Un programma “gramsciano” per la sinistra di alternativa

La grande manifestazione sindacale che si è tenuta a Roma ha portato con sé un notevole valore simbolico: la plasticità tutta visiva di centinaia di migliaia di corpi sofferenti...

La grande manifestazione sindacale che si è tenuta a Roma ha portato con sé un notevole valore simbolico: la plasticità tutta visiva di centinaia di migliaia di corpi sofferenti di lavoratori e pensionati, di persone che incarnano il nuovo terreno di sfruttamento di un capitalismo sempre più frastornato dalle crisi di sovrapproduzione che degenerano in destabilizzazioni dei singoli stati.

Quella piazza ha rimesso cromaticamente al centro degli schermi televisivi ed alle dirette Internet il “rosso colore” di bertoliana memoria, che può anche emozionare qualche dirigente del PD ma che deve poter essere il nuovo, immediato collegamento tra la delusione che vasta parte della popolazione prova per le politiche del governo giallo-verde sovranista e il ritorno ad una critica sociale che manca da troppo tempo in Italia.

Insomma, se il sindacato deve mostrarsi “apartitico”, tocca alla sinistra di alternativa, ai comunisti, riadeguare un partito che sia all’altezza di questo compito e che lavori su tre ambiti distinti ma, allo stesso tempo, necessariamente sincretici:

primo: la definizione di una piattaforma programmatica che rivendichi durissime riforme di struttura mettendo al centro il lavoro in tutte le sue forme, dalla riduzione dell’orario a 30 ore settimanali a parità di salario fino alla confisca delle aziende che non investono nella sicurezza e che, pertanto, hanno un tasso di mortalità nei loro cantieri e settori di operatività che si riproduce sistematicamente;

secondo: un programma di azione politica deve avere una base che sia politica e soprattutto organizzativa; serve pertanto una commissione, un tavolo di lavoro, lo si chiami come si vuole, che si adoperi sul piano dello sviluppo di una comunicazione che diventi interattività vera e propria e utilizzi tutti i moderni strumenti per decostruire tutta la mitologia narrativa sull’impossibilità del “cambiamento” sociale che le classi dominanti inanellano continuamente ed elevano a “pensiero unico” del nuovo secolo, della stretta attualità dei nostri giorni;

terzo: per fare tutto ciò è necessario riprendere uno studio costante per tutte e tutti coloro che intendono dedicarsi alla lotta per il cambiamento, all’anticapitalismo, alla costruzione di una rinnovata e ritrovata forza che si opponga tanto ai sovranismi neofascisti e hitleriani quanto alle destre mascherate da nuovi centrosinistra.

Lo definirei un “programma gramsciano”, ispirato al monito che ci veniva rivolto fin dall’inizio del secolo breve dal grande pensatore e rivoluzionario comunista:

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».

Naturalmente ciò è possibile se prima di ogni altra cosa è chiaro l’obiettivo che ci si deve dare. Questo obiettivo altri non può essere se non una nuova generazione di giovani comuniste e comunisti, di giovani progressisti che assumono su di sé, con l’aiuto di quelle sciagurate annate di quarantenni di oggi, la funzione di interpretare un cambiamento radicale che parta da una lotta per una rialfabetizzazione sociale del Paese, oggi privo di capacità critica, tutto spalmato su una individuazione dell’avversario di classe inconsapevolmente (tanto quanto avversario, tanto quanto “di classe”) nell’uguale a sé stesso.

Il povero, torno a dirlo, non potrà mai essere nemico del povero a meno che non siano i ricchi, i profittatori, i padroni (gli imprenditori!) a generare questo cortocircuito illudendo tanti onesti moderni proletari che basta diventare “influencer” su Instagram per autogenerarsi un lavoro con milioni di “click”, pensando così che una economia individualista sia la soluzione ai problemi sociali che dilagano.

Ogni illusione fantastica creata dagli strumenti di circonvenzione di capaci di massa, quello che realmente sono i “social network”, è una specifica espressione della volontà di alienazione moderna di un capitalismo disperato: soltanto, le crisi che vive riesce ancora a farle pagare a coloro che sfrutta perché, complici i neonazisti del sovranismo sparsi in mezza Europa, appare popolare colui che invece protegge gli interessi dei ricconi profittatori attuando misure di contenimento del sentimento di rivolta sociale mostrando come superamento delle politiche liberiste altre politiche liberiste.

E’ un gioco tragicamente reale, perverso, che va prima o poi spezzato: più tardi ciò avverrà e più la disperazione sarà la padrona delle coscienze di ciascuno e genererà disastri cui abbiamo già assistito nella storia recente e che ora molti di voi chiamano “necessità”: l’uomo forte al comando, “pensaci tu, capitano”, anche soltanto riferito alla vittoria di un ragazzo che si chiama Alessandro, che è italiano, la cui musica mi entusiasma poco ma la cui vittoria mi eccita invece veramente tanto.

MARCO SFERINI

10 febbraio 2019

foto tratta da Pixabay

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