come “stabilità governativa”, “stabilità economica”, “governabilità del Paese”.
Tutte formule che sono maschere di protezione per far apparire di sinistra ciò che invece è di destra in chiave economica.
Le peggiori iniezioni di rinforzo alla debolezza del sistema capitalistico italiano sono state fatte da governi che si sono richiamati alla sinistra e la centrosinistra tradendo, si fa per dire, la originaria aspirazione (anche qui si fa per dire) a mitigare l’intromissione dei mercati e, quindi, dei privati nella sfera pubblica.
Proprio la sfera pubblica è stato l’ambito di maggiore aggressione da parte dei governi a gestione PD, con l’etichetta di chissà quale centrosinistra o sinistra del caso, per evitare agitazioni popolari.
Il risultato è stato l’allontanamento del consenso sociale dalla politica, il ridimensionamento della partecipazione sia elettorale che come pratica quotidiana, la trasformazione delle istituzioni nel nemico pubblico del e per il pubblico e nell’amico primo e primario dei privati.
Qualunque scissione possa avvenire nel PD non farà altro che dare seguito a formazioni politiche che non recupereranno nessuno spirito antiliberista, anticapitalista e, quindi, avranno come unica bussola di navigazione la salvaguardia dei privilegi della classe dominante provando a dialogare con essa, provando a mitigarne le pretese.
Nessuna lotta di classe, ma anzi una lotta contro la classe: quella dei lavoratori e delle lavoratrici e di chi non ha lavoro. Vogliamo dirlo apertamente: contro la classe degli sfruttati e dei più deboli di questa società.
La borghesia italiana sa che Renzi ha bruciato molte delle sue potenzialità, anche se ancora non ha deciso di archiviarlo completamente: non è che sulla scena possa comparire un capace giovane sindaco di qualche importante città a fare da rottamatore della vecchia classe dirigente ogni anno. Non si può chiedere a Bersani o D’Alema di rottamare Renzi. Saremmo al paradosso. E non si può, ovviamente, chiedere a Renzi di rottamare Renzi medesimo. Sarebbe surreale e innaturale politicamente.
Così come non può chi si definisce di sinistra tornare ad essere la “sinistra del centrosinistra”. Di quale centrosinistra poi? Di quello inesistente oggi? Di quello probabilmente di piccolo corso che potrebbe nascere dalla scissione del PD tra qualche tempo?
Il problema sta a monte, fin dalla creazione dell’anomalia politica tutta italiana rappresentata proprio dal Partito democratico: quella fusione di culture liberaleggianti come la socialdemocrazia ex pidiessina e il cattolicesimo laburista del PPI, ha aperto la strada alla scomparsa di categorie interpretative della politica che combaciavano, nel bene o nel male, con una società che vi si riconosceva. Così come si riconosceva, in misura minore, in Rifondazione Comunista come partito di opposizione a queste forze moderate.
Tutto è stato scompaginato e la nascita delle forze peroniste e populiste è dovuta anche a questi processi di scomposizione e ricomposizione della ex sinistra e dell’ex centro. Parti separate e unite, parti che ora sentono l’esigenza di ricostituirsi per evitare la cultura renziana dell’uomo solo al comando ed essere definitivamente seppellite sotto l’esigenze dell’andare quanto prima al voto anche se dopo un congresso dominato dall’ex presidente del consiglio.
Per quanto riguarda noi comunisti non può esistere dialogo con questi tentativi di ricomposizione delle rappresentanze borghesi della politica di governo.
O siamo alternativi anche a tutto questo o non riusciremo mai a ricostruire una alternativa percepita, sentita come tale senza bisogno di troppa comunicazione perché dovrà tornare ad essere collettivamente vissuta. Quasi intuita.
L’evidenza, in questi casi, la si fa nascere e crescere solo separandosi nettamente da qualunque anche vaga e lontana ipotesi di aggancio e di collaborazione con chi ha promosso esecutivi che hanno impoverito chi, giustamente, ci ha sempre meno percepito come espressione di rappresentanza politica degli interessi dei lavoratori, dei disoccupati e dei precari.
L’insignificanza politica, il ridimensionamento conseguente è il frutto di tutto questo lento e lungo processo di pauperismo delle identità, delle rivendicazioni, dei programmi.
Marcare fortemente le differenze è necessario per rilanciare Rifondazione Comunista dentro ad una sinistra antiliberista plurale. Se pensiamo che questo sia il nostro progetto, ogni altro tentativo di ricomposizione a sinistra è puro velleitarismo per noi; è solo la riedizione della collaborazione tra riformisti e liberisti, nel tentativo di anestetizzare le rivendicazioni sociali con provvedimenti di governo che tagliano i diritti e che, ogni tanto, concedono qualche bonus per la cultura, qualche mancia che fa apparire buono chi ti sta derubando, in realtà, dell’intero futuro della tua vita.

MARCO SFERINI

17 febbraio 2017

foto tratta da Pixabay

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