Al Aqsa, una sollevazione spontanea contro le politiche di Israele

Gerusalemme. I palestinesi insistono: continueremo a pregare all'esterno della Spianata fino a quando Netanyahu non revocherà tutte le misure annunciate dopo l'attacco armato del 14 luglio
Spianata delle Moschee, Gerusalemme

Talal è un cambiavalute piuttosto noto in via Salad Edin, a Gerusalemme Est. Nel negozietto di pochi metri quadrati entrano turisti di ogni parte del mondo che lui accoglie promettendo il cambio «più onesto del pianeta». Da due settimane Talal non ha tempo e la testa per pensare a dollari, euro e tassi di cambio. «Il mio posto è qui, assieme a tutti i palestinesi di Gerusalemme, a difesa di al Aqsa», ci dice seduto sulla scalinata che sale verso il cimitero islamico, accanto alla Porta dei Leoni, cuore della protesta palestinese contro le misure introdotte da Israele sulla Spianata delle moschee dopo l’attacco armato del 14 luglio. «Non ci basta la rimozione dei metal detector (annunciata dal governo israeliano due giorni fa, ndr) – aggiunge Talal – tutto deve tornare come prima. Israele ci ha tolto tutto e noi non rinunceremo mai alla Spianata, l’unica cosa che ci resta». Accanto a noi passa un corteo di donne. Scandiscono «Con il sangue e l’anima di redimeremo al Aqsa». I poliziotti israeliani le costringono, con qualche spinta, ad allontanarsi dalla Porta dei Leoni. Il corteo risponde con slogan ed esortazioni a «resistere». «Le donne sono importanti per questa rivoluzione», dice Maher, seduto alle spalle di Talal, «le donne sono protagoniste, non arretrano davanti alla polizia. E a sera, quando gli uomini si riuniscono qui per le preghiere del tramonto e quella serale, loro portano cibo e acqua per tutti».

Maher parla di «rivoluzione». Forse è esagerato però questa rivolta palestinese è molto significativa. Almeno per chi abita a Gerusalemme Est. Appena due mesi fa il governo Netanyahu celebrava con enfasi la “riunificazione di tutta Gerusalemme sotto la sovranità di Israele” (l’occupazione militare della zona Est avvenuta nel giugno 1967). La popolazione palestinese, circa il 40% degli abitanti, che vive in quartieri spesso poverissimi che assomigliano a ghetti, afferma in questi giorni il rifiuto del controllo israeliano. Non accadeva da anni una protesta come questa a Gerusalemme Est, spontanea, indipendente dai partiti tradizionali e lontana dall’Anp di Abu Mazen. Anche gli islamisti di Hamas sono tenuti a distanza. «Difendiamo al Quds (Gerusalemme, ndr), invochiamo Allah e rifiutiamo l’intervento di tutti i partiti, anche quelli islamisti» ci spiega Talal. Gli unici “leader” in qualche modo riconosciuti sono i dirigenti del Waqf, l’istituzione islamica che custodisce la Spianata di al Aqsa. Omar al Kiswani in particolare. È diventato un eroe per essersi rifiutato, primo fra tutti, di entrare nell’area che include le moschee con i dispositivi di controllo di Israele. Da quel momento è partita la sollevazione.

Le formazioni politiche palestinesi provano a recitare un ruolo da protagoniste, con risultati modesti. Un appello alla popolazione perché «inasprisca la resistenza» domani, venerdì di preghiera, è stato lanciato da Fatah. Abu Mazen invece ribadisce che la cooperazione di sicurezza con Israele è stata sospesa «per difendere i Luoghi santi». La normalità tornerà, dice, quando sarà ripristinata nella Spianata delle Moschee la situazione che era in vigore prima dell’attacco del 14 luglio, quindi senza le telecamere di sorveglianza “smart” che Israele intende installare nei prossimi mesi. «L’Anp è sempre più irrilevante per i palestinesi», dice al manifesto l’analista Diana Buttu «i gesti in queste situazioni sono importanti. Abu Mazen ha sospeso la sua visita in Cina troppo tardi, quando qui a Gerusalemme la crisi era già molto pericolosa. I palestinesi l’hanno notato». Buttu sottolinea la marginalità di tutti partiti in questa fare. «La gente di Gerusalemme questa battaglia vuole combatterla da sola, poi si vedrà», conclude Buttu.

Migliaia di poliziotti e soldati saranno mobilitati domani a Gerusalemme e in Cisgiordania. Si annuncia un giorno “caldo” come venerdì scorso. In Israele intanto si fa un primo bilancio della crisi. E se l’obiettivo del governo Netanyahu era, come sostengono i palestinesi, quello di accrescere il controllo di Israele sul luogo santo usando l’attacco del 14 luglio, allora il risultato è negativo. Secondo un sondaggio della tv Canale 2, il 77% degli israeliani pensa che aver rimosso i metal detector dalla Spianata rappresenti una sconfitta per il primo ministro, nonostante l’accordo con la Giordania per il rientro dei diplomatici bloccati ad Amman dopo una sparatoria nell’ambasciata israeliana su cui i media arabi esprimono forti dubbi. Si accede inoltre lo scontro con il leader turco Erdogan che, cavalcando l’onda della protesta palestinese, lancia accuse pesanti a Israele. I coloni israeliani sono tra i più delusi. E per ritorsione hanno occupato un edificio palestinese a Hebron dal quale erano stati evacuati nel 2012.

MICHELE GIORGIO

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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EsteriMedio OrientePalestina e Israele
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