Fuori da ogni minoritarismo e da ogni settarismo culturale e politico

Da quando il Partito democratico ha sonoramente perso la sua corsa elettorale, ogni suo alto dirigente (renziano) propone il ruolo dell’opposizione come unica soluzione “suggerita” (eufemisticamente parlando) dall’elettorato. Per...

Da quando il Partito democratico ha sonoramente perso la sua corsa elettorale, ogni suo alto dirigente (renziano) propone il ruolo dell’opposizione come unica soluzione “suggerita” (eufemisticamente parlando) dall’elettorato.
Per un partito di governo, abituato a fare delle posizioni di gestione del potere un architrave della propria condotta politica, è un passaggio non da poco e ha risvolti e suggerisce interpretazioni molto diverse.
Adoperandosi un banale esercizio di retorica, si potrebbe dire che gli elettori fuggitivi dal PD hanno dato esattamente questa indicazione votando per altri partiti; mentre si potrebbe dire, allo stesso tempo, che i sei milioni di indomiti votanti del partito di Renzi e Martina hanno dato un mandato per governare.
Ma è del tutto evidente. Chiunque assegna un consenso ad una forza politica mediante il voto con lo scopo di ottenere l’accesso a Palazzo Chigi, quindi al governo della Repubblica. Esistono poi manifeste soluzioni altrettanto politiche che puntano invece ad uno scopo di opposizione per natura, per ispirazione – verrebbe da dire “ideologica”, ma non credo che l’ideologia c’entri poi molto… – e per fideismo cieco nella teoria del “tanto peggio, tanto meglio”.
A sinistra, in queste ultime elezioni, tutte le forze politiche in campo hanno mostrato la voglia di cambiare le cose ponendosi come obiettivo il governo del Paese, pur sapendo che era impossibile arrivare anche alle magre (per un PD che poco tempo fa troneggiava su tutti) percentuali raccolte dal partito di Renzi e Martina.
Opposizione e governo, minoranza e maggioranza. Mentre le prime due opzioni sono antitetiche e parallele che non si possono incontrare, la minoranza che esce da un voto può diventare maggioranza e viceversa.
Basta vedere le trattative per la formazione dell’esecutivo prossimo tra Lega e Movimento 5 Stelle; oppure il caso di Forza Italia che rischia d’essere lasciata sola in un ruolo appunto di minoranza pur trovandosi, insieme ai suoi alleati, attualmente in una posizione invece di “aspirazione alla maggioranza“.
Fuori concorso sono Liberi e Uguali e le altre forze minori presenti in Parlamento.
Fuori corso rimane dunque la sinistra riformista e quella cosiddetta “radicale”, “estremista”: termini che non mi appaiono dispregiativi ma che così vengono utilizzati dai giornali e dalle televisioni per farla apparire oltre che minoranza anche settariamente minoritaria.
E qui è il punto che voglio affrontare in queste righe. Minoranza e minoritarismo settario (e viceversa) sono due condizioni di vita politica e di percezione della politica stessa profondamente diverse tra loro.
Potere al Popolo! ha ottenuto, come è noto, l’1,13% dei voti validi (quindi ha raccolto 370.320 suffragi di lista e poco di più nei consensi avuti nel maggioritario) alla Camera dei Deputati e l’1,05% al Senato della Repubblica (pari a 319.094 voti).
Se non può chiamare “successo”, per i motivi che ho espresso lungamente su questo sito e altrove, si può senz’altro chiamarla una “condizione di minoranza“: minoranza netta, schiacciante, tanto che – seppure in presenza di una legislazione molto poco costituzionale e rispettosa del vero valore del voto e, quindi, degli elettori – 370.000 voti non sono bastati ad arrivare nemmeno alla metà dei consensi necessari per raggiungere quel 3%, quella soglia di sbarramento che consentiva l’accesso agli scranni parlamentari.
In un contesto sociale e politico (nonché economico, ovviamente) in cui ci troviamo, con un capitalismo rapace, che imbarbarisce ogni giorno che passa le vite di tutti coloro che non sono imprenditori, che non sono quindi dei padroni, è già enormemente grave constatare che in Italia la sinistra di alternativa, quella quindi che vuole capovolgere “lo stato di cose presente”, è praticamente sulla soglia della sparizione, ma tutto ciò diventa insostenibile se alla condizione di minoranza si aggiunge una esplicita “propensione al minoritarismo“.
Laddove per “minoritarismo” deve intendersi una propensione ad una autoreferenzialità che esclude possibilità di dialogo con altre forze politiche ed anche con movimenti che sono, per cultura, non vicini alle modalità di lotta che vogliamo perseguire e, inoltre, elemento forse distintivo in tal senso, un’identificazione della sinistra di alternativa con modalità di intervento esclusivamente sociali: noi non possiamo fare del mutualismo fine a sé stesso, ma dobbiamo intenderlo come pratica politica anzitutto.
Dobbiamo evitare di diventare una “Caritas di sinistra” assegnandoci un ruolo di intervento nella povertà senza capire l’origine della povertà; dobbiamo impedire ad una illogica politica fatta di assistenza di assumere i connotati di una ragione di esistenza stessa della nostra politica.
In parole semplici, Potere al Popolo! deve guardare alla ricomposizione sia politica (ed istituzionale) sia sociale della sinistra di alternativa. Per fare questo bisogna abbracciare una dimensione che comprenda tutto ciò e che non veda nell’istituzionalismo un fastidioso impiccio, un obbligato passaggio “trascurabile”.
La Costituzione repubblicana, che noi vogliamo difendere facendone opportunamente il nostro programma di intervento nella società, è prima di tutto un atto politico.
Per questo la vera ambivalenza da superare non è quella del confronto tra partiti e movimenti, semmai è quella tra politica propriamente detta, quella che spregiativamente viene definita politique politicienne, e una impostazione, se non proprio antitetica, certamente frontale rispetto alla tradizionale espressione dell’impegno politico.
Siccome quest’ultima è incarnata molto bene dalla forma-partito, mentre la prima è più propria dello spontaneismo movimentista, ne consegue che l’apparente dicotomia che ne nasce è quella superficiale, che si percepisce, tra partiti e movimenti.
In realtà essa nasconde questa retrocultura, a tratti anche un po’ ideologica, del “fare” contrapposto al “rappresentare”.
La sfida di Potere al Popolo! è dunque anche questa: tenere insieme e far permeare una dell’altra due culture differenti del creare la politica in quanto azione di servizio per il bene comune. E’ una bella sfida, alta, che ci parla di un percorso che avrà tempi lunghi. Vedendo la desolazione (anti)sociale, (in)civile e (im)politica che ci circonda, vale la pena di tentarla.

MARCO SFERINI

21 marzo 2018

foto tratta dalla pagina Facebook di Potere al Popolo!

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Marco Sferini
un commento
  • Franco Astengo
    21 marzo 2018 at 14:40
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    Potere al Popolo è chiamato a tenere assieme tre componenti fondamentali: l’insediamento di tradizione comunista, la capacità di risposta all’allargamento delle condizioni di sfruttamento nel mondo del lavoro del sindacato di base che è chiamato a interrogarsi sulla necessità di un sindacato confederale di classe, il lavoro profondo dei movimenti e dell’organizzazione di presidio territoriale in risposta a bisogni diffusi e inevasi dalla mano pubblica.
    A queste tre componenti fondamentali (che si sono espresse anche nelle urne, sia pure in misura limitata)vano forniti, attraverso un lavoro capace di coinvolgere dal basso la base militante (penso ad un procedimento per autoconvocazione) un’elaborazione progettuale e una proposta di forma politica (in questo caso penso ad una struttura di tipo consiliare). Le forze politiche organizzate che sono presenti all’interno di Potere al Popolo debbono però essere capaci,all’interno di un processo graduale, di grnade generosità politica ponendosi a disposizione interamente di questo progetto.

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