Comunismo italiano e identità storica

Deputati eletti in LeU ed economisti di scuola marxista hanno dato vita, in questi giorni, a un nuovo raggruppamento (se ne sentiva il bisogno) denominato “Patria e Costituzione”. Dalla...

Deputati eletti in LeU ed economisti di scuola marxista hanno dato vita, in questi giorni, a un nuovo raggruppamento (se ne sentiva il bisogno) denominato “Patria e Costituzione”.

Dalla relazione introduttiva traiamo questo passaggio abbastanza illuminante rispetto alle prospettive del gruppo”: «Non intendiamo dare vita all’ennesimo micro partito». La preoccupazione è dovuta soprattutto del fatto che solo le destre sovraniste e populiste abbiano colto la rottura del nesso tra nazionale e internazionale e capito il bisogno di protezione, comunità, identità che secondo lui si genera attraverso l’evocazione di un nuovo «patriottismo costituzionale».

Dove porterà questo bisogno di protezione, comunità e identità lo vedremo in seguito, ma è possibile cominciare a pensare a un approdo di “sinistra nazionalista” (o “sovranista”: i confini tra i due termini appaiono molto labili) in piena linea con una manovra di accomodamento con le stesse istanze portate avanti con grande virulenza dall’estrema destra.

Intervengo su questo punto per un solo motivo: nel corso del convegno costitutivo svoltosi a Roma si sono sviluppate, in diverse occasioni, comparazioni con l’identità “storica” del comunismo italiano (con spreco di citazioni togliattiane); ed è questo un punto molto delicato che deve essere affrontato.

Non è certo mia la pretesa di essere in grado di sviluppare un’analisi sufficientemente compiuta in questa direzione: pur tuttavia da qualche parte bisogna pur cominciare per cercare di non lasciare spazio, su questo delicatissimo terreno, a pericolose improvvisazioni.

Dunque il tema è quello dell’identità “nazionale” del comunismo italiano, che pure sicuramente c’è stata e ha pesato tanto nella storia del soggetto che quell’identità del comunismo italiano ha incarnato per decenni: il PCI.

Non si può citare il PCI a pezzi e bocconi, occorre misurarsi ancora adesso con il complesso di quell’eredità storica, verificarne i contorni legati alla contingenza di allora e – soprattutto –riflettere sulla consistenza del radicamento sociale e politico raggiunto dal “partito nuovo”, alla sua capacità di rappresentanza di classe, la forte tensione internazionalista che percorreva il corpo del partito (pur dentro la ferrea logica dei blocchi in allora imperante).

Scrivo queste note, per inciso, alla vigilia dell’11 settembre ricordando il dramma cileno di quel giorno soltanto per testimoniare come in quell’occasione la tensione internazionalista del PCI e della sinistra (era l’epoca dei “gruppi”) dimostrasse il proprio culmine raggiungendo, successivamente, gradi molto elevati di espressione di concreta solidarietà.

Vale la pena allora di sviluppare alcune osservazioni di merito circa l’identità del comunismo italiano e il suo essere “nazionale”.

Il motivo per il quale si può considerare il PCI forma politica di un “comunismo Italiano” risiede in una ragione teorica, tutta interna al pensiero gramsciano: Gramsci, infatti, rifonda l’autonomia del marxismo basandone le coordinate di fondo su di una “filosofia della prassi” divenuta sinonimo di produzione di soggettività politica, di critica della concezione del mondo della classe dominante ed elaborazione di un’ideologia congrua alle condizioni di vita dei gruppi sociali subalterni.

Questo tipo di elaborazione consentì l’operazione portata avanti dal gruppo dirigente del Partito nell’immediato dopoguerra, per specifico impulso soprattutto di Palmiro Togliatti.

Il prestigio acquisito dal PCI nell’organizzazione dell’antifascismo militante durante tutto il ventennio e con precisa collocazione all’interno delle fabbriche e nella guerra di Liberazione, nonché l’essenziale contributo dell’Unione Sovietica alla sconfitta del nazismo, furono all’origine, in quel periodo, di un rinnovato interesse per il marxismo.

La ripresa del marxismo, pur traendo alimento da forti referenti storico – sociali, fu processo non facile sul piano teorico.

Nell’URSS di Stalin, durante gli anni ’30 – ’40 la sintesi engelsiana del marxismo era stata trasformata in dottrina dello Stato fondata sull’opposizione tra teoria materialistica e teoria idealistica della conoscenza.

Le leggi scientifiche del materialismo storico furono considerate un’applicazione particolare del materialismo dialettico, in quanto filosofia che compendiava le leggi di movimento della realtà naturale e sociale.

La marxiana critica dell’economia politica fu sostituita da una scienza economica socialista capace di calcolare i prezzi e di allocare razionalmente le risorse nell’ambito di un sistema pianificato.

Le sorti del socialismo furono, così, identificate con i sostenuti ritmi di sviluppo delle forze produttive e i successi politici ed economici della “patria del socialismo”.

Fu attraverso il dato dell’incremento dello sviluppo produttivo che si pensò di poter verificare la validità della teoria marxista-leninista.

Invece l’autonomia teorica del marxismo italiano, e di conseguenza della sua forma-partito, rispetto al quadro fin qui disegnato fu avviata da Togliatti con la pubblicazione dei “Quaderni del Carcere” avvenuta tra il 1948 e il 1951: principiò, in allora, la costruzione di una genealogia del marxismo italiano partendo addirittura da Vico, passando da De Sanctis, Bertrando Spaventa, Labriola, Croce fino a pervenire a Gramsci.

Quest’operazione culturale conseguì almeno tre risultati: mise in ombra il materialismo dialettico sovietico, fornì la piattaforma per l’elaborazione strategica del “partito nuovo” aprendo il solco teorico su cui basare la “via italiana al socialismo” tesa alla costruzione della “democrazia progressiva” e difendeva, infine, nel clima ideologico della guerra fredda, la continuità della cultura democratica progressista italiana, conquistando una generazione di intellettuali di cultura laica, storicista e umanistica a posizioni genericamente marxiste, senza provocare “lacerazioni troppo nette”.

Gramsci collocava, infatti (almeno nella stesura togliattiana dei “Quaderni” antecedente all’edizione integrale curata da Gerratana nel 1977) la politica al vertice delle attività umane, sviluppando la dottrina leninista del partito estendendo lo storicismo integrale in direzione di un’originale teoria delle sovrastrutture e respingendo la teoria della conoscenza come riflesso.

La concezione del marxismo in Gramsci è quella di considerarlo non un metodo, ma una concezione del mondo rivolta a cogliere le possibilità storicamente date nella prassi sociale.

Nessun ripiegamento nazionalista e neppure nessuna identità sovrapposta nella logica dei blocchi, pur osservando strettamente la propria collocazione internazionale.

Il più valido spunto critico a questo tipo di impostazione venne, dopo il ’56 da Raniero Panzieri e dal gruppo dei “Quaderni Rossi”: Panzieri fu promotore di una riscoperta della democrazia consiliare e del primato del “soggetto classe” sul predicato partito, critico tanto dell’ideologia della stagnazione quanto dell’ideologia tecnocratica della programmazione, che riduceva la questione sociale a un problema tecnico e identificava il capitalismo con la società industriale e l’illimitato sviluppo della produttività.

Panzieri era fortemente critico con l’impostazione togliattiana della celebrazione del nazional-popolare, del recupero storico-culturale della tradizione democratica e soprattutto dello “scarto evidente, nei partiti storici della sinistra, fra il primato esteriore dell’ideologia e la pratica quotidiana di pura amministrazione”.

La scomparsa prematura di Panzieri, il disinteresse del PSI ormai impegnato nell’operazione centrosinistra (la “politique d’abord di Nenni) la debolezza teorica e politica dello PSIUP non consentirono a questi importanti spunti di analisi di rappresentare la base per una soggettività politica rappresentativa di un vero e proprio contraltare teorico allo storicismo togliattiano.

L’altro punto aperto di apertosi al momento della scomparsa di Togliatti, a iniziativa di quella che poi sarebbe stata definita “sinistra comunista”: iniziativa avviata essenzialmente grazie ad una riflessione di Rossana Rossanda e Lucio Magri che rimproverava, sostanzialmente, allo storicismo di aver oscurato il nocciolo teorico di Labriola e Gramsci (Magri riprese il tema nel “Sarto di Ulm”) e di aver annacquato il marxismo nel quadro di una tradizione dai contorni imprecisi rivendicando un primato del politico sull’economico che aveva smarrito il nesso tra teoria e prassi, tra scienza e storia, oscillando così tra il riferimento di una realtà di pura empiria (attribuita all’ala amendoliana del partito) e di un semplice finalismo volontaristico.

I due punti sollevati dalla sinistra socialista, dai “Quaderni Rossi”, da quella parte della sinistra comunista che poi avrebbe dato vita al “Manifesto” restarono così punti irrisolti di dibattito che forse avrebbero dovuto essere sviluppati con una capacità critica portata molto più a fondo,.

La vera critica però deve essere rivolta al punto in cui emersero, anche nel PCI e alla sua sinistra, limiti forti di vero e proprio politicismo.

 Con gli anni’70 si sviluppò, infatti, una sorta di distorsione nel concetto di“primato della politica”.

Una distorsione che portò, sulla base del prevalere del concetto di governabilità, al collasso della teoria: ben in precedenza alla stagione degli anni’80 nel corso dei quali si determinò lo scioglimento del partito.

 Tornando però al punto si può ben affermare che per questi motivi di fondo: autonomia teorica dal modello sovietico, primato della politica sull’economia senza alcuna visione meccanicistica in questo senso, assunzione della concezione gramsciana del rapporto tra struttura e sovrastruttura, sovrapposizione del partito alla classe (nella versione togliattiana del partito nuovo) il PCI è stato il soggetto rappresentativo del comunismo italiano, non certo per una ricerca di “identità” puramente nazionale e/o nazionalistica.

PCI come soggetto del comunismo italiano in grado di rappresentare politicamente “la classe”.

Vale comunque la pena di capire meglio perchè, a distanza di tanti anni, si ancora il caso di ragionare sul declino di quella forma politica.

Intendendo quest’analisi come paradigmatica di un declino complessivo di sistema.

Dall’inizio degli anni’80 l’emergere di questioni e problemi sui quali sarebbe stato giusto sollecitare un più audace e coraggioso rinnovamento, così come nell’elaborazione che nella proposta furono, invece, assunti come fattori da interpretare in senso di una maggiore omologazione, sia nei comportamenti politici, sia negli orientamenti culturali e ideali che, in quel momento, raccoglievano i più facili consensi.

Cominciava, in sostanza, a far breccia, anche nel PCI o almeno in settori rilevanti del Partito, la grande offensiva ideale e politica neoconservatrice che, proprio in quegli anni’80, favorita del precipitare della crisi del sistema comunista in tutto l’Est europeo, sia dal logoramento e dall’esaurimento anche delle migliori esperienze socialdemocratiche dell’Europa Occidentale, si sviluppò con impeto in Europa come in America (sotto l’insegna del reaganian – tachterismo), e i paesi dell’Est come in quelli dell’Ovest.

Andò così maturando, anche nella realtà italiana, una sconfitta che, prima ancora che politica, risultò essere culturale e ideale: una sconfitta non intesa e ignorata (volutamente da certe parti) da parte di chi intendeva semplicemente omologarsi al fine di “sbloccare il sistema politico” aderendo così alle istanze apparentemente vincenti dell’avversario.

L’esito di quell’operazione è sotto i nostri occhi e i rischi di ulteriore degenerazione nel processo di progressivo fraintendimento nella lettura della fase appaiono ben presenti nell’attualità.

FRANCO ASTENGO

11 settembre 2018

foto tratta da Pixabay

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