Pisapia e D’Alema. Ma davvero la sinistra è questa?

Per tagliare con l’accetta, si potrebbe dire che quello che si muove a “sinistra” del Pd sia combattuto se allearsi col Pd prima delle elezioni oppure dopo. L’orizzonte resta...

Per tagliare con l’accetta, si potrebbe dire che quello che si muove a “sinistra” del Pd sia combattuto se allearsi col Pd prima delle elezioni oppure dopo. L’orizzonte resta quello, già sperimentato del centrosinistra i cui effetti devastanti sulle condizioni di vita dei lavoratori e sulle speranze di alternativa sono un rimosso collettivo di quel “popolo” che questo ceto politico pretende di rappresentare. Chi ha imposto a questo Paese le torture e le storture di fiscal compact, jobs act, trattati europei, lager per migranti, guerre umanitarie, privatizzazioni, “lenzuolate” di liberalizzazioni, pensioni da fame e da vecchissimi, F35, grandi opere e austerità senza fine?

Tutto si può rimproverare all’ex sindaco di Milano, eccetto che non sia chiaro: «L’unità di un centrosinistra plurale… è stata la mia bussola, quasi la mia ossessione», ha scritto l’ex sindaco di Expo ai direttori di Repubblica e Corsera solo 48 ore fa. Il suo fido Tabacci, postdemocristiano, starebbe lavorando con pezzi di Pd, per il Rosatellum, perché si deformi l’impianto proporzionale della legge elettorale così da obbligare alle coalizioni e imporre il centrosinistra come se fosse l’unico destino possibile.

“Insieme” a chi?
A leggere le note politiche sembra che l’unica cosa che interessi davvero l’operazione “Insieme”, la fusione tra Campo progressista e Mdp, il partito di Bersani e D’Alema, sia contrastare Renzi piuttosto che invertire la rotta di almeno due decenni di politiche liberiste ispirate e condotte da buona parte di quel personale politico che oggi mima pose gauchiste. Pisapia sembra respingere l’offerta di Renzi con il via libera a una proposta di legge elettorale che prevede le coalizioni. Perché, spiega, quella proposta, che ha i nominati e poco maggioritario, è «peggio» di quella respinta appena sei mesi fa. E perché per dimostrare un’apertura vera il Pd dovrebbe riconoscere di «non essere autosufficiente» e fare le primarie per la premiership: «Dire che il candidato è il segretario Renzi, significa voler andare avanti da soli, noi vogliamo andare avanti insieme», sillaba Pisapia. L’ex sindaco lo dice dalla festa nazionale dell’Unità di Imola, con Maurizio Martina, che da vicesegretario Pd lavora da pontiere. «Noi lavoriamo a unire e allargare e lo stiamo dimostrando anche con la nuova proposta di legge elettorale», dichiara Martina. E aggiunge che «se c’è la volontà di collaborare la via, anche elettorale, la troviamo». Con il «Rosatellum bis» il Pd punta a stanare le ambiguità a sinistra: ora – è il ragionamento – si capirà chi vuole davvero costruire unità e chi già ha scelto di correre contro il Pd. E così, mentre Renzi continua a dettare la linea del «gioco di squadra», Martina a Pisapia dice che trovarsi è possibile: basta che «gli altri superino l’ossessione della lotta» a Renzi che «fa paura». I renziani danno per persi gli esponenti di Mdp, che con Bersani «bombardano» la nuova proposta di legge elettorale: la speranza è quella di ‘recuperare’ Pisapia. Ma l’ex sindaco replica che il Pd «guarda a un pezzo di centrodestra». Perciò, afferma a chiare lettere, lui va avanti con Bersani per il soggetto unitario di centrosinistra. Anche se ammette che «ci sono sfumature di differenza» con i compagni di strada. Resta, ad esempio, una diversità di toni con Massimo D’Alema, che sembra aver rotto i ponti col Pd e, ospite di Sinistra italiana a Reggio Emilia, detta la linea dura sulla prossima manovra e sostiene che se andasse avanti il «Rosatellum bis» che è una «legge anti-Mdp» si dovrebbe «togliere la fiducia al governo». Ma sul percorso unitario del centrosinistra alternativo D’Alema distilla parole di ottimismo: riconosce a Pisapia di aver fatto «chiarezza» e annuncia che il nuovo soggetto avrà un nome e un simbolo «entro novembre». A quel punto, partirà il confronto con il Pd in chiave elettorale. Come sempre l’ex sindaco è chiaro: «Le alleanze si fanno dopo il voto, con la legge che abbiamo. E allora noi e il Pd abbiamo due compiti diversi. Il Pd deve cercare di mantenere il proprio popolo, noi dobbiamo parlare a tutta una parte di società», dice Pisapia. E sulla legge di bilancio Pisapia annuncia: «Mi batto senza fare proposte impossibili, perché si arrivi con il governo a dare un segnale, prima della legge di stabilità, come i superticket sanitari». Su tutti e due temi, insiste Martina, si può lavorare «insieme».

La road map la fissa D’Alema: «Ci dovrebbe essere molto presto un incontro tra Speranza, Fratoianni, Civati, per concordare su come andare avanti. Ma la mia opinione – aggiunge – è che c’è tanta voglia di partecipare, che si riavvicinano. Partirei da loro, farei migliaia di assemblee, discutere, eleggere delegati. Poi Pisapia può fare la sintesi».

«Ma – osserva una notista politica di un noto quotidiano “comunista” organo ufficiale di quell’operazione Pisapia-Bersani – il ritorno alle coalizioni piomberebbe sul cantiere della lista di sinistra come un ciclone. Il ’leader’ potenziale di Insieme Giuliano Pisapia predica l’alleanza con il Pd. Ma ora che la possibilità potrebbe diventare concreta?».

A soli 112 chilometri da Imola, a Reggio Emilia s’è aperta la festa di Sinistra Italiana. «Faccio fatica a seguirlo, a capirlo quotidianamente. Ma è incomprensibile per tutti, non è solo un problema mio. Ora serve chiarezza». Il segretario nazionale di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni, ce l’ha con Pisapia ma il cielo dell’utopia si inchioda all’alleanza col Pd. «È evidente che la sinistra propone un’alternativa chiara al Pd non solo prima ma anche dopo il voto. Sottolineo – aggiunge Fratoianni – che con il Pd del Jobs Act, della ‘buona scuola non c’è possibilità di un’alleanza, perchè non sarebbe credibile. Io non sono per chiedere l’analisi del sangue al mio vicino, ma è necessario per andare avanti fare chiarezza sui programmi». Con le dovute proporzioni sembra di leggere le stesse cose che il Prc invoca da Fava. A chiudere la festa sarà il dibattito moderato da Massimo Giannini, tra il padrone di casa Nicola Fratoianni, Pierluigi Bersani, Tomaso Montanari, Pippo Civati e il segretario Prc Maurizio Acerbo.

Che ne sarà del circo del Brancaccio?

Già, Rifondazione. Come si sente il Prc, forse ancora il pezzo più organizzato a sinistra, in questo ping pong di messaggi che non la contemplano quasi mai? E come se la vivono Anna Falcone e Tomaso Montanari che appaiono marginalizzati dalle manovre in corso? A cavallo tra la fine di settembre e il primo ottobre tornerà a vedersi il circo del Brancaccio ma sembra ormai superato dall’attivismo dei pezzi organizzati, SI che pure l’aveva promosso e organizzato (e blindato), Mdp che aveva provato a legittimarsi anche quel teatro accreditandosi come nuovo che avanza.

Stando alle indiscrezioni, Rifondazione – che sul Brancaccio aveva puntato quasi tutte le fiches – e Pci (ex Pdci), che al Brancaccio non aveva potuto parlare, sarebbero esclusi dal cartello di Pisapia che procederebbe spedito alla costruzione di un soggetto “unitario” che ha come obiettivo un risultato a due cifre per diventare  interlocutore di governo o con il Partito Democratico o con il Movimento 5 Stelle. Dopo le Regionali siciliane, considerate come un banco di prova, si dovrebbe tenere una domenica di gazebo per scegliere i delegati all’assemblea costituente che si terrà sicuramente entro Natale e designerà leader, candidato premier e il nome della cosa che dovrebbe contenere la parola “sinistra”. Si punta alla partecipazione di Sinistra Italiana, dove qualcuno potrebbe avere dei forti mal di pancia, ci saranno Possibile di Civati, i Verdi, pezzi del no al referendum costituzionale dello scorso anno, forse perfino i prodiani.

Eppure c’è una necessità oggettiva di un campo alternativo al centrosinistra, non solo alla sua versione renziana. C’è un’urgenza di una coagulazione di energie e soggettività all’altezza dei tempi, del contesto e dei bisogni della stragrande maggioranza della popolazione, di quelle classi vessate da vent’anni di lacerazioni del tessuto sociale che oggi sono squassate da pulsioni sovraniste, a volte razziste e che, in larga parte, avevano abboccato al discorso grillino antipolitico e ambiguo e che ora sta sciogliendo quelle ambiguità rivelando  – nelle città che governa e nella vita interna del M5s – il volto decisamente razzista e classista del populismo.

C’è ancora tempo perché possa crescere una proposta, anche elettorale, per una sinistra alternativa? Tre giorni fa, proprio su Popoff, Giorgio Cremaschi si chiedeva se ci si dovesse rassegnare: «Io vorrei non rassegnarmi, vorrei partecipare alla costruzione di una alternativa vera, che non avesse paura di dire no alla guerra e all’austerità».

Da parte sua, proprio in un’intervista a Popoff, Maurizio Acerbo aveva detto al nostro Enrico Baldin: «Basta perdere tempo a inseguire Pisapia e D’Alema. Ogni giorno perso per cercare l’unità coi responsabili di 25 anni di neoliberismo è un giorno sottratto a costruire l’unità della sinistra nelle strade». Ma poi è venuto il pasticcio siciliano dei cento passi con Fava verso il centrosinistra. Alcune forze della sinistra rivoluzionaria (Pcl, Scr e Sinistra anticapitalista) ragionano da mesi sull’ipotesi di una lista realmente alternativa, altri vanno dietro a ipotesi di mera testimonianza magari intrecciando nostalgie togliattiane e speranze coreane.

Alle soglie di un autunno che si preannuncia ancora freddo continuiamo a porre la domanda: c’è vita a sinistra?

GIULIO AF BURATTI

da Popoffquotidiano

foto tratta da Pixabay

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