C’è un dramma in scena: l’ignoranza della storia

La conoscenza della storia dell’umanità la si apprende dai banchi di scuola fin da piccoli. Ricordo i primi approcci con quel mondo misterioso che era la Terra tra i...

La conoscenza della storia dell’umanità la si apprende dai banchi di scuola fin da piccoli. Ricordo i primi approcci con quel mondo misterioso che era la Terra tra i due fiumi, con i Fenici, con nomi mai sentiti prima. Cominciò da lì un viaggio in un lunghissimo percorso di date, di luoghi e di tante lotte e battaglie che a volte agli studenti possono apparire come una sorta di consuetudine: si da per scontata la guerra perché si impara a conoscerla fin dagli albori della civiltà.
Si danno per scontate le contese politiche, economiche, conflitti durati trenta o cento anni e decine di tentate supremazie imperialiste di questa o quella nazione ad esempio sul Vecchio Continente: gli inglesi al periodo di Giovanna d’Arco, i turchi alle porte di Vienna nel ‘600, i francesi di Napoleone, l’Austria-Ungheria degli Asburgo, la Germania di Hitler per ultima.
Insomma, la storia è straordinariamente meravigliosa e terribile, parafrasando un poco Antonio Gramsci. Per comprendersi come esseri umani bisognerebbe dunque conoscerla a fondo perché ci offre le chiavi per aprire quella porta dove possiamo varcare la soglia dei tanti dubbi, spesso retorici, che ci poniamo o delle tante affermazioni che ci sembrano intelligenti e che invece sono di una straordinaria – chiaramente in senso negativo – banalità.
Luigi Di Maio, dopo aver affermato in passato che il generale Pinochet aveva instaurato la sua dittatura in Venezuela, in queste ore è intervenuto sul caso del terrorista Cesare Battisti e ha detto che è giunta l’ora che “sono anni che le famiglie delle vittime chiedono giustizia, così come a chiedere giustizia è l’Italia intera, profondamente ferita dagli anni dello stragismo. Ora non si perda altro tempo, il governo si adoperi con ogni mezzo affinché Battisti, tutt’ora latitante, sconti la sua pena nel nostro paese.“.
A parte la questione politica che andrebbe sviscerata per bene, ma il punto è qui tutto storico, storicamente contemporaneo: Cesare Battisti non è mai stato uno stragista, non ha piazzato bombe in nessun treno e nemmeno ne ha depositate in alcuna Banca dell’agricoltura. Ha contribuito a fondare una organizzazione chiamata “PAC”, acronimo che sta per “Proletari armati per il Comunismo”; una sigla che, se non fosse per la tragicità sanguinolenta che si è portata dietro, farebbe persino ridere tanto sfrontata e sfacciata nell’attribuirsi quasi un dogma bellico: armati. Proletari non armati non avrebbero potuto farne parte? Forse meglio!
Ma, piacevolezza o meno del nome della banda terroristica, resta il fatto storico: Cesare Battisti non era uno stragista. Mentre dalle parole di Di Maio sembrerebbe proprio di sì.
Ecco, l’importanza di conoscere la storia è pari all’importanza di prendere le redini di un Paese in crisi civile, morale, economica, politica. Almeno conoscere la storia contemporanea, di questi ultimi settanta anni di Repubblica dovrebbe essere un requisito di notevole importanza e di necessità oltre alla implicita onestà reclamata come un programma politico dai Cinquestelle.
Ciò detto, a onor del vero, in Parlamento e nelle istituzioni in generale non vi è grande brillantezza culturale: gli esempi sono sotto gli occhi e le orecchie di tutte e tutti. Basta assistere alle parodie di Maurizio Crozza per averne la demoralizzante certezza.
Purtroppo, l’Italia brilla per record negativi in quanto a cultura: secondo recenti rilevazioni scientifiche (quindi non sondaggi meramente telefonici) attinenti a dati concreti, tra uno studente del Sud e uno di Bolzano c’è una distanza culturale, a pari livello scolastico, di un anno intero di apprendimento.
Sempre secondo una rilevazione sulle vendite dei giornali, sembra che soltanto il 35% della popolazione legga ogni giorno un quotidiano e, sfortunatamente, non si tratta sempre di un quotidiano generalista ma spesso di giornali sportivi, di pettegolezzi e di cucina. Niente di male, sia chiaro, ma anche questo dato ci dice che la conoscenza dell’attualità e del suo collegamento con il passato anche recente è scarsa e che, quindi, l’approccio alle dinamiche politiche, di governo, di gestione della vita pubblica è molto superficiale, ai limiti delle informazioni “di base”.
Probabilmente tantissimi sanno gli schemi delle squadre del cuore ma non hanno altrettanto a cuore gli schemi con cui viene poi gestita la loro vita dalle grandi concentrazioni di potere economico che influenzano la politica.
L’onda lunga del berlusconismo televisivo ha prevalso in un mondo “veloce”, in quella società “liquida” che Baumann ci ha messo davanti come elemento di critica verso una disarmonia universale dove uomini e donne da cittadini sono diventati consumatori onnivori di ogni cosa: compresa l’incultura, la trascuratezza delle notizie, il servirsi delle “voci” e del “sentito dire”, l’accettare ogni notizia come vera salvo poi cadere nelle ormai tanto celebri “fake news”, in quelle false notizie che vengono ad arte create non solo dai burloni della rete internettiana ma da chi ha interesse a rimescolare le carte, a sparigliare il gioco e a creare incertezza sempre e comunque. Non un sano dubbio, ma una costante inclinazione al sospetto che genera poi anche odio e campanilismo.
E’ un tutto un rincorrersi di autogenerazioni: dalla mancata conoscenza dei fatti deriva il sospetto, dal sospetto il pregiudizio e da questo ultimo l’odio e il disprezzo per qualunque cosa minacci la presunta integrità morale, sociale e civile (nonché economica) della Patria, della Nazione, della sacralità dell’Italia. Di “casa nostra”.
Conoscere meglio la storia non è un antidoto a tutto ciò, ma è il primo passo per non essere banalmente superficiali quando si rilasciano interviste, quando si fa un comunicato stampa, quando si “twitta”, quando si scrive su Facebook.
Conoscere la storia vuol dire prima di tutto entrare nell’ordine di idee secondo cui la nostra vita è collocata in continuo temporale e noi affrontiamo i problemi che viviamo spesso con la dimensione del solo nostro spazio di tempo, escludendo la derivazione dei medesimi da ciò che ci ha preceduto.
Escludiamo dunque le “ragioni storiche” (che sono sociali, economiche, politiche) che hanno generato situazioni troppo grandi temporalmente per il nostro poco tempo di vita.
In sostanza ci facciamo ingannare e crediamo che l’inganno sia la verità, soltanto perché l’inganno non ha bisogno di tante parole per essere propinato. La verità, sovente, è molto complessa proprio perché non è banale, non è superficiale e perciò serve una buona dose di tempo e di pazienza per apprenderla seriamente.

MARCO SFERINI

6 ottobre 2017

foto tratta da Pixabay

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