Engels: “Una paga equa per un equo lavoro”

Sul finire degli anni Settanta dell’Ottocento, la pace tra le classi inglesi iniziava a traballare. La Grande Depressione, avvenuta durante il decennio, aveva colpito tutto il mondo occidentale ed...

Sul finire degli anni Settanta dell’Ottocento, la pace tra le classi inglesi iniziava a traballare. La Grande Depressione, avvenuta durante il decennio, aveva colpito tutto il mondo occidentale ed era stata, come sempre, particolarmente dura per gli operai. Il ciclo capitalistico discendente rimetteva in moto i familiari attacchi della classe capitalista contro i compromessi riformisti ch’erano stati effettuati entro la società capitalistica.
George Shipton, Segretario del Consiglio sindacale inglese, faceva anche da editore per il Labour Standard, l’organo dei sindacati inglesi. Egli chiese a Engels di contribuire ad una discussione sul riformismo e sul movimento operaio stesso.
Engels accettò e, tra il maggio e l’agosto 1881, scrisse 11 articoli, tutti apparsi in editoriali anonimi. Egli utilizzò problematiche contemporanee per elaborare principi economici di base sul socialismo scientifico e sulla natura del capitalismo. Evidenziò in questi articoli l’inevitabilità del conflitto tra capitalisti e proletariato – tale lotta non è un’aberrazione, è una caratteristica centrale del capitalismo. I capitalisti saranno sempre interessati ad abbassare i salari e le condizioni di vita della massa delle persone prive di proprietà, semplicemente perché ciò è nel loro interesse.
Egli attaccò la visione dei sindacati come difensori quotidiani del proletariato in tale battaglia. Nel suo primo articolo suggerì al movimento operaio di abbandonare l’insignificante slogan “Una paga equa per un equo lavoro” – in quanto la natura intrinseca del capitalismo impedisce ai capitalisti di essere “equi” con gli operai, i cui salari essi devono sempre tentare di abbassare – e di sostituirlo con lo slogan: “Possesso dei mezzi di produzione – materie prime, fabbriche, macchinari – agli operai stessi!”
Nell’articolo “Un partito degli operai”, Engels sottolinea come i sindacati da soli non possono liberare la gente dal ciclo ininterrotto della schiavitù salariale. Questa deve unirsi in partito politico indipendente. L’assenza di tale partito in Inghilterra tiene la classe operaia sotto il giogo del “Grande Partito Liberale”. E ciò crea confusione e demoralizzazione.
Da diverse lettere (a Marx, 11 agosto; a George Shipton, 10 e 15 agosto; a Johann Philipp Becker, 10 febbraio 1882) apprendiamo che egli smise di scrivere per tale giornale a causa della crescita di “elementi opportunisti” all’interno del suo comitato di redazione.

Tradotto in italiano e trascritto, direttamente dagli articoli originali in lingua inglese presenti sul MIA, da Dario Romeo, marzo 2001


Questo è stato il motto del movimento operaio inglese negli ultimi cinquant’anni. Esso ha svolto un buon servizio nel periodo della crescita sindacale avvenuta dopo l’abrogazione delle infami Combination Laws [Leggi sull’associazionismo] avvenuta nel 1824; esso ha svolto un servizio ancora migliore all’epoca del glorioso movimento cartista, quando gli operai inglesi marciavano alla testa della classe operaia europea. Ma i tempi scorrono veloci, e molte cose che risultavano desiderabili cinquanta, o addirittura trent’anni fa, oggi non sono più adeguate e sono completamente fuori posto. Anche tale parola d’ordine, onorata dal tempo, appartiene a queste cose.

Una paga equa per un equo lavoro? Ma cos’è una paga equa, e cos’è un equo lavoro? Come vengono determinati dalle leggi d’esistenza e di sviluppo della società contemporanea? Per rispondere a tale quesito non dobbiamo affidarci alla scienza della morale o alla legge dell’equità, né ad alcun sentimento d’umanità, giustizia o persino di carità. Ciò che è moralmente equo, ciò che è equo per la legge, può esser assai lontano dall’esser socialmente equo. L’equità o iniquità sociale sono decise da una sola scienza – la scienza che si occupa dei fatti materiali della produzione e dello scambio, la scienza dell’economia politica.

Ora, cosa intende l’economia politica per paga equa e per equo lavoro? Semplicemente il saggio salariale e la lunghezza ed intensità della giornata lavorativa determinati dalla concorrenza di datori di lavoro e lavoratori nel libero mercato. E cosa sono queste cose, quando sono determinate in tal modo?

Una paga equa, in condizioni normali, è la somma necessaria a procurare al lavoratore quei mezzi di sussistenza che, secondo lo standard di vita del proprio paese, gli servono a mantenersi in buono stato per lavorare e per riprodurre la propria razza. Il saggio salariale reale, a causa delle fluttuazioni del commercio, può essere ogni tanto al di sopra o al di sotto di tale livello; ma, sotto condizioni eque, esso dovrebbe essere una media tra tutte le oscillazioni.

Per equo lavoro si intendono quella lunghezza della giornata lavorativa e quell’intensità di forza-lavoro reale che impiegano l’intera energia lavorativa giornaliera dell’operaio senza sciupare le sue capacità per i giorni seguenti.

La transazione, allora, può esser descritta nel modo seguente: l’operaio dà al capitalista l’intera forza-lavoro giornaliera; cioè, tutto ciò che egli può dare senza che sia resa impossibile la continua ripetizione della transazione. In cambio egli riceve giusto quanto è necessario a far replicare il medesimo accordo giorno dopo giorno, e nulla più. L’operaio dà tanto, ed il capitalista tanto poco, quanto consente la natura dell’accordo. Questa è una sorta di equità molto particolare.

Ma guardiamo questo fatto in modo un po’ più approfondito. Dal modo in cui, secondo gli economisti, i salari e la giornata lavorativa vengono stabiliti dalla concorrenza, sembra che l’equità richieda un paritetico punto di partenza per entrambe le parti. Ma ciò non corrisponde alla situazione reale. Il capitalista, se non riesce a raggiungere un accordo con il lavoratore, può permettersi di aspettare, e vive facendo affidamento sul proprio capitale. Il lavoratore non ha questa possibilità. Egli non ha che il salario per vivere e deve quindi prendere il lavoro quando, dove e nei termini in cui gli viene offerto. Il lavoratore non dispone di un equo punto di partenza. Egli è posto, dalla fame, in una terribile condizione di svantaggio. Eppure, secondo l’economia politica della classe capitalista, questo è il massimo dell’equità.

Ma tutto ciò è ancora una mera inezia. L’applicazione dell’energia meccanica e delle macchine nei nuovi settori industriali, e l’estensione ed il miglioramento dei macchinari nei settori ad essi già soggetti, continua a rimuovere dal lavoro sempre più “mani”; e ciò avviene ad un tasso assai più alto di quello con cui le “mani” soppiantate vengono assorbite dalle, e trovano impiego nelle, manifatture del paese. Queste “mani” soppiantate formano un vero esercito industriale di riserva ad uso del Capitale. Se il commercio non tira, esse possono solo morire di fame, chieder l’elemosina, rubare, o ricorrere alle Case di lavoro; se il commercio tira, invece, esse sono a portata di mano per espander la produzione; e finché l’ultimo uomo, donna o fanciullo di quest’esercito di riserva non avrà trovato lavoro – cosa che accade solo in periodi di frenetica sovrapproduzione – fino a quel momento la sua concorrenza terrà bassi i salari, e così, con la sua sola esistenza, rafforzerà il potere del Capitale nella sua lotta contro il Lavoro. Nella sua corsa contro il Capitale, il Lavoro non solo parte in posizione svantaggiata, esso deve anche trascinarsi dietro una palla di cannone legata ai suoi piedi. Eppure ciò è equo secondo l’economia politica Capitalista.

Ma andiamo ad indagare con quali fondi il Capitale paga questi assai equi salari. Dal capitale, certamente. Ma il capitale non produce valore. Il lavoro, affianco alla terra, è l’unica fonte di ricchezza; il capitale in sé non è altro che lavoro accumulato. Così che i salari del Lavoro sono pagati dal lavoro, e l’operaio è pagato da ciò che egli stesso ha prodotto. Secondo ciò che potremmo chiamare senso comune di equità, i salari del lavoratore dovrebbero consistere nel prodotto del suo lavoro. Ma ciò non sarebbe equo secondo l’economia politica. Al contrario, il prodotto del lavoro dell’operaio va al Capitalista, e l’operaio ottiene da esso non più dello stretto necessario al suo sostentamento. E così il punto d’arrivo di questa insolitamente “equa” corsa concorrenziale è che il prodotto del lavoro di coloro che lavorano si accumula inevitabilmente nelle mani di coloro che non lavorano, e diviene nelle loro mani il più potente mezzo per assoggettare gli uomini che lo hanno prodotto.

Un equo salario per un equo lavoro! Molto si potrebbe dire anche a proposito di un’equa giornata lavorativa, l’equità della quale è esattamente uguale a quella dei salari. Ma ciò dobbiamo lasciarlo per un’altra occasione. Da ciò che si è detto è perfettamente chiaro che la vecchia parola d’ordine ha fatto i suoi giorni, e difficilmente sarà ancora utile. L’equità dell’economia politica, che stabilisce le leggi che governano la società reale, tale equità pende tutta da un lato – il lato del Capitale. Lasciate, allora, che il vecchio motto venga seppellito per sempre e rimpiazzato con un altro:

POSSESSO DEI MEZZI DI PRODUZIONE
– MATERIE PRIME, FABBRICHE, MACCHINARI –
AGLI OPERAI STESSI!

FRIEDRICH ENGELS

1-2 maggio 1881

Pubblicato sul Labour Standard, No. 1, 7 maggio 1881, come articolo di fondo

foto tratta da Wikimedia Commons

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Comunismo e comunisti
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