Così l’industria bellica italiana arma le guerre di Erdogan

È uno dei maggiori clienti delle nostre aziende militari, soprattutto quelle a controllo statale come Leonardo (già Finmeccanica) e Fincantieri. Al quale l’Italia esporta un ampio arsenale bellico: dalle...

È uno dei maggiori clienti delle nostre aziende militari, soprattutto quelle a controllo statale come Leonardo (già Finmeccanica) e Fincantieri. Al quale l’Italia esporta un ampio arsenale bellico: dalle pistole ai fucili mitragliatori, dai veicoli terrestri agli aeromobili, dalle apparecchiature per la direzione del tiro fino a bombe, siluri, razzi e missili.

È la Turchia di Erdogan alla quale nel 2016 (ultimo dato disponibile) il governo Renzi ha autorizzato esportazioni di sistemi militari per oltre 134 milioni di euro. Una cifra, tutto sommato, modica che però fa di Ankara il decimo acquirente della nostra industria militare. Una cifra ben lontana dagli oltre 1 miliardo di euro per la produzione in Turchia di 51 elicotteri modello Mangusta (diventati 61 nel 2010) ribattezzati TAI T129 ATAK. Licenza autorizzata nel 2007 ai tempi del governo Prodi per la quale le associazioni della Rete Italiana per il Disarmo e Amnesty International avevano chiesto di sospendere considerata la possibilità di utilizzo di questi elicotteri d’attacco al suolo da parte dell’aeronautica militare turca nei territori curdi. Ma ufficialmente sono stati venduti – è questo il mantra ricorrente dei nostri ministri della Difesa – per contrastare il terrorismo internazionale e soprattutto l’Isis-Daesh di cui la Turchia è uno dei nostri principali alleati.

Lo ha ribadito la ministra Pinotti lo scorso maggio quando si è incontrata a Istanbul col suo omologo Fikri Isik. In quell’occasione la Ministra ha rilevato come «in un momento in cui la guerra in Siria estende la minaccia terroristica anche alle Nazioni confinanti, l’Italia ha risposto positivamente alla richiesta della Nato di intervenire a rotazione con gli altri Paesi membri». «L’Italia continua a sostenere con forza l’impegno della Nato sul fronte est e sud e in questo contesto rientra la cooperazione con la Turchia per la protezione dei confini con la Siria» spiegava la ministra Pinotti. «Nell’ambito delle rotazioni degli impegni assunti da diversi Paesi Nato, abbiamo offerto tempo fa la nostra disponibilità a sostituire la batteria missilistica spagnola che aveva finito il proprio periodo, e lo abbiamo fatto perché riteniamo che la Nato debba essere impegnata a 360 gradi sul fronte est e su quello sud».

Come sempre sono le missioni militari a fare da traino alle commesse di sistemi militari. E non a caso durante la permanenza a Istanbul la ministra Pinotti ha visitato il Salone IDEF 2017, la fiera internazionale dell’industria della difesa con cadenza biennale giunta alla tredicesima edizione, alla quale non mancavano i padiglioni delle maggiori aziende italiane. Ma mentre in Germania l’impiego dei carri armati Leopard da parte dell’esercito turco nella cosiddetta operazione «Ramoscello d’ulivo» scatenata in Siria settentrionale contro le milizie curde nel settore di Afrin ha suscitato forti rimostranze anche in parlamento, l’utilizzo dei Mangusta italiani per simili operazioni non ha mai sollevato troppa attenzione né nel nostro parlamento e nemmeno da parte dei nostri media.

Così il sultano Erdogan arriverà oggi a Roma insieme alla moglie e alcuni ministri turchi che lo seguiranno nella visita. La capitale sarà letteralmente blindata: 3500 uomini, cecchini, manifestazioni vietate e per la visita a Roma è stata delineata un’ampia area di sicurezza denominata «Green Zone». Inizialmente sembrava dovesse incontrare «solo» il Papa in Vaticano, ma alla fine Erdogan sarà accolto dal nostro paese con tutti gli onori del caso: incontrerà Gentiloni e Mattarella. L’Italia sarà il primo paese a stringere la mano sporca di sangue del presidente turco dopo l’inizio del massacro su Afrin. E potranno così riprendere gli affari per le nostre industrie militari.

GIORGIO BERETTA

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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