Cuba saluta l’era Castro, Raúl fa spazio a Díaz-Canel

Cambi ai vertici. Oggi nomina del nuovo presidente. Largo ai «giovani», nati e cresciuti con la Rivoluzione. Uno dei periodi più difficili per l’isola tra crisi economica e guerra fredda trumpiana
Miguel Díaz-Canel

Con un giorno di anticipo sulla data prevista – a causa dell’estrema importanza delle decisioni da prendere – l’Assemblea nazionale del Poder popular (Parlamento unicamerale) inizierà oggi le procedure e le discussioni per la nomina del nuovo presidente di Cuba, che per la prima volta dal 1976 non avrà il cognome Castro.

L’attuale capo di Stato Raúl ha scelto di ritirarsi, rispettando la legge da lui stesso proposta che impedisce di candidarsi più di due volte alle massime cariche.

I 605 deputati, eletti a marzo dopo un lungo iter previsto per le elezioni degli organi del Poder popular a livello di comune, provincia e nazionale, designeranno una commissione che elaborerà le candidature (scelte tra i parlamentari) per la direzione di Parlamento e Consiglio di Stato (Presidente di Cuba). In base all’articolo 93 della Costituzione il presidente del Consiglio di Stato guida anche il Consiglio dei ministri, massimo organo esecutivo e amministrativo.

Miguel Díaz-Canel, 57 anni, primo vicepresidente del Consiglio di Stato e membro dell’Ufficio politico del Pc cubano, è il dirigente che i maggiori analisti indicano come il successore più probabile. Del resto lo stesso Raùl aveva deciso la sua promozione ai vertici dello Stato e del partito proprio per «prepararlo» alla massima carica.

Nel caso le previsioni vengano rispettate si tratterà di una decisione storica per l’isola: il nuovo capo di Stato e di governo – a differenza di quanto accadeva per i fratelli Castro – non sarà il primo segretario del Partito comunista, carica che Raúl conserverà fino al prossimo congresso, nel 2021. Secondo l’articolo 5 della Costituzione il Pc rappresenta «la forza dirigente superiore della società e dello Stato».

Probabilmente la nomina del nuovo presidente comporterà anche un «rinnovamento generazionale» della direzione politica di Cuba, anche questo un obiettivo in più occasioni ventilato da Raúl. Altri dirigenti storici – tutti ultraottantenni che parteciparono con Fidel Castro alla guerriglia che sconfisse il dittatore Batista nel 1959 – come il vicepresidente Ramón Machado Ventura e il comandante (della rivoluzione) Ramiro Valdés sono in odore di pensionamento, mentre altri quadri tutti i cinquantenni (come lo “zar” delle riforme economiche Murillo) sono dati in ascesa.

Nonostante da 30 anni sia inserito nella macchina del partito-Stato, di cui ha progressivamente scalato i vertici, e da almeno un paio d’anni sia stato incaricato di presenziare atti di politica interna e internazionale, Díaz-Canel non è un personaggio che ha attratto l’attenzione della popolazione.

È un leader della generazione dei cinquantenni, nato e cresciuto nella Rivoluzione, come molti vicini di casa. Il vantaggio di essere «giovane» lo paga con la mancanza di carisma di chi – come l’attuale vertice politico-militare – la Rivoluzione l’ha fatta. Vi sono però dati della sua biografia che ne fanno un «prodotto non ortodosso», come afferma lo storico López Oliva.

Sposato due volte e padre di due figli, ingegnere elettronico, professore universitario, ammiratore dei Beatles, prima al bando nell’isola, poi “sdoganati” da Fidel. Nel 1994 fu nominato segretario provinciale del Pc a Santa Clara e riuscì a impressionare i suoi concittadini, che lo vedevano spesso arrivare in bicicletta: un’immagine di dirigente popolare che ben si adattava ai tempi del periodo especial, di grande penuria di beni a causa della fine dell’Unione sovietica, principale finanziatrice di Cuba. Anche nelle ultime elezioni, a marzo, Díaz-Canel ha voluto riproporre questa immagine di dirigente popolare, mettendosi in coda assieme alla moglie di fronte al suo seggio elettorale.

Riguardo alle sue idee politiche, è progressivamente passato da posizioni di apertura – nei confronti dell’uso di internet, esprimendosi a favore di una stampa più critica e di un ruolo di maggior protagonismo dei giovani – ad atteggiamenti più ortodossi – dura critica contro i dissidenti e oppositori – man mano che si avvicinava la data delle elezioni del nuovo presidente.

Díaz-Canel (ma lo stesso vale anche nel caso venga eletto un altro rappresentante dell’élite politica) si troverà a governare l’isola in uno dei momenti più difficili: le riforme del sistema socialista cubano ancora in mezzo al guado, una grave crisi economica seguita alla decrescita del 2016, con difficoltà ad attrarre investimenti esteri e con la prospettiva che il Venezuela bolivariano, maggior alleato e fornitore di petrolio, possa collassare.

Non solo: il quadro geopolitico si presenta difficile con il presidente Usa Trump e il suo nuovo staff di falchi (Pompeo e Bolton) più che mai decisi a ritornare ai tempi della guerra fredda e con il «ciclo progressista» in America latina in forte crisi. Il prossimo presidente dovrà necessariamente agire sotto l’ombrello di Raúl, che rimane primo segretario del Pc e leader delle potenti Forze armate rivoluzionarie.

ROBERTO LIVI

da il manifesto.it

foto tratta da Wikimedia Commons

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