Falliscono i colloqui, il modello tedesco è senza maggioranza

Germania. L’intesa Giamaica muore dopo sessanta giorni di negoziati. Al via consultazioni bis, mentre si prefigurano tre possibilità: un governo di minoranza appoggiato da Fdp e Verdi, ma Merkel ha già detto no; Grosse Koalition, ma l’Spd è indisponibile; oppure nuove elezioni tra marzo e aprile 2018
Angela Merkel

Fine prematura della Giamaica sognata da Angela Merkel. Due mesi dopo il voto federale i liberali rovesciano il tavolo delle trattative con Verdi e democristiani.

Per la prima volta dal 1949, in Germania si profila il governo di minoranza Cdu-Csu con appoggio esterno: unica alternativa al ritorno anticipato alle urne.

A meno che non vada in porto il secondo giro di consultazioni imposto dal presidente della Repubblica, o si sblocchi il «nein» socialista a resuscitare il fantasma della Grande coalizione.

Si apre così un capitolo inedito nella politica tedesca, e si consuma la clamorosa sconfitta della cancelliera, incapace di trovare la quadra del quarto mandato nei modi stabiliti ed entro i tempi promessi. Ma è anche rottura improvvisa del “cerchio” politico immaginato da Verdi e bavaresi, obbligato dalla scelta degli elettori.

«Manca la fiducia: piuttosto che governare male, meglio non governare affatto» scandisce il leader Fdp Christian Lindner, archiviando così sessanta giorni di negoziati sterili.

«Mi spiace: ero convinta di riuscire a tirare il filo della soluzione. Domenica eravamo vicini a celebrare una giornata storica. Tuttavia, preferisco tornare a votare piuttosto che varare un governo di minoranza» replica – delusa e sorpresa – Merkel a mezzogiorno, prima di varcare la soglia del castello di Bellevue e ufficializzare la crisi di fronte a Frank-Walter Steinmeier.

Un’ora dopo il presidente federale esterna il monito rivolto all’intero arco del Bundestag: «Mi attendo che tutti i partiti collaborino alla formazione del nuovo governo. La responsabilità non può essere semplicemente girata agli elettori» avverte, spegnendo così la via del ritorno alle urne. Via alle consultazioni-bis dunque, aspettando «il parere degli altri organi costituzionali» ma anche tenendo conto che l’Spd (il suo partito) non sarebbe contraria a nuove elezioni.

«Peccato, all’intesa mancava veramente poco» spiega la co-segretaria dei Verdi Kathrin Goering-Eckardt, amareggiata quanto la cancelliera ma egualmente indisponibile a garantirle l’eventuale appoggio esterno.

Il muro alzato dai liberali rimane invalicabile e l’abbandono dei negoziati una mossa apparentemente irreversibile. Anche uno sgarbo istituzionale agli ex partner politici, maldigerito in primis dalla vice-Merkel Julia Klöckner. «Sarebbe stato corretto lasciare che ad annunciare il fallimento fossero i rappresentanti dei tre partiti» twitta la numero due della Cdu. Fa il paio con il “tradimento” politico della geometria disegnata delle elezioni del 24 settembre denunciato dal co-leader Grünen Cem Özdemir: «Fdp ha respinto la sola alleanza democratica uscita dalle urne».

Ciò nonostante, Merkel non sembra intenzionata a mollare. «Anche in tempi difficili come questi la Cdu si assume la propria responsabilità» precisa, ma è già un sintomo che abbia smesso di parlare in prima persona. La linea s’impone da dieci minuti dopo la mezzanotte di domenica quando Lindner ha abbandonato l’Associazione parlamentare, sede del negoziato Giamaica.

Di sicuro, fin da oggi la cancelliera tenterà di riportare in extremis i liberali dentro il recinto delle trattative, in mancanza di alternative realmente praticabili. Ieri i socialdemocratici di Martin Schulz hanno ribadito di non volere fungere da “stampella” al quarto gabinetto-Merkel, ricordando la bocciatura della Grande coalizione dei loro elettori. Anche se in realtà gli sherpa Spd continuano a tenere aperta qualunque ipotesi.

Comunque, nonostante le dichiarazioni bipartisan, a Berlino terrorizza il ritorno al voto già nella prossima primavera: le urne anticipate rischiano di gonfiare il “boom” dell’ultra-destra di Alternative für Deutschland e dare il colpo di grazia ai partiti tradizionali. Senza contare che un nuovo risultato non garantirebbe, di per sé, governabilità maggiore dell’attuale.

Un bel ginepraio per la cancelliera Merkel cui rimangono solo tre possibilità teoriche, una più scivolosa dell’altra. Governo monocolore sorretto dai 246 deputati dell’Union e appoggiato dagli 80 parlamentari Fdp o dai 67 Verdi – ipotesi da lei scartata a priori – o Grosse Koalition con l’Spd che godrebbe di 44 seggi oltre la soglia minima ma non della benedizione di Schulz; oppure nuove elezioni tra marzo e aprile 2018.

Sempre che Mutti non riesca a convincere Lindner a risedersi intorno al tavolo giamaicano o abbia seguito il disperato appello alla “salvezza nazionale” lanciato ai socialdemocratici dal leader Csu Horst Seehofer.

«La loro decisione di non volere discutere l’alleanza con noi non tiene conto della responsabilità di fronte al Paese. Non voglio rinunciare alla speranza: un governo di minoranza avrebbe vita breve, perciò dobbiamo invitare subito l’Spd ai colloqui» spiega il governatore della Baviera. Confidando nel passo a lato di Schulz più che in quello indietro di Lindner.

SEBASTIANO CANETTA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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