Il non voluto ritorno del parlamentarismo

Pochissimi ricordavano quale fosse il ruolo del Parlamento nella Repubblica Italiana: c’è voluta una legge poco costituzionale come il “Rosatellum” per rimettere al centro la politica del dialogo fuori...

Pochissimi ricordavano quale fosse il ruolo del Parlamento nella Repubblica Italiana: c’è voluta una legge poco costituzionale come il “Rosatellum” per rimettere al centro la politica del dialogo fuori e dentro le aule istituzionali escludendo quel semplicismo elettorale che ci portava a sapere chi fosse il presidente del Consiglio dei ministri, la coalizione vincente e quasi anche l’assetto del futuro governo appena scrutinate le prime schede dopo le ormai storiche ore 22.00.
Per abitudine, ormai, il sistema maggioritario corretto incostituzionalmente con mille stratagemmi, aveva riscritto ul ruolo del Parlamento e lo aveva fatto diventare un elemento subordinato all’esecutivo e questa alterazione dei ruoli dei poteri dello Stato avrebbe raggiunto il suo apogeo se avesse prevalso il SI’ nel referendum renziano bocciato dalla stragrande maggioranza del popolo italiano.
C’è, dunque, chi in questi giorni parla di un ritorno alla “prima Repubblica”, chi fa cenno alla fondazione di un terzo tempo nella storia post-bellica dello Stivale e chi rinverdisce vecchie similitudini con architravi politici del passato che, tuttavia, bisogna riconoscerlo, funzionavano certamente meglio dei governi tecnici e di quelli dal forte carattere personalistico cui abbiamo assistito in questi ultimi anni.
Non è affatto detto, però, che la stagione della messa in secondo ordine del Parlamento sia stata archiviata, perché qualche tentazione governista è sempre in agguato quando si tratta di tenere in piedi maggioranze che possono reggersi solo grazie all’astensione dal voto contrario di qualche gruppo di opposizione, da una desistenza non elettorale che prende le forme della “non belligeranza” tanto nella vasta aula della Camera dei Deputati quanto nella Camera alta del Senato della Repubblica.
Un governo, ad esempio, a guida dei Cinquestelle potrebbe prendere forma e sostanza, così come qualunque altro governo di differente colore nella legislatura che ancora deve aprirsi, in due precise condizioni: 1) per rottura del fronte di opposizione e partecipazione di una di queste forze alla maggioranza di governo; 2) per incrinamento del medesimo fronte e partecipazione esterna all’esecutivo mediante una fiducia condizionata a determinate istanze di programma.
Ogni altra ipotesi, almeno tecnicamente parlando, non potrebbe reggere l’urto delle due fiducie alle Camere e si infrangerebbe immediatamente contro i giochi di palazzo che sono spietati e che cercano di mettere, peraltro giustamente, a valore il mandato consegnato dall’elettorato a ciascuna forza politica.
Per una volta sono d’accordo con Matteo Richetti quando dichiara che il suo partito, il PD, il grandissimo sconfitto di questa tornata elettorale, ha indubbiamente anch’esso avuto un mandato dai suoi sostenitori ma principalmente lo ha avuto dai suoi ex elettori: è un mandato di opposizione, di abbandono di qualunque stanza governativa.
Milioni di persone hanno scelto la Lega e i Cinquestelle proprio per dare un segnale di questo tipo e per chiedere che a governare il Paese fosse una forza politica differente dal Partito democratico.
La collocazione del PD all’opposizione, dunque, mi sembra quasi un atto naturale più ancora di un atto dovuto: non andrebbe nemmeno discussa. Ma la democrazia è un esercizio artistico della politica e la politica, del resto, è sublimazione (o dovrebbe esserlo) del regime democratico, per cui è ovvio che si discuta di tutte le ipotesi possibili e probabili e che si cerchi di interpretare la volontà tanto dell’elettore (come si fa quando si attribuisce il voto incerto) e di coniugarla con i desiderata dei partiti e dei movimenti in campo.
I commenti giornalistici e televisivi sono così tanti da farne scorpacciate causanti indigestioni irreparabili e una saturazione cerebrale che rischia di annebbiare la più dinamica vista politica. Per questo forse è bene dare tempo al tempo e tenere a mente che in fondo non esistono molti giochi da incastro in questo frangente: tutto dipende dal tipo di intesa che si può riuscire a trovare o meno.
Nel caso ciò non si verificasse sappiamo tutti cosa prevede la Costituzione in merito: il ritorno alle urne. E siccome di qualche paura bisogna sempre pur vivere, coloro che sono abili nel diffonderle si apprestano a paventare l’impossibilità come realtà concretizzabile e a vedere una Italia priva di governo.
Un governo (purtroppo, viene da dire…) ci sarà comunque: se non altro per lo sbrigamento della normale amministrazione dello Stato. Non avrà poteri decretizi, non potrà fare niente altro se non occuparsi dell’esistente e vivacchiare fino alla fatidica cerimonia della “campanella”.
Se proprio bisogna avere paura, allora temiamo l’ipotesi peggiore: un governo Cinquestelle – Lega. Sarebbe l’unità dei populismi e la convergenza di progetti reazionari tanto in materia di diritti sociali quanto di diritti civili. Laddove il compromesso deve esistere, la bilancia dovrà pendere ora a favore del programma dell’uno e ora a favore del programma dell’altro. E da entrambe queste due destre non può venire, francamente, nulla di buono per il Paese.
Il parlamentarismo non voluto è figlio illegittimo di sostenitori di una concezione oligarchica della Repubblica: anzi, proprio anti-repubblicana nel senso laicamente più alto del termine.
Per questo sarà molto difficile potersi attendere da ciò una messa al centro dell’agenda politica del bene comune del Paese pur in mezzo a mille interessi privati.
Cambiare la legge elettorale, come potete ben vedere, non significa cambiare le vere regole del gioco: quelle dettate dal mercato, dalle banche e dai grandi signoraggi monetari e finanziari d’Alpe e d’Oltralpe.

MARCO SFERINI

10 marzo 2018

foto tratta da Pixabay 

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