Bertinotti ha ragione. Lo dimostra la mancanza di dialogo

Penso che Fausto Bertinotti abbia pienamente ragione nel tracciare le linee caratteristiche di questa fase sociale e politica (ed economica) che stiamo vivendo. Nell’intervista rilasciata all’Huffinton post, l’ex Presidente...
Fausto Bertinotti a "L'aria che tira" su La 7

Penso che Fausto Bertinotti abbia pienamente ragione nel tracciare le linee caratteristiche di questa fase sociale e politica (ed economica) che stiamo vivendo. Nell’intervista rilasciata all’Huffinton post, l’ex Presidente della Camera entra nel merito di una mutazione culturale di un Paese che si sta abituando ad una forma di dialettica nuova e vecchia allo stesso tempo: al confronto tra maggioranza e minoranza, tra governo e opposizione, si sostituisce la dicotomia tra consenso e dissenso.
E’ un tratto comune tanto alle situazioni generate dalla politica propriamente detta quanto ad altri contesti di vita comune che quotidianamente affrontiamo: si sta lentamente perdendo il gusto democratico del confronto delle idee e, quindi, di conseguenza viene scemando anche il gusto della polemica, l’arte dell’orazione politica.
Ne è prova il fatto che è mi è bastato pubblicare sulla mia pagina Facebook il collegamento alla suddetta intervista per vedere comparire non obiezioni nel merito delle analisi proposte da Bertinotti, quanto invece insulti mascherati da ironici commenti, pregiudiziali personali e politiche espresse con brevi frasi che non dicono nulla, non parlano se non a sé stesse e vogliono apparire in forma di “battuta”, ma sono soltanto una esibizione sterile di un pressapochismo antisociale e anticulturale che ha invaso questo Paese.
Sono pure d’accordo con chi mi ha suggerito che l’Italia è un contesto del tutto particolare nell’ambito europeo. Bertinotti riprende ciò quando analizza lo schema di formazione dei governi ad esempio in Spagna: là la sinistra socialista si allea con Podemos e i catalani e forma un governo alternativo a quello di Mariano Rajoy, quindi le categorie “destra”, “centro” e “sinistra” sono attive, funzionano e si riconoscono fra loro e sono riconosciute da una società che muta ma che non si autostravolge come invece accade da noi.
Indubbiamente ogni stato nazionale, pur dentro il grande contenitore dell’Unione Europea, ha le sue peculiarità che evolvono a seconda delle interazioni tra economia e politica; eppure in Italia, dopo settanta anni di democrazia parlamentare, dopo una lunghissima stagione di lotte e di classismo, si afferma, anche grazie alla mutazione berlusconiana della politica ridotta a interesse particolare, fuori dalla necessità di protezione e sostegno del “bene comune”, un capovolgimento dell’interpretazione stessa della ruolo tanto del politico quanto dello stadio precedente ad esso: il cittadino.
Non siamo in presenza di alcun neogiacobinismo, ma sono di un nuovo utilizzo delle parole e di un tentativo di innovare i protocolli e le formalità governative secondo un indirizzo insolito, quindi mostrare all’apparenza che il “cambiamento” questo governo lo sta già in qualche maniera producendo: a partire da quello che è visibile, percepibile all’istante.
Due forze di destra, diversamente tali ma eguali nel proporre ricette liberiste in economia, sono il frutto di un consenso popolare che è, a sua volta, prodotto di un mancato senso civico popolare per una politica che si è dimostrata antipopolare ma che non è l’unico esempio di mala gestione della cosa pubblica nel mondo.
L’elenco dei governi – protesi delle ragioni del mercato capitalistico sono non infinite, ma la norma: non esiste governo che non debba rispondere alle bacchettate degli organismi di controllo dell’economia mondiale e, più nello specifico, di quelle continentali e nazionali.
Dunque, in Italia viene nuovamente a galla la problematica di una assenza di cultura politica e di consapevolezza di ciò che significa essere “cittadini”: pare stia a cuore almeno ad una delle due forze al governo, tanto da averne fatto un mantra dentro e fuori ogni campagna elettorale pentastellata, tanto da voler chiamare deputati e senatori “cittadini” per dimostrare una vicinanza al popolo da parte delle istituzioni, mancante da tanto, troppo tempo.
Tutte illusioni. Stratagemmi linguistici, abilità semantiche, ma alla fine della grande immacolata purezza pentastellata, del dogma antialleantista da sempre proclamato come fondamento politico e sociale del movimento non è rimasto niente: l’alleanza “innaturale” con la Lega è lì a dimostrarlo.
Quanto meno dimostra che il potere piace, esalta, ti carezza e solletica dolcemente e ti seduce e ti costringe, nessuno escluso, a scendere a compromessi che, sovente, rischiano di trasformarsi in compromissioni.
In tutto ciò, la società italiana ha mostrato una regressione spaventosa nell’essere incapace di scorgere i tratti trasformistici di una parte politica presuntamente “nuova” ma che sarebbe meglio definire “diversamente vecchia”.
Ciò che mi preoccupa maggiormente, però, è la rabbia che si esprime non attraverso l’odio, il disprezzo, il dileggio, lo schernimento.
In queste tanto celebri “reti sociali” (che sono quanto di più antisociale vi sia perché individualizzano le persone e le fanno sentire tutte protagoniste, mentre non lo sono e non lo possono essere) non c’è spazio per il ragionamento compiuto, per il concetto espresso: anche se si hanno a disposizione caratteri infiniti e non solo 150 piccoli cinguettii, la pseudo-arte della satira diventa protagonista nella forma distorta dell’ironia permanente, della coglionaggine come comportamento rovesciabile su chiunque.
Non si domanda, non si espone un dubbio, non si afferma una critica: solo certezze possono esistere nel mondo moderno delle reti sociali e del “governo del cambiamento”.
L’odio gratuito è elemento costituente di questa trasformazione quasi antropologica del linguaggio che, poi, è trasformazione della persona stessa, barbaramente riportata allo stato primitivo di una espressione quasi gestuale, antecedente alla nascita della scrittura: perché questo sono insulti e stigmi sotto forma di ironia; sono immagini ben visibili. Non sono dialogo ma solo buffetti, schiaffi o pugni che si gettano in faccia a quello che si pretende rimanga un interlocutore.
La scuola ha la sua colpa, lo Stato ha la sua. E lo Stato non è una istituzione priva di collegamento con la popolazione: senza popolo e territorio – lo insegnano in tutti i corsi di diritto costituzionale – nessuno Stato esiste.
Il territorio viene depredato, la lingua italiana cade sotto i colpi o del mancato apprendimento scolastico o della penetrazione degli inglesismi a tutto spiano; mentre il popolo, sedotto da una economia che appare ricca e promettente e che invece rende questa società barbarica, aspetta il “cambiamento” dentro ad una psicopatologia dell’egoismo esaltato dalle urla di chi mette “prima gli italiani” e promette sicurezza e protezione per tutti.
Il governo, del resto, ora c’è, la rivoluzione arriverà ma non farà felice nessuno.

MARCO SFERINI

foto: screenshot da Bertinotti a L’Aria Che Tira – Puntata 19 03 2018

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