Il Cile del popolo mapuche contro la visita del papa

Ritorno in America latina. Ariel Trangol, incarcerato senza prove in base alle leggi di Pinochet, il Bobby Sands del popolo originario

Sarà sicuramente uno dei momenti forti del viaggio di papa Francesco in Cile quello dell’incontro con i mapuche, ma tutto indica che non sarà privo di tensioni. A Temuco, capoluogo dell’Araucanía, la regione più povera del Paese ed epicentro del conflitto che oppone il popolo mapuche allo Stato cileno, il papa si recherà il 17 gennaio, il terzo giorno della sua visita, celebrando nell’aeroporto di Maquehue la «messa per il progresso dei popoli», alla presenza di 300 sacerdoti, 20 seminaristi e una delegazione di 23 rappresentanti indigeni.

Tuttavia, più di 50 dirigenti mapuche hanno già espresso la propria contrarietà, occupando per protesta, il 27 dicembre scorso, la sede della Conadi (Corporación Nacional de Desarrollo Indígena), perché – hanno spiegato – nessuno ha chiesto loro il permesso per realizzare una cerimonia cattolica in quello che essi rivendicano come proprio territorio: 7mila ettari (sui 5 milioni di ettari usurpati) donati o venduti dallo Stato cileno all’oligarchia o alle multinazionali, di cui i mapuche esigono la restituzione, insieme al riconoscimento della propria identità culturale e al risarcimento per il genocidio realizzato durante più di 150 anni.

Perché – sottolineano – i cileni hanno cominciato ad assassinare mapuche nel XIX secolo, hanno proseguito nel XX secolo e hanno continuato nel XXI secolo. E, non contenti di seminare il terrore nelle loro comunità, hanno avuto pure l’ardire di accusarli di terrorismo.

Nel contesto di una crescente militarizzazione dell’Araucanía, dove dal 2000 sono stati assassinati 13 attivisti mapuche e dove le comunità indigene vivono costantemente sotto assedio, la visita del papa è stata avvertita – secondo quanto ha dichiarato il dirigente Rolando Jaramillo – «come la goccia che ha fatto traboccare il vaso». Non solo perché sono ulteriormente aumentate le misure repressive, ma anche perché i mapuche temono che la presenza del papa servirà solo a edulcorare il conflitto. E perché risuona come una beffa sentir parlare di giustizia e di pace in un territorio militarizzato in cui la criminalizzazione degli abitanti va di pari passo con la totale indifferenza del governo nei confronti delle loro rivendicazioni sociali, culturali e politiche.

Non basta dunque, ha spiegato il portavoce del Consejo de Todas las Tierras Aucán Huilcaman, che il papa chieda perdono, né sarà sufficiente un atto simbolico come quello realizzato da Giovanni Paolo II nel 1987. Da papa Francesco – che, ha precisato Huilcaman, il Consejo de Todas las Tierras tenterà di incontrare, malgrado l’agenda non lo preveda – i mapuche vogliono un riconoscimento della responsabilità della Chiesa cattolica «nel genocidio dei popoli originari portato avanti nel sud del Cile e dell’Argentina», il Wallmapu, il Paese Mapuche, di terra fertile e generosa e in quanto tale appetibile al grande capitale locale e straniero. Come pure si attendono un’iniziativa politica diretta al risarcimento delle vittime dell’occupazione del loro territorio.

Vittime come il giovane Matías Catrileo Quezada, diventato il simbolo della lotta per il recupero delle terre usurpate, ucciso dai carabinieri il 3 gennaio 2008 a Vilcún, durante la pacifica occupazione di un territorio rivendicato dalle comunità. Un omicidio di cui i mapuche hanno commemorato in questi giorni il decimo anniversario ricordando tra le proteste come il carabiniere assassino, Waler Ramírez, sia stato condannato all’irrisoria pena di 3 anni e un giorno da scontare in libertà vigilata.

Ma anche vittime della famigerata legge antiterrorista – promulgata durante la dittatura di Pinochet e tuttora in vigore – come il lonko (capo mapuche) Alfredo Tralcal Coche e i fratelli Benito, Ariel e Pablo Trangol Galindo, arrestati un anno e 8 mesi fa con l’accusa di aver compiuto un attentato incendiario contro una chiesa evangelica a Padre Las Casas (nell’Araucanía), malgrado la totale assenza di prove a loro carico, e ancora in attesa di processo.

A sbloccare la situazione non è bastato neppure lo sciopero della fame portato avanti dai detenuti per 117 giorni, e addirittura per 151 giorni nel caso di Ariel Trangol, il quale, dopo aver pure tentato il suicidio, ha continuato a ingerire solo liquidi fino al 3 gennaio, quando ha ottenuto gli arresti domiciliari, e si trova ora in un ospedale di Temuco in condizioni di salute assai critiche.

CLAUDIO FANTI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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