Due destre per un impossibile governo del cambiamento (sociale)

Una delle parole più inflazione in queste ore di dibattiti televisivi e di commentari giornalistici è: “anomalo”. Tutto è anomalo, tutto sarebbe anomalo. E’ anomalo che una forza politica...

Una delle parole più inflazione in queste ore di dibattiti televisivi e di commentari giornalistici è: “anomalo”. Tutto è anomalo, tutto sarebbe anomalo.
E’ anomalo che una forza politica come la ex Lega Nord, nazionalmente divenuta “Lega”, cerchi di mantenere l’alleanza di centrodestra nella quale si è presentata al voto del 4 marzo scorso e, al contempo, stipuli un “contratto” di governo con un’altra forza politica, non soltanto sideralmente lontana dal principale alleato di Salvini, ma soprattutto per lo splendido isolamento in cui si era posta in tutti questi anni rimarcando così l’imprescindibile differenza netta tra sé stessa ed il resto dell’universo mondo politico italiano.
Dunque, la prima anomalia, ancora prima delle altre che si sono concretizzate in queste ultime giornate di trattative, origina per Lega e Cinquestelle proprio nell’abbandono di uno specifico luogo di crescita della propria politica che, a questo punto, viene separata anche dalla propaganda elettorale del pre-voto pur riproponendosi in locuzioni come: “Abbiamo portato al governo il programma”, “Tutto poggia su radici solide”, “Non faremo sconti a nessuno ma non siamo un pericolo”.
Tra pseudo connessioni tra la coerenza dell’ieri e quella modificata dai necessari compromessi dell’oggi, Lega e Cinquestelle si apprestano dunque a costituire la maggioranza parlamentare di governo, il governo stesso e per farlo hanno indicato il professor Giuseppe Conte, illustre cattedratico e non nuovo alla politica, già simpatizzante dell’area renziana del PD, da qualche tempo entrato nelle simpatie grilline tanto da essere indicato come possibile ministro delle infrastrutture prima dell’investitura a Presidente del Consiglio, così come comunicata a Mattarella.
Ed è da ieri che altre anomalie si sono formalizzate e rese evidenti, proprio con la salita al Colle di Salvini e Di Maio. La Costituzione, infatti, assegna precisi poteri e incarichi all’ufficio della Presidenza della Repubblica e altrettanti ne assegna a quello del capo del governo; incarichi e potestà istituzionali che paiono invece essere state aggirate da una strategia di costruzione dell’ipotesi di alleanza (che non si può chiamare alleanza secondo il “contratto alla tedesca” per il “governo del cambiamento”… del resto fare un “governo per la conservazione” avrebbe suonato male…) che prevede già una squadra di governo che, invece, dovrebbe essere prerogativa di scelta del “premier”, così come la nomina dei ministri e dello stesso premier è prerogativa del Presidente della Repubblica.
Sembra che nella Sala della Vetrata al Quirinale ciò sia stato sottolineato, con una qualche irritazione del Presidente che ha il compito di promuovere un governo politico e non tecnico. Politici, de facto, sono Salvini e Di Maio. Non certo un tecnico come Conte.
Qui sta l’anomalia più grande: un governo che pretende di essere politico ma che viene guidato da un premier tecnico coadiuvato dai due segretari di partito che avrebbero una sorta di funzione da presidenti del consiglio ombra.
Viene meno così l’autonomia gestionale del governo da parte del Presidente del Consiglio che, se deve rivestire il suo mandato pienamente, allora non deve rapportarsi con Salvini e Di Maio per prendere decisioni o per esprimersi nelle assemblee e nelle riunioni estere.
Conte, dunque, è il frutto di un compromesso tra due forze che altrimenti non potrebbero stare insieme e che hanno siglato un programma politico nettamente sbilanciato su posizioni di estrema destra, tanto da ricevere il plauso di Marine Le Pen che si complimenta con Salvini.
La Costituzione, che non entra nel merito dei contenuti politici, si esprime però doverosamente sul metodo per garantire il pieno rispetto della democrazia e quindi delle funzioni del governo nei confronti del Parlamento ma anche nei confronti del Capo dello Stato.
Che si tratti di un “nuovo governo”, se sarà varato, è sicuro: ma che possa essere definito un governo “nuovo”, di novità, è poco probabile: mutar nome non assegna alla Lega una verginità politica sganciabile dagli albori della sua nascita come “lombarda” e poi divenuta federale con la parola “Nord”; così per i Cinquestelle, la novità politica esiste, certamente in misura maggiore, ma rischia di dover trovare un termine di paragone con le grandi amministrazioni cittadine che hanno sino ad ora governato. E non si può dire che abbiano brillato tanto a Roma quanto a Torino, oppure in località “minori” come Parma o Livorno.
Qualcuno invita a “sospendere il giudizio”, a “lasciarli lavorare”. Più che giusto esprimere una opinione corroborata dai fatti come fattore di verità, quanto più lontana possibile dalle illazioni: però è anche necessario avere un giudizio politico sui venti punti di un programma che introduce elementi di securitarismo e di militarismo di cui il Paese non ha bisogno se vuole uscire dalla fobia antisociale delle differenze come prime nemiche dei cittadini autoctoni e della sacralità della Patria.
Un programma che ha alcuni punti di valore ma che in una osservazione complessiva non sovverte gli equilibri economici su cui si fonda il Paese e che promette dunque una nuova conservazione: nuova perché a gestire i processi economici liberisti saranno due forze politiche che non si erano ancora incontrate, che si sono parzialmente svecchiate da logori abiti da cosiddetta “prima repubblica”, che inaugurano indubbiamente un nuovo corso nell’aver eliminato dalla scena politica centrodestra e centrosinistra, entrambi in frantumi.
Il vecchio asse Berlusconi – Salvini – Meloni sembra venire sempre meno e il consolidamento probabile dell’esecutivo decreterà la morte della triade che si è presentata ancora al voto due mesi fa.
Parimenti, il PD, privo di qualunque coalizione credibile come “alternativa” di centrosinistra nel Paese, vive una litigiosità interna che lo consuma, lo rende invisibile come opposizione.
Se, dunque, il Capo dello Stato accetterà il nome “tecnico” per un governo presuntamente politico, è lapalissiano che si avvii una stagione completamente diversa dalle precedenti in quanto a gestione dell’esistente. Nessun stravolgimento o rivoluzione è davanti a noi.
Una ricerca, semmai, di una pace sociale diversamente impostata ed interpretata, promettendo più sicurezza e fermezza ai cittadini in quanto a lotta al crimine, alle paure nate da ispirati pregiudizi verso le differenze, rassicurazioni sull’appartenenza tanto al piano economico europeo quanto a quello militare della Nato.
Del resto, i viaggi alla City di Londra qualcosa volevano pur ben dire. La gara a chi sarà più accondiscendente e persuasivo nei confronti dei mercati è già partita.
Quel governo del “cambiamento” in senso sociale che molti aspettavano e aspettano è già poco probabile se governano forze veramente di sinistra, imbrigliate nei tanti trappoloni dei poteri forti; ma se governano due forze di destra, il cambiamento sociale è letteralmente una chimera.

MARCO SFERINI

22 maggio 2018

foto tratta da Pixabay

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