AAA coalizione cercasi

The day after il ritiro di Giuliano Pisapia dalla coalizione con il Pd, Piero Fassino è preso da un attivismo frenetico. La sconfitta è anche sua, il negoziatore che...

The day after il ritiro di Giuliano Pisapia dalla coalizione con il Pd, Piero Fassino è preso da un attivismo frenetico. La sconfitta è anche sua, il negoziatore che non ha negoziato nulla. Mercoledì a tarda serata, a rottura abbondantemente consumata, l’ex segretario ds ancora telefonava agli ammutinati di Campo progressista per chiedere, capire, tentare di riaprire in extremis una porta.

Ieri, preso atto che con l’ex sindaco di Milano la vicenda è chiusa e lo stesso con l’ala sinistra dei suoi, si è scatenato per autoconvincersi che il cedimento strutturale dell’alleanza fosse solo un crollo localizzato sul fronte izquierdista. Ha parlato con Arturo Parisi, Luigi Manconi, Giulio Santagata, Riccardo Nencini, Angelo Bonelli, Massimo Zedda, Lorenzo Dallai. Tutti ancora presenti, dal socialista al verde all’ex sindaco. Ma alla eventuale lista di sinistra manca il quid.

Per quello lavora Matteo Renzi in persona, insieme al ministro Lotti e allo stesso Fassino. I tre si sono attaccati al telefono per provare a vedere chi, di Campo progressista, è disponibile ad andare avanti anche senza Pisapia. La pesca non ha fruttato molto, perlomeno niente di quello che già non sapevano. Il deputato Michele Ragosta, il senatore Uras, il sindaco Zedda. Ma già con Massimiliano Smeriglio per ora il Pd va in bianco. E anche Bruno Tabacci sembra intenzionato a farsi indietro. Per ora.

Ieri mattina alla Camera una riunione di Campo progressista ha certificato le spaccature. Lunedì riunione nazionale. Ma i deputati, guidati da Ciccio Ferrara, sono schierati con Laura Boldrini, che il 20 o il 21 organizzerà un’assemblea pubblica per dire il suo «ci sono» a Piero Grasso. Ieri il presidente del senato ha incassato una telefonata di auguri del sindaco di Napoli De Magistris. Ma quanto agli ex di Pisapia, si segnala una certa freddezza della lista Liberi e uguali verso gli eventuali ritorni all’ovile: il momento della stretta delle liste non è il più adatto alla generosità. Si capirà meglio la prossima settimana. Intanto arriva il simbolo: «Liberi e Uguali» su sfondo rosso «con Pietro Grasso». A metà dicembre arriverà l’iniziativa sul programma.

Fassino ieri ha incontrato anche Prodi, di rientro dall’Albania. Alla fine, proprio come la scorsa volta, ha riferito di aver ricevuto incoraggiamenti dal professore. In realtà il professore è rimasto scettico esattamente come lo era stato nel precedente incontro (raccontato dal Pd e all’epoca anche da Pisapia come la benedizione dell’ex premier all’alleanza): quella di Pisapia «non è stata una defezione, perché Pisapia non aveva deciso. Aveva studiato il campo e poi ha concluso che non era cosa». «Il processo va avanti. Si tenterà di nuovo perché è importante e utile al Paese». Ma non nasconde lo scetticismo sui risultati: «Il problema è che bisognerebbe ricominciare da capo. Io a suo tempo non ho inventato un granché ma c’era un disegno preciso di mettere insieme forze e contenuti. Mi criticarono per il programma di 400 pagine, ma quello di 140 lettere non è molto più soddisfacente. Un programma politico può anche essere di sei volumi… Ma con una coalizione ampia si deve scrivere. E’ senso di realismo. Perché i tedeschi ci mettono sei mesi a fare il programma di governo? Pensate non sappiano né leggere né scrivere?». Il messaggio è tutto per Renzi.

Il segretario del PD, per negare la catastrofe della sua tardiva idea di mettere in piedi uno straccio di coalizione, finge di non capire le parole del professore. E in serata a Quinta Colonna dice che va tutto bene: «Noi andremo alle elezioni con una lista di centro anche se Alfano non si candida» e «con una lista di sinistra anche senza Pisapia, con il Pd e spero ci siano anche altre liste come Più Europa di Bonino».

E invece tutto traballa. Persino la lista moderata con Casini e Lorenzin (che lunedì dovrebbe prendere la guida di Ap al posto di Alfano) ancora non è definita. Per tenersi i radicali italiani è stato Gentiloni in persona a garantire l’ok all’emendamento che dimezza le firme necessarie a presentare le liste. «Una precondizione a qualunque decisione», spiega Benedetto Della Vedova all’uscita da Palazzo Chigi. Prima di dire sì a Renzi però vedere cammello. «Al momento non è in programma nessun incontro col Pd», assicura.

DANIELA PREZIOSI

da il manifesto.it

foto tratta da Pixabay

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Politica e società
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