Cambia nome, ma è sempre socialdemocrazia

Non c’è partita: il nuovo soggetto politico della sinistra, il nuovo partito che SEL e alcune delle minoranze del PD si apprestano a far nascere potrà essere “una rete”...

Non c’è partita: il nuovo soggetto politico della sinistra, il nuovo partito che SEL e alcune delle minoranze del PD si apprestano a far nascere potrà essere “una rete” che connette i diversi sentimenti e le diverse affinità, più o meno elettive, invece di una “piramide”; potrà essere un soggetto che “guarda oltre la crisi delle socialdemocrazie”, ma alla fine dovrà decidere da che parte stare.
E non è che nell’attuale panorama della politica italiana, ed anche della società, si possano trovare grandi spazi per esperimenti già sperimentati e che ora pretendono di assurgere a ruoli di cambiamento radicale quando propongono niente di più che un allargamento a settori dell’ex sinistra del PD che, come D’Attorre ha più volte sostenuto, guardano addirittura alla ricomposizione ulivista, ad un nuovo Ulivo appunto che potrebbe nascere dopo la detronizzazione di Renzi da capo del governo e da segretario del partito di maggioranza relativa.
Le belle parole, diceva qualcuno, se le porta il vento. Ed, infatti, nel documento i sogni e la voglia di provare a creare un partito che “abbandoni le vecchie ritualità” ci sono, ma vanno oltre i loro stessi propositi perché descrivono un quadro di edificazione di un partito che si gestisce quasi senza una struttura ben determinata, oltrepassando quelli che vengono considerati consumati e desueti arnesi del mestiere.
I cosmopolitici non guardano a sommatorie di partiti, movimenti o singoli, almeno così dicono; guardano bensì alla fondazione politica e sociale di una nuova partecipazione popolare per l’interesse pubblico, per una diversa dinamica delle proposte che devono poter essere incanalate dalle energie singole e terminare in una plurale ambizione di incidenza in tutti i territori.
Le parole sono belle, ma la sostanza non cambia: la sinistra in Italia ha bisogno di scelte e non di fantastici sogni di rinnovamento politico che non hanno poi gambe sociali che li possano reggere.
Forse un po’ di umiltà non guasterebbe ai cosmopolitici, visto che dai documenti prodotti sino ad ora sembra, manicheisticamente, che tutto ciò che è separato da loro abbia un sapore di stantio e non serva poi a molto.
Una nuova sinistra che, ancora una volta, rinasce dalle ceneri delle sue ceneri e che si propone moderna pensando di poter scansare il dialogo con chi, ad esempio i comunisti e le comuniste, sono rappresentati come ferri vecchi del passato, è una sinistra presuntuosa, che pensa di poter essere autosufficiente e bastante a sé stessa quanto al popolo che pretende di rappresentare.
Nessuno oggi è sufficiente a sé stesso. Figuriamoci se può anche solo immaginare di ambire a rappresentare il “popolo dei delusi” e di quanti si sono ritirati dalla vita politica o, peggio, dal contatto con le istituzioni e ne provano non un anarchica avversione, che sarebbe nobile idea – magari non condivisibile, ma pur sempre onesta e sincera nel proporsi come tale – ma una certa ostilità, un odio dettato da scandali, corruzione, privatizzazione di ogni ambito del pubblico e torsione privata di ogni interesse comune.
La connessione tra questa sinistra moderna e il “popolo degli esclusi” (un altro popolo affine a quello dei “delusi”) non può essere rappresentata da vaghe certezze che una offerta politica nuova offre sulla base di un “comune sentire”, con un simbolo che – dalle prime bozze – ricorda molto o una marca di lane e cotoni o un distributore di benzina (quando non anche uno dei tanti simboli usati dal PSI, molti, molti anni fa… correva l’anno 1992 circa… e i socialisti tolsero la “P” al simbolo per chiamarsi: “Socialisti italiani”).
Non basta una unità di sentimenti e di ambizioni. Manca un chiaro riferimento di classe. Mi rendo conto che la parola, il concetto suonano “vecchi”, sono arnesi arrugginiti del passato. Ma i fatti hanno la testa dura, diceva qualcuno a noi molto caro, e  ci si deve scontrare con la verità: come si fa a lottare contro un sistema come quello capitalistico, a rovesciarne le sorti poco magnifiche e poco progressive?
Per prima cosa bisogna verificare se la sinistra che si vuole costruire intende davvero porsi questo obiettivo: vuole superare il capitalismo o vuole gestire l’opinione pubblica e alcuni ambiti della società sulla base di proposte di cambiamento con quelle già note “riforme di struttura” che non hanno poi dato molto alle (giustamente) criticate socialdemocrazie occidentali?
Se i cosmopolitici si pongono questo dilemma, la risposta è abbastanza nota: non si può puntare alla ricostruzione dell’Ulivo come vorrebbe D’Attorre. E nemmeno si può pensare di proporre una riedizione di un partito socialdemocratico o socialista di sinistra in stile PDS. Non c’è più posto per nuovi esperimenti, ma c’è semmai posto per un rilancio delle culture vere della sinistra di alternativa, per una riconsiderazione del sovvertimento dello stato di cose presente come elemento fondante di un nuovo popolo che si riconosca coscientemente in sé stesso e che sappia che si unisce non sulla base di un odio verso le istituzioni, ma verso coloro che lo rendono precario, disoccupato, permanentemente senza lavoro, sfruttato, quando il lavoro ha la “fortuna” di trovarlo e conservarlo.
Ma se i cosmopolitici si limitano ad essere una sinistra bersaniana fuori dal PD, soltanto un nemico di Renzi in attesa che i democratici se lo scrollino d’addosso e riabbraccino la cultura socialdemocratica, allora tutto ciò detto sopra è fuori luogo.
La Sinistra Italiana che sognano è una riedizione di un passato che è molto più vecchio e arrugginito del nostro comunismo. Del resto, possono mutare i rapporti di forza, ma alla fine sempre due schieramenti si fronteggiano (o dovrebbero fronteggiarsi…): sfruttatori e sfruttati. Da qui non se ne esce. E non se ne esce soprattutto con l’inganno di una eterna illusione al miglioramento di una società che è irriformabile, di un capitalismo che è ingestibile, di una condizione del mondo del lavoro che proprio le sinistre moderne e anticomuniste hanno portato al peggioramento con sempre maggiori compromessi con forze che volevano l’indebolimento della sinistra. E l’hanno, col tempo, ottenuto.
I comunisti hanno commesso tantissimi errori. Forse sono anche ideologici e prigionieri dei pensieri del passato. Ma non vogliono applicare quei pensieri, non voglio proporre per il futuro un passato che non torna. I comunisti, semplicemente, non si vogliono nascondere dietro le belle parole della cosmopolitica, ma dire ancora una volta che questa società va rovesciata e che lo si può fare soltanto se non si scende a patti, sempre e comunque, con chi ha interesse a che il rovesciamento sembri a portata di mano ma, alla fine, non arrivi mai.
La cosmopolitica non ci interessa. E’ roba del passato e noi siamo così moderni da volere una idea, una ideologia e la differenza assoluta da tutte le altre proposte politiche e sociali in campo. Buon viaggio a Sinistra Italiana, forse ci incontreremo per strada e faremo anche dei tratti insieme. Ma ci sarà sempre un punto di distacco. Speriamo, al momento del bivio, di trovare la strada giusta.

MARCO SFERINI

20 febbraio 2016

foto tratta da Pixabay

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A sinistraEditorialiMarco SferiniSinistra ecologia libertà
7 Osservazioni
  • MARCO DONA’
    20 febbraio 2016 at 09:26
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    UN PO’ DI AUTOCRITICA VERA NO EH CARO MARCO MI SPIACE MA NON CONDIVIDO PER NIENTE LA TUA ANALISI E NON PEMSO CHE TU ABBIA IL COPYRIGHT DEL COMUNISTA FIRMATO MARCO DONA’ COMUNISTA

    • Marco sferini
      21 febbraio 2016 at 23:57
      lascia un commento

      Di autocritica ne abbiamo fatta fin troppa in questi anni, caro Marco. Nessuno ha il “copyright” del comunismo o dell’essere comunista. Ma molti stanno perdendo la loro anima politica per inseguire sogni di aggiustamento dell’impossibile sistema in cui viviamo.
      Consiglio l’ascolto della bellissima canzone de I Nomadi “I tre miti”… E’ sempre terribilmente attuale.
      Cordialità.

  • Tiberio Tanzini
    20 febbraio 2016 at 10:34
    lascia un commento

    Mah, Marco Donà mi pare che i comunisti autocritiche ne abbiano fatte parecchie, taluno anche troppe se è vero che molti si sono trovati in campo avverso, venuto meno sul piano militare il “socialismo reale” Viceversa io non ho visto in questi anni di renzismo alcuna autocritica seria da parte dei tanti che fin oltre le elezioni del 2013 sono stati nel PD o alleati a questo come se non fosse almeno dal 2008 che appariva palese la deriva conservatrice di quel partito; come se Renzi fosse una meteora arrivata dal Cosmo (da qui forse il neologismo ) assolutamente imprevedibile. Quindi sostanzialmente condivido Sferini.

  • marsilio
    20 febbraio 2016 at 11:46
    lascia un commento

    In larga parte d’accordo, caro Marco. Però, da parte vostra, è mancata finora un’analisi purchessia del fallimento (perché di questo si tratta) ormai storico della Rifondazione Comunista. Nata dalla pretesa di mettere assieme sinistri e destri comunisti in nome di una presunta comune identità (mi riferisco, rispettivamente, a Garavini-Libertini e a Cossutta), dalla debolezza strategica, che si manifestava ad ogni crisi di governo o da che altro? Quanto alle riforme di struttura, ricordo a me stesso che, coniate dalla socialdemocrazia nordica, furono adottate come approccio strategico dal PCI, direi dall’intero PCI, sinistra inclusa, tanto che mi venne in mente nel 1968 un articolo di Rossanda su “Critica Marxista” del 1965. Articolo che, forse artatamente, ebbi modo di criticare nel Convegno nazionale “Movimento operaio e movimento studentesco” nel dicembre 1968. In nome, peraltro, della suggestione di “obiettivi transitori”. Forse, comunque, è una questione vecchia, datata. Giacomo Casarino

    • Marco sferini
      22 febbraio 2016 at 00:00
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      Se Rifondazione Comunista ha “storicamente fallito”, allora fanno bene i cosmopolitici a non dichiararsi più comunisti e a passare ad una analisi di fase che diventa analisi globale e complessiva.
      Io penso, molto modestamente ma sinceramente, che può essere anche fallito il Partito della Rifondazione Comunista, ma il processo politico della “rifondazione comunista” resta attuale e, per questo, da attualizzare dandogli forza con gambe e cervello. Con critica e con passione.
      Cordialità.

    • ricky
      19 ottobre 2016 at 20:37
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      Veramente la persona che parlava più di riforme di struttura era Riccardo Lombardo, l’a-comunista del Partito Socialista Italiano…

  • Susannah
    13 maggio 2016 at 21:00
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    42dLes 2 grandes faiblesses de l’achat vente d’entreprises sont :* la nationalisation (risque léger)* la desolvabilisation du client (risque certain a terme, c’est à dire, maac1enint)n&#82t7;est bien joli, mais ils ont oublié le modèle du succès Fordien !L’état a compensé en s’endettant et en distribuant des sussucres mais maintenant, on est au bout de cette logique.

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