1917, al fronte i ragazzi del 1899

Cento anni fa, il 1917 è ricordato da tutti , anche in questi giorni, come l’anno della Rivoluzione Russa nelle due tappe di febbraio e ottobre (in realtà in...

Cento anni fa, il 1917 è ricordato da tutti , anche in questi giorni, come l’anno della Rivoluzione Russa nelle due tappe di febbraio e ottobre (in realtà in Occidente, Marzo e Novembre per via della diversità di calendario).

In quell’anno fatidico però furono molti gli avvenimenti legati essenzialmente allo sviluppo della prima guerra mondiale: per quel che riguarda l’Italia in “primis” la rotta di Caporetto.

Si verificarono nel fronte “interno” tante rivolte per il pane, ormai dimenticate e annegate nella retorica bellicista con la quale si è costruita una finta storia.

La tragedia della guerra aveva portato letteralmente alla fame la popolazione civile, in particolare quella delle città industriali nelle quali donne (in prevalenza) e uomini erano impegnati nella produzione bellica: l’impossibilità di rifornimenti, le paghe inadeguate, lo sfruttamento super – intensivo della mano d’opera portarono naturalmente ad episodi di ribellione i più importanti dei quali si verificarono nel mese di agosto a Torino.

Ci saranno occasioni per ricordare in dettaglio quelle giornate.

In questo frangente, però, si vorrebbero ricordare i ragazzi del ’99: la classe di diciottenni che fu spedita al fronte a morire senza tante incertezze e scrupoli da parte della Monarchia, del Governo e dei comandi militari.

Quelli che poi saranno definiti come ragazzi del ’99 furono precettati quando non avevano ancora compiuto diciotto anni.

I primi contingenti, 80.000 circa, furono chiamati nei primi quattro mesi del 1917, e frettolosamente istruiti, vennero inquadrati in battaglioni di Milizia Territoriale.

Alla fine di maggio furono chiamati altri 180.000 ed altri ancora, ma in minor numero, nel mese di luglio.

Ma i primi ragazzi del ’99 furono inviati al fronte solo nel novembre del 1917, nei giorni successivi alla battaglia di Caporetto

Le giovanissime reclute appena diciottenni sono da ricordare in quanto nella prima guerra mondiale, dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), in un momento di gravissima crisi per il Paese e per il Regio Esercito, furono sacrificati sul Piave,e sulle pendici del Grappa e del Montello,

Ma i ragazzi del ’99 furono mandati a morire anche altrove.

Dopo la battaglia di Caporetto di ottobre-novembre 1917, gli Alleati avevano inviato truppe fresche sul fronte italiano che avevano contribuito a dare tempo al Regio Esercito di riorganizzarsi.

Nei primi mesi del 1918, alla vigilia dell’offensiva di primavera, il Regno d’Italia decise di contraccambiare inviando sul fronte occidentale un corpo di spedizione, in Francia, laddove gli eserciti, tra sacrifici immani e inutili stragi, erano fermi dal 1914.

Il Comando Supremo scelse il II Corpo d’armata di Milano, impegnato dalle battaglie dell’Isonzo a quella del Piave ed allora in riserva per riorganizzarsi, essendo di fatto ridotto a causa delle perdite in battaglia, come organico, ad una brigata. Al comando della grande unità venne confermato il generale Alberico Albricci.

L’organico era basato sulla 3ª Divisione di fanteria, formata dalla Brigata “Napoli” e dalla Brigata “Salerno”, e dalla 8ª Divisione di fanteria per un tale di circa 25.000 uomini. In quest’ultima unità fu inserita per ragioni di prestigio in quanto erede ideale dei Cacciatori delle Alpi garibaldini la “Legione garibaldina”; in essa all’inizio della guerra si erano arruolati molti ex-legionari, tra i quali Peppino, Ricciotti, Menotti, Sante ed Ezio Garibaldi, nonché Kurt Erich Suckert, meglio conosciuto in seguito come Curzio Malaparte; in occasione della spedizione in Francia, la brigata fu posta proprio al comando del colonnello Peppino Garibaldi.

Nel 19º Reggimento fanteria della Brigata “Brescia” prestava invece servizio Giuseppe Ungaretti.

I ragazzi italiani parteciparono così alla seconda battaglia della Marna e, in particolare alla battaglia di Bligny che rappresentò il momento più importante nel respingimento dell’offensiva tedesca.

Restiamo convinti che “è beato quel popolo che non ha bisogni di eroi”, quindi nessuna intenzione di celebrare epiche imprese.

Anzi la volontà è quella di sottolineare il sacrificio di quei ragazzi e la ferocia con la quale furono mandati a morire in una guerra spaventosa che i popoli non avevano voluto e che , come tutte le altre, sarebbe servita soltanto a impoverire, distruggere, uccidere inermi mandati a combattere in terre sconosciute, uccidendo propri simili poveri e ignari mandati a morire.

Morire per ragioni di potere e di ricchezza destinata a pochi.

Quei pochi che si ritengono padroni delle vite degli altri nascondendo le loro ambizioni di dominio attraverso il racconto di falsità come nazionalismi, vocazioni religiose, onore e fedeltà a senso unico e a loro esclusivo profitto.

FRANCO ASTENGO

foto tratta da Wikimedia Commons

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