Addio Lindsay Kemp, coreografo dell’incantesimo

Teatro. Rivelato con «Flowers», rilettura di Genet, maestro di Bowie, ha inventato tra infinite suggestioni universi e personaggi fuori da ogni genere (e gender)
Lindsay Kemp

Per conoscere Lindsay Kemp, mancato ieri a Livorno dove viveva e lavorava da diversi anni, la fonte migliore è un film di Theo Eshetu, Travelling Light (1992) che dell’artista inglese traccia un ritratto non di parole, interviste o archivi ma provando a restituire quel flusso di universi che ne attraversano l’opera. Perché Kent, nato nel 1938 a Cheshire, e cresciuto a South Shields in una famiglia proletaria (il padre era morto quando era piccolo), nella sua ricerca amava mischiare suggestioni artistiche diverse, danza, mimo, burlesque sfuggendo alle etichette di un «genere» (e di un gender) tra i suoi mille travestimenti. Da qui il suo fascino, e quel carisma che ha lasciato tracce tra molte e diverse generazioni pure se la sua arte si era fermata da tempo. Lui continuava – corsi, laboratori specie qui in Italia – ma la scintilla dell’ispirazione sembrava essersi stemperata – come purtroppo spesso accade – lasciando posto a una sorta di replica costruita appunto sulla storia del suo personaggio.

Non era un mimo Kent, nonostante la faccia bianca da cui sorrideva ineffabile, ricordo degli studi con Marcel Marceau seguendo una passione contrastata dalla madre, l’arte, le scene, il cinema, che lo porta a Londra, prima al Bradford College of Art dove studia con David Hockney, poi alla danza di cui apprende i primi passi con la guida della coreografa e danzatrice espressionista Hilde Holger – anche se poi dirà che era una sua passione dai cinque anni, quando aveva visto al cinema Scarpette Rosse di Powell&Pressburger insieme alla mamma.

Nel 1960 fonda la propria compagnia di danza, sperimenta, cerca una sua strada. Finché nel 1974 esplode sulle scene – anche internazionali- con quello che rimane lo spettacolo fondante – e il più famoso – di tutta la sua carriera: Flowers, rilettura liberissima di Notre Dame des Fleurs di Jean Genet.«Flowers è un’opera che unisce elementi di teatro, di mimo e di danza che insieme alla musica, agli effetti, al trucco, ai costumi e alle scene formano uno spettacolo unitario, totale, che ho concepito e disegnato dall’inizio alla fine» scrive l’artista dello spettacolo presentato per la prima volta al Festival di Edimburgo.

C’è l’amore e c’è il melodramma, ci sono i corpi e l’erotismo, c’è il piacere e c’è la morte, c’è il sesso e la gelosia. La follia è un giro di danza, il desiderio un mazzo di fiori strapazzati. In una Parigi di marinai, puttane e travestiti Divina balla col suo sposo, un amore destinato all’infelicità, alla morte, alla galera fino all’urlo che scuote il palcoscenico di un amante crocifsso. Kemp è Divina, en travesti, la cifra che rimarrà sua per sempre.

Parlando di un altro spettacolo, Mr.Punch, dal nome del protagonista, figura macabra e violenta, definiva quel personaggio l’altro lato di Divina, colui che aggredisce ma che è anche ribelle. «Non sono un attore, gli attori si identificano con quello che non sono, io con ciò che sono. Ogni personaggio è un aspetto di me stesso».

È lui Nijinskij il danzatore amatissimo che tante volte interpreta su scena, è ancora lui la Regina di Cuori crudele e tirannica che chiede la testa di Alice nella trasposizone del romanzo di Carroll. O la Salomé eretica ispirata a Wilde, e ancora Garcia Lorca, Isadora Duncan. «No trance no dance« scherzava Kemp per dire meglio di questo suo bisogno di diventare altro». Un gesto, o una giravolta, che è come i giochi dei bambini, l’altra faccia della luna, la commedia dell’arte le cui maschere sono il suo volto sotto al trucco.

Nella Londra glam rock degli anni Settanta il travestimento soffia nell’aria dei tempi, è ribellione, segno di cambiamento. Mick Jagger lo adorava, Bowie che è stato suo allievo quando aveva diciannove anni nel 1966 (e anche un suo amore ) diventa per lui il Pierrot in Turquoise, e poi lo chiama per la coreografia delloZiggy Stardust and the Spiders from Mars (1972). I racconti di Kemp sull’argomento sono infiniti un po’ come su tutto, narratore inarrestabile col gusto di mettersi in scena anche nelle parole – «Si deve liberare il pubblico, renderlo preda di un incantesimo» diceva.
Derek Jarman lo volle in Jubilee (’78), il suo film più punk, e prima inSebastiane (’76). Si erano conosciuti quando Kemp aveva lavorato insieme a Ken Russell in Savage Messiah (’72) e I Diavoli (1971).

CRISTINA PICCINO

da il manifesto.it

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