Amarcord. Nulla di più felliniano

Il capolavoro di Federico Fellini, talmente grande da entrare di diritto nella lingua italiana

Il cinema italiano è tra i più conosciuti ed apprezzati al mondo, al punto da essere anche quello più premiato nella notte degli Oscar. Ben quattordici volte, infatti, un film italiano si è aggiudicato la statuetta per il Miglior film straniero. Quattro di questi furono diretti da Federico Fellini che si aggiudicò l’ambito riconoscimento per l’ultima volta nel 1975 per il film Amarcord.

Federico Fellini sul set di Amarcord

Fellini (Rimini, 20 gennaio 1920 – Roma, 31 ottobre 1993) aveva già all’attivo capolavori indiscussi della storia della settima arte, La strada (1954), Le notti di Cabiria (1957), La dolce vita (1960), (1963), ma aveva ancora un conto aperto con la sua città natale, per la quale nutriva “il complesso del traditore” secondo la definizione di Renzo Renzi (tranquilli non c’è alcun legame…), il curatore dell’introvabile “Federico Fellini. La mia Rimini”. In quelle pagine il regista affermò: “Per me Rimini è il solito confuso imbroglio. Non ci torno volentieri anche per una comodità di collocazione fantastica. Ormai l’ho inquadrata esteticamente, immaginariamente, in un certo modo, e il riscontro realistico mi disturba. La Rimini immaginaria è diventata per me materiale di lavoro”.

Non a caso la città era già affiorata in precedenti opere del regista, ma con Amarcord Fellini volle renderla quasi sublime, persa nei ricordi, eterea, ma eterna. Una Rimini talmente immaginaria, da essere ricostruita nello Studio 5 di Cinecittà. A questo delicato tratteggio si unirono i ricordi delle stagioni, dei professori del ginnasio, dei parenti, dei fascisti ridicolizzati, delle figure femminili, dei paesaggi. Il ricordo di un’epoca. Non casualmente il titolo del film, scritto col poeta Tonino Guerra, è l’italianizzazione del termine dialettale romagnolo “a m’arcord” (“io mi ricordo”).

il giovane Titta

Nella Rimini degli anni ’30 il giovane Titta (Bruno Zanin) cresce, attraverso le quattro stagioni tra i condizionamenti dell’educazione cattolica, la retorica fascista e una famiglia un po’ matta. Con lui vivono il padre Aurelio (Armando Brancia) capomastro antifascista, la madre Miranda (Pupella Maggio) bigotta e possessiva, il fratello Oliva (Stefano Proietti), il nonno (Giuseppe Ianigro) che si prende qualche libertà di troppo con Gina la cameriera (Carla Mora) e lo zio Lallo detto “Il Pataca” (Nando Orfei) che vive alle spalle dei parenti. Al ginnasio, con professori improbabili, Titta e i suoi amici, Cicco (Fernando De Felice), Gigliozzi (Bruno Lenzi), Ovo (Bruno Scagnetti), Naso (Alvaro Vitali), immaginano avventure impossibili, organizzano innoqui scherzi per il borgo e sognano amori irraggiungibili. Se quello di Ovo è la coetanea Aldina (Donatella Gambini), per Titta è la parrucchiera Ninola (Magali Noël) per tutti “La Gradisca”, il cui soprannome deriva, stando a voci di paese, dal suo modo di concedersi al Principe (Marcello Di Falco). Ma sono gli anni del regime fascista, in paese arriva un importante gerarca (Ferruccio Brembilla) e il padre, socialista, è costretto a bere l’olio di ricino. E tra un ricordo e l’altro, raccontati dalle testimonianze dell’avvocato (Luigi Rossi), si passa dall’arrivo dell’Emiro (Mario Maldesi) alla visita di Teo (Ciccio Ingrassia) lo zio matto di Titta che, dopo alcune ore passate serenamente in famiglia, si arrampica su un albero e inizia ad urlare “Voglio una donna”, per poi scendere solo grazie all’intervento di una suora nana; dalle avventure della Volpina (Josiane Tanzilli) all’apparizione notturna del piroscafo Rex, dalla nebbia dell’autunno al passaggio della Mille Miglia seguita con interesse anche dal conte di Lovignano (Antonino Faà di Bruno). Ma l’educazione di Titta passa anche dalle attenzioni della supermaggiorata tabaccaia (Maria Antonietta Beluzzi) alla nevicata più alta delle persone. La sua adolescenza termina con il ricovero del nonno e soprattutto con la morte della madre, mentre la bella Gradisca, dopo aver sognato il suo Gary Cooper, sposa un goffo carabiniere (Pietro Biondi) con una festa in campagna buffa e patetica chiusa dal suonatore cieco di Cantarel (Domenico Pertica).

La Gradisca

Una commedia venata dalla malinconia in cui Fellini raggiunse un perfetto equilibrio tra simbolismo e realismo, con una ricchezza di volti inestimabile, uno studio dei caratteri accurato e puntuale, una costruzione di raffinate atmosfere ambientali. Divertimenti e finezze, malinconie e suggestioni che fecero apprezzare Amarcord (uscito nelle sale italiane il 13 dicembre del 1973) in tutto il mondo. Il film incantò i critici statunitensi che lo considerarono “Il meglio di quanto è stato fatto nel cinema” e lo spinsero a vincere l’Oscar come Miglior film straniero nel 1975 e ottenere due nomination, Miglior regista e Miglior sceneggiatura originale nel 1976 (oltre a numerosi altri riconoscimenti tra cui il David di Donatello e il Nastro d’Argento). Indimenticabile anche la musica composta dal grande Nino Rota.

Titta e i suoi amici

Pur non essendo un film “politico” da segnalare l’interessante lettura sul Fascismo, “smontando il mito dall’interno e mostrando la mediocrità del regime e del popolo che l’ha accettato” (Fofi). Fellini a riguardo parlò di: “Asfittica condizione sociale, miseria culturale e limitatezza ideologica che il Fascismo ci ha regalato”.

All’uscita fu elogiato da Forlani, criticato dalle femministe e considerato un film minore di Fellini, ma alla prova dei fatti risultò essere tra i “più coesi e riusciti” (Mereghetti) mosso da quella sostanza impalpabile che solo la poesia capta.

Federico Fellini e Bruno Zanin sul set

A sancire il successo della pellicola fu anche un cast perfetto e tormentato come i protagonisti del film. Il ruolo di Titta venne affidato, del tutto casualmente, a Bruno Zanin (Vigonovo, 9 aprile 1951), un giovane dai trascorsi difficili. Dopo aver subito violenza da un missionario, Zanin conobbe le porte del carcere minorile e quelle dell’ospedale psichiatrico di Brusegana (Padova) per un tentato suicidio. L’incontro a Cinecittà con Fellini lo salvò letteralmente. Dopo decine di apparizioni tra cinema e televisione, ha raccontato la sua vita nel semi-autobiografico “Nessuno dovrà saperlo” uscito nelle librerie nel 2007.

Vita tormentata come quella di Marcello De Folco (Roma, 7 marzo 1943 – Bentivoglio, 7 settembre 2010), il Principe di Amarcord. Recitò in numerosi film, da ricordare Fellini Satyricon (1969) sempre di Federico Fellini che lo scoprì e Todo modo (1976) di Elio Petri, ma viveva un forte conflitto interiore sull’identità sessuale che lo portò, nell’agosto del 1980, a farsi operare a Casablanca. Divenne Marcella De Folco tra le figure più importanti del Movimento Italiano Transessuali (nome in uso fino all’anno 1999, oggi diremmo Movimento LGBT) che chiedeva una legge per il cambio di sesso in Italia, ottenuta nel 1982. Trasferitasi a Bologna, politicamente di sinistra, venne più volte candidata dai Verdi e dal PdCI, continuando la lotta per i diritti civili. Si spense per un tumore all’età di 67 anni.

Maria Antonietta Beluzzi, la tabaccaia

Bolognese doc era, invece, Maria Antonietta Beluzzi (Bologna, 26 luglio 1930 – Bologna, 6 agosto 1997) la giunonica tabaccaia. Dalla imponenti misure, seno 123 cm, vita 88 cm e fianchi 132 cm, recitò in una decina di film, ma solo Fellini le diede l’immortalità.

Il ruolo della conturbante Gradisca, Fellini, dopo aver scartato Sandra Milo ed Edwige Fenech, lo assegnò all’attrice francese Magali Noël (Smirne, 27 giugno 1932 – Châteauneuf-Grasse, 23 giugno 2015) capace di passare con disinvoltura e bravura dal noir Rififi (1955) del regista comunista Jules Dassin alla Dolce vita (1960) di Federico Fellini, da Totò e Cleopatra (1963) di Fernando Cerchio a Z (Z – L’orgia del potere, 1969) di Costa-Gavras. La sua ultima apparizione sul grande schermo fu nel film The Truth About Charlie (2002) del regista Jonathan Demme, già autore di The Silence of the Lambs (Il silenzio degli innocenti, 1991). Pochi film all’attivo per Josiane Tanzilli (Ravenna, 28 novembre 1950) attrice teatrale e cantante, che in Amarcord interpretò la Volpina.

La famiglia di Titta

Non meno importanti gli interpreti della famiglia di Titta. Il padre Aurelio ebbe il volto di Armando Brancia (Napoli, 9 settembre 1917 – Napoli, 20 giugno 1997) poi caratterista in diverse commedia. Ben altro profilo per Pupella Maggio ovvero Miranda, la madre di Titta. Nome d’arte di Giustina Maggio (Napoli, 24 aprile 1910 – Roma, 8 dicembre 1999) fu attrice a teatro anche al fianco di Eduardo De Filippo e al cinema dove recitò, tra gli altri, ne La ciociara (1960) di Vittorio De Sica, in The Bible: in the beginning… (La Bibbia, 1966) di John Huston e in Nuovo Cinema Paradiso (1988) di Giuseppe Tornatore.

Ciccio Ingrassia è lo zio Teo

Indimenticabili anche gli zii di Titta. Lallo detto “Il Pataca” ebbe il volto del circense Nando Orfei (Portomaggiore, 29 luglio 1934 – Milano, 7 ottobre 2014) mentre Teo lo zio matto fu interpretato da Ciccio Ingrassia (Palermo, 5 ottobre 1922 – Roma, 28 aprile 2003) che dimostrò una volta di più di essere un grande attore drammatico, non casualmente Elio Petri lo volle per il suo Todo modo (1975). Rimanendo in “famiglia”, Il nonno di Titta venne interpretato da Giuseppe Ianigro e il fratello minore Oliva da Stefano Proietti.

Ma la carrellata di volti e caratteri in Amarcord fu quasi infinita, personaggi che rimarranno indelebilmente nell’immaginario collettivo. Da segnalare, inoltre, il preside (Mario Feliciani) e gli insegnanti del liceo (Mauro Misul, Armando Villella, Dina Adorni, Fides Stagni e Francesco Maselli, l’attore non il regista).

Una menzione merita Antonino Faà di Bruno (Londra, 15 dicembre 1910 – Alessandria, 3 maggio 1981) ovvero il conte di Lovignano, noto ai più per essere stato il Duca Conte Piercarlo Ing. Semenzara, quello del casinò ne Il secondo tragico Fantozzi (1976) di Luciano Salce; infine Alvaro Vitali (Roma, 3 febbraio 1950), Naso, uno degli amici di Titta, che recitò in quattro film di Fellini ma viene ricordato, purtroppo, solo per le commedie sexy degli anni 70/80 e soprattutto per aver interpretato Pierino.

Amarcord fu un ampio tratteggio di un’epoca. Il film più autobiografico e più felliniano di Fellini, sia per il contenuto sia per la forma. Non solo: se prima del 1973 gli italiani per descrivere un momento particolare del proprio trascorso usavano il termine ricordo o rievocazione nostalgica del passato, dopo l’uscita nelle sale della pellicola ebbero un nuovo vocabolo, poiché Amarcord era entrato di diritto nella lingua italiana.

MARCO RAVERA

redazionale


Bibliografia
“Federico Fellini” di Mario Verdone – Il Castoro
“Dizionario del cinema italiano” di Fernaldo Di Giammatteo – Editori Riuniti
“Il Mereghetti. Dizionario dei film 2017” di Paolo Mereghetti – Baldini & Castoldi

Immagini tratte da
Immagine in evidenza Screenshot di Amarcord, foto 1 @Cineteca di Bologna, foto 2, 3, 4, 6, 7, 8 Screenshot di Amarcord, foto 5 da it.wikipedia.it

categorie
Corso Cinema
3 Osservazioni
  • Bruno
    2 febbraio 2017 at 22:57
    lascia un commento

    Un saluto ai lettori della rivista agli estimatori agli amici di Rimini che mi vogliono bene a te Marco che hai scritto questo piccolo saggio ben fatto. Bruno Zanin

  • Marco Sferini
    4 febbraio 2017 at 13:02
    lascia un commento

    Caro Bruno,
    grazie per la tua attenzione, per averci scritto e per aver partecipato a quella grande avventura realisticamente visionaria del mondo felliniano.

    Marco Sferini
    la Sinistra quotidiana

  • Marco Ravera
    7 settembre 2017 at 15:59
    lascia un commento

    Grazie di cuore Bruno.

  • lascia un commento

    *

    *

    altri articoli