Alitalia non decolla, stop ai voli per 24 ore. Fermi 3 aerei su 4

Crisi. Altissima adesione allo sciopero contro il piano industriale che prevede circa 2000 esuberi e tagli salariali tra il 20 e il 30%

Il 90% di adesione allo sciopero degli addetti Alitalia, chiamati a raccolta dai sindacati confederali e da quelli di base, di fronte a un non-piano industriale fatto di soli tagli, è cifra eloquente dello stato delle cose nell’ex compagnia di bandiera. Al 60% di voli cancellati messi in conto dal management, si sono aggiunti quelli che sono saltati durante la giornata, perché anche i lavoratori più tiepidi hanno incrociato le braccia e partecipato a manifestazioni e assemblee che si sono succedute a Fiumicino. Il risultato finale conta circa tre aerei su quattro a terra.

Un’astensione dal lavoro così imponente è stata l’effetto diretto della «vertenza impossibile», sintetizzata così da Nino Cortorillo della Filt Cgil: «Basare un piano industriale sul vincolo di un accordo con il sindacato, chiamato ad accettare licenziamenti e tagli retributivi, è un ricatto e non una trattativa. Se davvero non si vuole andare ad un epilogo drammatico, occorre che Alitalia diventi realista e non chieda al sindacato e ai lavoratori un consenso che su queste proposte è impossibile. Perché il piano industriale è privo di criteri di sviluppo, e centrato unicamente sul taglio dei costi, tra occupazione e salari».

Nel dettaglio, due settimane di trattativa non hanno prodotto che scarsissimi risultati. Resta in piedi il taglio di 2.037 addetti di terra, sia per lavoratori a tempo determinato che a tempo indeterminato (1.338 a tempo indeterminato, 558 a tempo determinato e 141 nell’estero). A questi si aggiungono 400 addetti di volo per i quali la solidarietà difensiva scade a dicembre. In più l’azienda ha chiesto tagli salariali del 28% per i piloti di medio raggio, del 22% per i piloti di lungo raggio, e del 32% per gli assistenti di volo. Inoltre, sottolineano i sindacati, la metà dei dipendenti che Alitalia intende esternalizzare rischia di restare senza lavoro: è previsto il passaggio in continuità di lavoro solo per la metà delle 813 esternalizzazioni progettate, quelle legate a una parte della manutenzione.

Da notare poi che, dopo le due «riorganizzazioni» degli ultimi dieci anni che sono costate qualcosa come 12mila posti di lavoro, gli 11.500 addetti superstiti hanno un costo che è solo il 16,5% dei costi totali, inferiore a quello di Air France, Lufthansa e British Airways. Mentre i veri nodi ancora non sciolti dell’ex compagnia di bandiera, oggi in mano agli arabi di Etihad per il 49% e alle banche (Unicredit e Intesa San Paolo) per il 51% restante, sono legati per il sindacato Usb – ma anche per quasi tutti gli addetti ai lavori – al posizionamento sbagliato sul mercato, vista l’inutile rincorsa alle compagnie low cost; alla mancanza di investimenti; ai vincoli capestro delle alleanze internazionali, e a costi generali fuori e senza controllo da anni.

La trattativa riprenderà domani. Intanto al question time dalla Camera il ministro del lavoro Giuliano Poletti ha ribadito che Alitalia deve rimanere un’azienda privata. Poi ha puntualizzato: «Con un decreto del 4 aprile il ministero ha autorizzato il trattamento di cig straordinaria, a seguito della stipula di un contratto di solidarietà per il periodo che va dal primo marzo 2016 al primo agosto 2017, per 4.823 contratti di solidarietà su un organico complessivo di 11.462». Infine ha ipotizzato: «Eventualmente il personale potrà essere ammesso alle tutele previste dal fondo del trasporto aereo, per prestazioni integrative degli ammortizzatori sociali della normativa vigente». Cioè la Naspi.

Quanto a possibili prepensionamenti, visto che il fondo del barile era già stato raschiato nelle due precedenti «riorganizzazioni», nei giorni scorsi è arrivata la notizia che il management Alitalia sta cercando circa 500 addetti disposti a licenziarsi, in cambio di soldi e di ammortizzatori garantiti per almeno due anni.

A Poletti ha risposto Stefano Fassina di Sinistra italiana: «Il piano industriale è inaccettabile sia per gli insostenibili costi sociali che per la sua debolezza per un rilancio. E il governo non può limitarsi a facilitare il ricatto dell’azienda ai lavoratori, attingendo al bilancio pubblico per ulteriori ammortizzatori sociali. Le risorse pubbliche vanno invece utilizzate per entrare nel capitale di Alitalia e garantirne, con adeguati investimenti, il rilancio. Perché si possono spendere 20 miliardi per le banche, perché Cassa depositi e prestiti può entrare in Acciaitalia per salvare l’Ilva, e invece non può partecipare al rilancio di Alitalia?».

RICCARDO CHIARI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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