Una scritta sul Colosseo non è amore per la bellezza

Siccome non mi appassiona il toto-dimissioni di Renzi che da qualche giorno impazza su giornali e televisioni, ho pensato di scrivere su un fatto che mi ha fatto arrabbiare,...

Siccome non mi appassiona il toto-dimissioni di Renzi che da qualche giorno impazza su giornali e televisioni, ho pensato di scrivere su un fatto che mi ha fatto arrabbiare, letteralmente incazzare. E scusate il francesismo.
Una signora, di professione vigilessa in quel di Francia, ha pensato bene, pare con una monetina, di incidere su una pietra del Colosseo il suo nome e l’anno corrente. Come dire: “Ecco, sono stata qui!”.
Poco tempo fa, altre persone avevano sfregiato con della vernice un pilastro del grande Anfiteatro Flavio. Avevano scritto “Morte” e “Balto” e, per farlo, avevano scavalcato le cancellate del monumento bimillenario della Roma dei Cesari.
Qualcuno certamente affermerà che si tratta di piccole cose: che volete che sia una scritta commemorativa di un viaggio a Roma… Che volete che sia una bomboletta spray nera che deturpa una colonna del Colosseo. A tutto c’è rimedio. E se vogliamo essere ancora più banali aggiungiamoci pure vecchi adagi popolari: “A tutto c’è rimedio tranne che alla morte”.
Giustappunto. Atti di questo tipo sono la morte della cultura dentro la sensibilità singola delle persone. Mi domando, vi domando: come si può pensare di vergare una pietra di un monumento che è patrimonio dell’Umanità, che è simbolo di una storia che rimane lì, visiva, permanente, che nemmeno le bombe degli alleati nella Seconda guerra mondiale o i tedeschi in ritirata da Roma hanno pensato di danneggiare, per dire al mondo: “Ecco, io sono passata di qua e ve lo dico. Lo scrivo su questa pietra muraria, con tanto di data.“.
Esiste un limite a tutto, ma qui il limite dovrebbe essere lo sguardo: si ammira, si contempla, si guarda ogni pietra del Colosseo, così come di qualunque altro monumento, dipinto, scultura. Ma non si può toccare se non per provare una empatia col tempo, con emozioni che siano tutto tranne che una propensione allo sfregio.
Se quella signora avesse messo una mano sulla pietra, che invece ha inciso col suo nome, e avesse chiuso gli occhi e avesse tentato di sentire un trasporto epocale, attraversando una porta spazio-temporale tra l’essere lì in quel momento e immaginare di trovarsi nella vecchia Roma imperiale, forse avrebbe tratto più piacere da una esperienza tra l’attualità di una vacanza nella capitale d’Italia e un sogno del passato.
Invece ha messo avanti a tutto questo un’egoismo esibizionista che oggi è dilagante: tutti dobbiamo lasciare una traccia, affermare la nostra esistenza. Tutti. Compreso il sottoscritto. E’ una necessità sociale, perché è un fenomeno purtroppo di massa: tutti siamo per forza protagonisti di qualche attimo di celebrità.
Ben misere occasioni di dire a qualcuno che si è passati di qui, in una qualche parte del Pianeta e che si affida al bimillenarismo del Colosseo una propria traccia, magari pensando di diventarne parte essa stessa.
Senza fare paragoni diametralmente opposti, viene alla mente ogni sfregio che l’umanità mette in essere contro la memoria rappresentata dai monumenti, dalle pietre che superano il tempo, che non sono carne che si deteriora velocemente, ma che resistono ai secoli, ai millenni.
Certo, sempre di tempi brevissimi si tratta se paragonati all’infinità dell’universo, ma noi viviamo su questo pianeta e i tempi sono per noi differenti, tutti parametrati alla nostra dimensione umana: “l’uomo è la misura di tutte le cose”, sosteneva Protagora. E noi siamo rimasti, nel nostro particolare, a quell’assunto.
Per questo dovremmo inchinarci davanti a ciò che sappiamo fare di meraviglioso, anche se si tratta di un anfiteatro che ricorda l’orrore dei giochi gladiatorii o di un odeon come quello di Palmira.
Piccoli e grandi sfregi alla bellezza che si contrappone all’altro lato umano: l’egoismo, l’odio, la prepotenza. Piccoli, grandi ed enormi gesti di danneggiamento di un patrimonio che ci ricorda ogni giorno che siamo sempre due parti e che dobbiamo far prevalere quella che crea armonia tanto con le pietre del passato quanto con gli esseri umani del presente.
I monumenti, le opere d’arte di tutto il mondo guardateli, sentiteli in voi mentre li ammirate. Non li cambiate, per egoismo, in qualcosa di differente che porti il vostro marchio, la vostra identità. Sono di tutte e di tutti. Sono come i grandi pensieri che Seneca aveva sdoganato da qualunque antico diritto d’autore: “Sono di ognuno”, proprio perché ci arricchiscono con la bellezza.

MARCO SFERINI

14 febbraio 2017

foto tratta da Pixabay

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