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Tuesday 2 September 2014
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Il lavoro degli «altri» fa bene all’Italia

Il dossier dell’Idos analizza il valore economico e sociale degli immigrati al tempo della crisi

immigrati_11_010310--400x300Sei italiani su dieci non sono in grado di leggere un testo mediamente complesso come un articolo di giornale. Un peccato, soprattutto per leghisti, razzisti e ignoranti di varia specie – di questi ultimi ce ne sono anche al governo – perché ieri è stato pubblicato un interessante dossier statistico sull’immigrazione 2013 curato dal centro studi e ricerche Idos per conto dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar).
Tra tutti i 75 capitoli che lo compongono, potrebbero sforzarsi di comprendere almeno quello relativo ai soldi che «noi» spendiamo per «loro» e loro ci restituiscono sotto forma di tasse (già, pagano i contributi). Gli introiti relativi ai versamenti degli immigrati nel 2011, «anche nell’ipotesi meno favorevole di calcolo», ammontano a 13,3 miliardi di euro, mentre le spese sostenute dallo stato per gestire il fenomeno migratorio sono di 11,9 miliardi. Quindi gli immigrati, con un saldo in attivo di 1,4 miliardi l’anno, sono utilissimi anche all’economia.
Leggendo il capitolo «espulsioni», invece, più di un ministro potrebbe vergognarsi per aver gettato al vento 1 miliardo tra il 2005 e il 2011 solo per gli «interventi di contrasto dell’irregolarità» (stendiamo un velo pietoso sulla tragedia esemplare di Lampedusa) e per la gestione dei Cie e dei Centri per richiedenti asilo, che sono al collasso. E la criminalità dove la mettiamo? – argomenterebbe l’italiota. «Gli stranieri regolarmente presenti – si legge nel dossier – hanno un tasso di criminalità equiparabile a quello degli italiani». E sui «clandestini» che dire? Che «tra gli irregolari incidono invece molto i reati legati allo stesso status di irregolarità». Quindi, gli stranieri sono fuori legge perché «noi» li costringiamo ad essere tali.
Ma sono altri numeri a dare l’idea di un processo epocale irreversibile con cui l’Italia dovrà imparare a convivere. Gli stranieri regolarmente presenti sono 5 milioni 186 mila, cifra superiore a quella stimata dall’Istat che non tiene conto dei non iscritti all’anagrafe. Significa che la crisi ha rallentato ma comunque non fermato l’arrivo di nuovi cittadini. In particolare, il dato relativo al 2012 racconta di una crisi pesante che ha frustrato le aspettative di molti stranieri: l’aumento è stato contenuto (solo + 8%), sono diminuiti gli ingressi e anche i visti rilasciati per lavoro (da 90.483 nel 2011 a 52.328), e soprattutto, sono cresciuti i flussi di ritorno (180 mila permessi scaduti senza essere rinnovati). Non si tratta di una fuga, ma è chiaro che l’Italia in questa fase non è una meta appetibile. Ormai viene definita di «lungo periodo» la disoccupazione in aumento che colpisce anche gli stranieri: nel 62% delle famiglie solo un componente ha un lavoro, mentre quelle senza nemmeno un lavoratore sono passate dall’11,5% nel 2011 al 13% del 2013. Altro segno della crisi, le compravendite immobiliari in netto calo: sono passate da 135 mila nel 2007 a poco più di 45 mila l’anno scorso (circa il 20% degli immigrati vive in «condizioni di precarietà alloggiativa»). Detto questo, il dossier comunque conferma un aumento dell’occupazione immigrata in termini assoluti (2,3 milioni di lavoratori). Significativo anche il segno positivo relativo alle imprese gestite da stranieri: sono 477.519, il 7,8% del totale con un aumento del 5,4%. Si tratta di un «valore aggiunto», scrivono gli autori dello studio, di 7 miliardi di euro. Ci sono poi settori in positiva controtendenza, come l’agricoltura, settore che sta attirando anche gli italiani: nel 2012 hanno trovato lavoro nei campi 320 mila immigrati, + 3% rispetto al 2011. Anche il dato sulla provenienza degli immigrati sfata alcune percezioni sballate. Guardando al continente, il 50,3% arriva dall’Europa, il 22,2% dall’Africa, il 19,4% dall’Asia e l’8% dall’America. Tra le grandi collettività non comunitarie spiccano marocchini (513 mila), albanesi (498 mila), cinesi (305 mila), ucraini (225 mila), filippini (158 mila), indiani (150 mila) e moldavi (149 mila). Tra i comunitari, «vincono» i rumeni con circa 1 milione di persone. Tra le aree di residenza prevalgono le regioni del nord (61,8%), a seguire centro (24,2%) e sud (16,9%). Nelle province di Milano e Roma abita un sesto dei residenti (16,9%).
I bambini, a proposito del tema della cittadinanza, più che il futuro sono il presente. Nel 2012 in Italia ne sono nati 79.894 (14,9% di tutte le nascite), cui bisogna aggiungere quei 26.714 piccoli nati da coppie miste. In totale, tra neonati e figli ricongiunti, i minorenni non comunitari sono 908.539 (24,1% dei soggiornanti, mentre gli italiani non fanno figli). A proposito matrimoni misti, nel 2011 sono stati 18.005 (l’8,8% di tutte le unioni celebrate). Infine, è il mondo della scuola che fotografa il migliore dei mondi possibili: gli stranieri iscritti all’anno scolastico 2011/2012 sono 786.650 (8% del totale), con un aumento di 30.691 unità (+ 4,1%). In 2.500 scuole superano il 30% degli iscritti. Se questa è la realtà, fa ancora più male soffermarsi sul «panorama delle discriminazioni». In sintesi, è la cronaca del fallimento della politica di un paese culturalmente arretrato che non sa offrire protezione sociale a una popolazione sempre più sofferente, immigrata o autoctona che sia. Ci sono i «più discriminati», i rom (circa 150 mila), e tanti altri «razzismi» declinati nelle più svariate realtà (nello sport per esempio), ma c’è soprattutto l’incapacità di imboccare l’unica via percorribile: «Un generalizzato rinnovamento di mentalità e un impegno costruttivo e condiviso per fare dell’Italia un paese più inclusivo».

LUCA FAZIO

da il manifesto




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